Niente più oli d’oliva con etichette menzognere riportanti la dicitura “cento per cento olio d’oliva italiano” contenenti, invece, il cento per cento di olive tunisine, greche o
spagnole. Dopo una lunga battaglia portata avanti dalla Coldiretti e da Slow Food, il ministero delle Politiche agricole guidato da Paolo De Castro ha predisposto il decreto che metterà
fine agli “imbrogli legalizzati”, volendo usare un termine soft per definirli.

In Italia, infatti, secondo quanto è emerso nel corso della conferenza stampa di presentazione del decreto, più della metà dell’olio “italiano” venduto nei supermercati
viene ottenuto da olive di cui non si conosce né la provenienza, né il luogo di spremitura. Considerando il fatto che nell’ultimo anno l’importazione di olio d’oliva dalla Tunisia
ha subito un incremento del 45%, superando nettamente la Grecia, si può capire l’importanza che riveste il decreto.

D’ora in poi l’etichette dell’olio d’oliva dovranno riportare sia il luogo di coltivazione delle olive che quello del frantoio dove sono state spremute. Nel caso le olive provengano da
più stati della Comunità europea, l’etichetta dovrà indicare chiaramente la percentuale proveniente da ciascuno Stato. «L’entrata in vigore», ha precisato la
Coldiretti, «è fissata entro 90 giorni dalla pubblicazione del decreto che è stato trasmesso alla Commissione Europea per le necessarie verifiche – essendo una norma tecnica
e come tale soggetta alla sua approvazione – e comunque in tempo utile per garantire la trasparenza dell’informazione in etichetta per il prossimo raccolto di olive Made in Italy».

Il provvedimento adottato è importante perché non solo garantisce una maggiore trasparenza nei confronti del consumatore, ma farà sì che i coltivatori nostrani non
siano più costretti a svendere le proprie olive. Con l’aumento delle importazioni di olive straniere, difatti, i prezzi di quelle italiane sono calati drasticamente con un evidente danno
per l’agricoltura nazionale.

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