Fake News e politica: l’inarrestabile produzione di notizie bufala sulla rete anche se le elezioni sono finite

Fake News e politica: l’inarrestabile produzione di notizie bufala sulla rete anche se le elezioni sono finite

Fake News e politica: l’inarrestabile produzione di notizie bufala sulla rete anche se le elezioni sono finite

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Maurizio Ceccaioni

Roma, 9 marzo 2018
Come volevasi dimostrare, la grandissima notizia data ieri con gran risalto, sulla folla di persone che avrebbero preso d’assalto alcuni Caf pugliesi chiedendo il Reddito di Cittadinanza, si è dimostrata l’ennesima bufala messa in giro ad arte.

Una “non notizia” comparsa per prima sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che si è poi dimostrata essere stata solo una semplice richiesta d’informazioni da parte di un esiguo numero di persone poco informate. Quello che meraviglia, non è stato però che a darne ampio risalto siano stati i social network dove si scrive di tutto e di peggio, ma che sia stata ripresa da testate come La Repubblica, Il Sole-24 Ore, Espresso e Panorama.

Solo il Fatto Quotidiano aveva seri dubbi sulla storia, tanto che già ieri scriveva che «A spingere la notizia anche un sindaco renziano e il sindacalista sostenitore del Si al referendum costituzionale», ricordando come la consulta nazionale dei Caf, avesse parlato di «casi isolati».

Il termine inglese fake news (in italiano notizie false) indica articoli redatti con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, resi pubblici con il deliberato intento di disinformare o diffondere bufale attraverso i mezzi di informazione. Tradizionalmente a veicolare le fake news sono i grandi media, ovvero le televisioni e le più importanti testate giornalistiche. Tuttavia con l’avvento di Internet, soprattutto per mezzo dei media sociali, aumentando in generale la diffusione delle notizie, è aumentata proporzionalmente per logica conseguenza anche la diffusione di notizie false. (leggi tutto)

 

 

In un mondo dove attraverso false notizie diramate ad arte si eleggono presidenti di grandi nazioni o si convince delle popolazioni ad uscire dall’Unione europea, non c’è da meravigliarsi più di tanto dello strombazzamento mediatico di ieri. Ma il caso rimane pur sempre emblematico e segna lo stato schizofrenico che viviamo, con personaggi scottati dal risultato delle elezioni che, in veste di Sansone, vorrebbero far “crollare il tempio con tutti i Filistei”.

Una “non-notizia” che, come un termometro del Paese, dà lo spunto per misurare il disagio sociale che si è generato in decenni di programmazione economica fatta a “pelle di leopardo” che ha permesso delocalizzazioni d’imprese e liberalizzazioni sfrenate, che hanno prodotto milioni di disoccupati e hanno fatto far cassa ai soliti noti, sulle spalle dei cittadini.

A quanto pare, è bastato che un funzionario solerte mandasse alle “orecchie giuste” questa notizia, per far montare un caso nazionale in cui un po’ tutti hanno inzuppato la penna, per rinnovare il profluvio di parole contro quel vituperato Movimento, che è diventato il primo “partito” italiano, raccogliendo il voto di rabbia e di speranza di milioni di cittadini di tutte le età e credo politico. Gente che si è sentita tradita da una politica che ha permesso di spolpare questo Paese e sconvolgere equilibri economici e sociali.

Si ride su coloro che sono andati a chiedere informazioni ai Caf. Si ironizza sull’ingovernabilità del Paese e ci si arrocca dietro un «Noi staremo all’opposizione», come detto da Matteo Renzi durante la conferenza stampa dove avrebbe formalmente rassegnato le sue “non-dimissioni”.

Senza voler comprendere che è ormai incolmabile il gap tra loro e il Paese reale degli ‘over 50’ che ancora stanno ringraziando il Jobs Act e la Legge Fornero, dei 22mila giovani che sono venuti a Roma per cercare di ottenere uno dei 365 posti messi a concorso dall’Inps, delle migliaia di giovani che espatriano alla caccia di un sogno irrealizzabile finora qui.

Ragazzi, nostri figli e nipoti, che con i sacrifici delle famiglie hanno potuto studiare e laurearsi, ma senza prospettiva, se non quella di fare i turni in un call center, consegnare pizze o lavorare in un fast food. Perché oggi è un lusso anche fare uno ‘stage’ con un rimborso spese presso un’azienda, con la speranza infinitesimale di essere assunti.

Un tempo si facevano le lotte sindacali per portare a tutti gli stessi diritti e salari adeguati al costo della vita. Oggi c’è invece il livellamento verso il basso, dove per ‘basso’ s’intende maggior lavoro nero, precarizzazione e disincentivazione alla formazione, mettendo in competizione al massimo ribasso, braccianti o edili italiani con gli immigrati, regolari e non.

Non ricordo negli ultimi decenni, di lungimiranti programmazioni economiche sul rilancio delle attività produttive, di piani energetici integrati, di sviluppo delle reti cablate. Un tempo, quando a scuola si studiava la Geografia, tra le notizie da imparare per ogni Paese c’erano le principali attività economiche svolte. Oggi che ho i capelli grigi, guardando al futuro del nostro Paese, non vedo alcuna traccia di azioni pluriennali sui settori da sostenere, sviluppare o rinnovare. E questo va ad incidere principalmente sul cosiddetto “materiale umano”, con centinaia di migliaia di studenti nelle facoltà di Medicina e odontoiatria, Giurisprudenza, Scienze politiche e Scienze della comunicazione.

Tutti laureati che in pochi avranno la certezza di un reddito adeguato nel futuro. Perché se solo a Roma ci sono tanti avvocati quanto tutta la Francia, in mancanza di linee guida dall’alto siamo ormai carenti di figure chiave nel mondo del lavoro, come periti industriali e laureati tecnico scientifici.

Di questo Confindustria dovrebbe ringraziare le varie riforma della scuola che – dalla Moratti alla Gelmini – hanno svilito il ruolo storico degli Istituti tecnici industriali, esaltando i Licei e gli studi umanistici. Adesso gli industriali prevedono che da qui al 2021, serviranno in settori chiave come chimica, meccanica, alimentare, tessile e ‘Information and Communications Technology’ (Ict), circa 272mila persone. Come le migliaia d’ingegneri e tecnici formati in Italia, che non potremo certo chiedere indietro alla Germania che in questi anni ne ha fatto incetta.

Non cervelli in fuga e per molti versi emigranti ‘ob torto collo’, lasciati nel Limbo della precarietà senza efficaci e qualificanti politiche attive sul lavoro, spesso sulle spalle di nonni e genitori.

Maurizio Ceccaioni
Corrispondente da Roma
Newsfood.com

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