EXPORT CIBO ITALIANO… potrebbe andare meglio, by Comolli

EXPORT CIBO ITALIANO… potrebbe andare meglio, by Comolli

EXPORT CIBO ITALIANO: PRIMO PER APPEAL IDENTITARIO MA NON PER VALORE ORIGINE E CONSUMO.

EXPORT CIBO ITALIANO… potrebbe andare meglio

Piacenza: grande balzo nel 2018 + 55% nell’export agroalimentare. Prima provincia italiana per incremento anno su anno

Dati Cciaa Milano, Promos Italia, Coldiretti Lombardia

 

Milano, 2 maggio 2019

Eppure dal 2000 al 2018 siamo passati da un valore export di circa 15 mld/euro agli attuali 41 un balzo eccezionale, ma per valore siamo solo al 5^ posto nella graduatoria europea dopo Olanda (87mld/euro e 34 prodotti agroalimentari tipici), dopo Germania (76 mld/euro), Francia (61 mld/euro), Spagna(48 mld/euro).

L’Italia ha 822 prodotti riconoscimenti-certificati tipici e alta qualità. Bene invece il fatturato, in crescita anno su anno ma un po’ stagnante, dell’industria alimentare a 140 mld/euro (al 2^ posto in Italia dopo il meccanico-industriale), cui va aggiunto anche il fatturato del settore agricolo-primario di 61 mld/euro.

Aggreghiamo anche il dato dell’importazione agroalimentare per fabbisogni al consumo e al manifatturiero che nell’anno si aggira, in calo, sui 21 mld/euro. Purtroppo il valore delle imitazioni e della concorrenza sleale sui nostri prodotti ha raggiunto la ragguardevole cifra mondiale di 90 mld/euro e, in ogni caso anche se stagnanti, il giro d’affari diretto e indiretto al consumo solo nazionale si aggira sui 240-250 mld/euro nel 2018, al 1^ posto come comparto.

L’Italia si conferma in assoluto il paese dove il consumo alimentare, eno-gastronomico è il core business, l’asset primario. Interessante la mappa e i dati dettagliati comunicati dalla Cciaa di Milano, Promos Italia e Coldiretti per singolo settore, scaricabile in internet https://www.promos-milano.it/.

Quello che si conferma è che l’Italia è il paese del cibo in assoluto, tutti parlano e scrivono di cibo italiano nel mondo, i vari talk show di spiattamento, piatti volanti, cucinerie fast, impastamenti facili, ricette rinnovate, cuochi che diventano chef, cuochi dalle mani d’oro…

un business digitale e nell’etere assai redditizio per molti… ebbene ma altri Paesi europei e non solo, ci battono in termini di valore, fatturati, distribuzione, internazionalizzazione.

Quindi vuol dire che spazio per crescere, per incrementare, per sviluppare le singole imprese ci sono. Eccome: i 61 mld/euro del fatturato all’origine del solo comparto agroalimentare sono prodotti da 1 milione di imprese e 1,4 milioni di addetti occupati e pagati.

Un settore non di poco conto, eppure importiamo per oltre 20 mld/euro di prodotti agricoli e alimentari dal mondo, fra cui zucchero, carne, pesce, latte, sale alimentare, fiori, frutta, ortaggi ….

E’ una leva strategica, come dicono, ma che si fa per supportare un grande comparto diversificato? In sintesi, e in ordine, diversi sono i modelli imprenditoriali da cambiare se si vuol crescere: parlare di agropirateria senza poi non voler fare o bloccare o impedire accordi bilaterali di libero scambio fra paesi diversi vuol dire non guardare a risolvere il problema nel suo complesso.

Bene i memorandum, ma i memorandum devono contenere accodi concreti con l’Italia in prima fila su certi comparti e certi prodotti come il vino, la pasta, i formaggi, i salumi. Le imprese italiane sono piccole (il numero complessivo non è un problema, il frazionamento se applicato in un contesto unitario e associativo), ma soprattutto non strutturate, non adeguate, non dinamiche, non internazionali, non innovative, non tecnologiche.

E’ su questi aspetti che olanda, Francia e Germania ci battono. Poca internazionalizzazione e poca voglia di girare il mondo, conoscere 2-3 lingue almeno, creare piattaforme autonome, nazionali, grandi efficienti e distribuite.

L’Italia imprenditoriale agroalimentare mette in campo miseri investimenti e potenzialità per puntare, cercare nuovi mercati “lontani”, si manca di voglia di rischio e voglia di fare: il 54% del nostro export è destinato solo a 3 paesi.

Lo stesso volume Francia-Germania-Olanda-Spagna è destinato a 10-26 paesi. L’Olanda con 34 prodotti TOP certificati contro gli 822 DOP-TOP-IGP-STG italiani fattura all’anno più del doppio: forse troppe piccole produzioni, offerte limitate, domanda del consumo internazionale non capita, non sviluppata.

Nell’ordine di peso economico esportiamo in Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, in crescita Polonia, Svezia, Australia, stabili Giappone e Russia, in calo la Cina. Eppoi ci sono specificità per ogni paese: gli Usa puntano sempre più sui vini italiani, olio evo, aceti e acque minerali; gli inglesi oltre alle bollicine appezzano frutta, ortaggi e gelati; l’Austria chiede cereali, riso.

In Cina vanno bene caffè e cioccolato, in Russia la pasta, in Canada formaggi. Mancano soprattutto le carni italiane, e soprattutto i salumi su cui bisognerebbe proprio lavorare in termini di accordi bilaterali. I vini, con 6,2 mld/euro è il primo comparto esportato per valore, a seguire le paste e il pane con 3,9 mld/euro.

I maggiori  aumenti di export e fatturato nel 2018 rispetto agli anni precedenti derivano da pane, pasticceria, piatti pronti, spezie e gelati italiani. Molto bene l’export agroalimentare e alimentare da industria delle province di Cuneo e Verona con 3 mld/euro a testa, poi Milano e Parma (vedere tabella).

La Lombardia è la pima regione italiana in assoluto con un export complessivo di 6,4 mld/euro, pari a 1/6 cica del totale. Ma il dato più eclatante è quello della provincia di Piacenza che in un anno, 2018 su 2017, incrementa il fatturato export più del 55% in un colpo solo. In dettaglio Piacenza ha incrementato i settori del vino, dei conservati vegetali, dei formaggi Grana Padano e anche dei salumi nei mercati dove è possibile esportare, bene anche la pasticceria, la pasta secca, la pasta ripiena, le confezioni in scatola di verdura compreso la 5^ gamma. (vedere tabella).

Ma Piacenza sconta gli stessi problemi di altre città e province a vocazione agricola con eccessi di marchi, eccesso di specificità e di dettaglio, produzione limitata, carenza nella internazionalizzazione causa poca potenzialità di rischio, poca cultura della domanda estera, poca conoscenza delle lingue e degli usi-costumi di paesi lontani che vogliono, chiedono di acquistare made in Italy vero.

Per superare anche queste problematiche estranea alla alta qualità produttiva italiana, certificata e oramai riconosciuta, è fondamentale e urgente puntare su accoglienza e turismo: Piacenza deve darsi un Tourist-Brand identificativo, attrarre turisti, far conoscere gli alimenti e il cibo, invogliare ad importare chi viene in Italia entrando in circuiti tour operator internazionali. Mangiare un ottimo Grana Padano a Piacenza, vuol dire poi esportare il Grana Padano nel paese da dove proviene il turista straniero. Sperare in pratiche contrarie, oggi non serve. Il tutto deve poi essere posto su una piattaforma digitale unica grande potente.

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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