Giampietro Comolli, Francia e Italia del Vino: non misuriamoci sui volumi ma per valori geopolitici ed economici

Giampietro Comolli, Francia e Italia del Vino: non misuriamoci sui volumi ma per valori geopolitici ed economici

Piacenza, 23 ottobre 2013

Giuseppe Danielli:

In attesa di pubblicare su Newsfood.com gli appunti di viaggio di Giampietro Comolli, economista e grande esperto di vino, riportiamo le sue impressioni a caldo dopo un mese di master in vigna,
a vendemmiare ed a parlare di vino coi vigneron francesi. E si è accorto che il concetto di Terroir è ora ben più ampio perchè comprende, oltre gli elementi base
legati al territorio, anche la tutela del brand collettivo, l’ospitalità e l’accoglienza dove i prodotti locali sono protagonisti.

“Giampietro Comolli, sei da poco tornato da un tour nelle strade del Vino in Francia. E’ stata una full immersion nel Paese dal quale abbiamo ancora tanto da imparare in tema di Vino. Dopo
una decina d’anni, hai voluto  ritrovare gli elementi essenziali, dalla vendemmia delle uve con le tue mani, alle cantine e ai discorsi a tavola con i vigneron; ma hai anche preso
coscienza di un terroir più ampio che comprende anche la difesa dei territori e delle sue produzioni, l’attenzione del consumo interno del vino e le forze coese verso l’export,
l’accoglienza del turista. Cosa hai appreso da questo master in vigna? C’è una crisi nel vino? Come vanno affrontati il calo dei consumi interni ed i nuovi mercati?”

La risposta di Giampietro Comolli: 

-“In Francia, girando anche diversi ristoranti, non  ho letto una crisi di consumi del vino in generale, siamo però di fronte a un cambiamento, siamo in un momento globale
estremamente difficile perché alcuni punti fermi sostanziali di rapporti e di mercato per i Paesi postindustriali  sono mutati e muteranno a breve ancora di più. 

Due premesse: il vino è storicamente legato ad andamenti ciclici, il vino sta entrando in mercati sconosciuti e diversificati. I consumi dei prodotti, compreso quelli strategici e
indispensabili, nei Paesi Forti sono sempre più succubi di discontinuità, precarietà, esternalità.  

Non si può assolutamente pensare di partire dai fenomeni a valle (mercato) per capire e programmare l’evoluzione mercantile e socio-economica degli atti di acquisto. Bisogna partire a
monte. Produzione e consumo sono i cardini della filiera che, di fronte alla necessità di abbreviare e ridurre tutto, deve essere più corta possibile, rispettosa del valore
aggiunto del vino al territorio e al sistema produttivo, ma anche attenta e misurata interprete di una domanda differenziata per diversi canali e parametri. L’offerta conta, ma meno, e in modo
meno articolato, perché il consumatore ricerca immediatezza, semplificazione, personalità, accessibilità economica e commerciale. 

Leggere ancora oggi su testate autorevoli  titoli o claim “l’importante è produrre per vendere”, mi fanno dubitare. I fondamenti di economia insegnano che in momenti di crisi di
liquidità, di spesa, di dubbi sul futuro, l’unica strada è la aggregazione, condivisioni, corresponsione. Più questa unità di intenti è di lungo periodo,
strategica, eterogenea, più ha la forza di riuscire e di vincere, creando nuove imprese, imprese più grandi, nuova occupazione. Il vino non è un fondo pensione, men che
meno è paragonabile a Tripadvisor, un riferimento deleterio, da non addetti concreti e alla ricerca della notizia (spesso faziosa o di parte),  seppur l’e-commerce deve essere preso
in attenta considerazione come uno dei tasselli della globalizzazione che partendo in certi Paesi Forti, con il passare delle generazioni, diventerà un atto di acquisto
maggioritario. 

Ma è vero che la presenza di piccoli marchi dà spessore qualitativo distrettuale e culturale alla realtà territoriale  al punto che la forza collettiva è data
dalla capacità e dall’impegno individuale  a crescere e a rispettare i concorrenti, ma il mondo global dei consumi è molto in antitesi con il mondo local della vigna. 

Forse è pure corretto sperare che il vino del mondo non finisca in mano ad un pool di operatori di borsa, e ipotizzare che fra qualche decennio pochi speculatori facciano cambiare gusti
e abbinamenti. Non credo neppure che le vigne difficili spariscano.  

L’Italia non può pensare che il proprio vino possa essere solo esportato. 

Un grande Paese del vino non può perdere peso e valore nel consumo interno perché esiste un forte mercato di vendita diretta, perché i percorsi e il turismo sono elementi
che creano atti di acquisto. Occorre anche che il saper consumare con gusto&misura non venga interpretato come una occasione di abuso.  

Bisogna che il consumo nazionale si stabilizzi, che certe paure siano abbandonate, che il mercato estero sia affrontato in modo organico, con chi può arrivare direttamente al consumatore
informato e non informato, tutti i giorni. In questo la Francia è stata maestra da 50 anni a questa parte, con operazioni diplomatiche, ambasciatori promoter, insegne in giro per il
Mondo ad aprire battenti, Sopexa. 

E noi? Il fattore prezzo ci avvantaggia nel Mondo, meno nel nostro Paese. In Italia la soggettività e privatezza nella scelta del vino e dell’etichetta marca sempre più non solo
il gusto ma anche gli atti d’acquisto.  Bisogna abbandonare la litania, inutile, del rapporto qualità/prezzo come fattore determinante, quando il prezzo è sempre stato
determinato da  tempi, modi, luoghi e opzioni.  Anche i calcoli e le vendite per canale di operatore devono essere sostituite da contatti ad personam, area per area, dividendo lo
stesso canale in più binari, occorre ampliare i punti vendita del consumo domestico, creare nuove classifiche, riconoscere e far conoscere il vino attraverso un nuovo rapporto soggettivo
di valore/identità. 

A tutto questo occorre che i territori del vino semplifichino tutti gli atti burocratici e amministrativi, dai controlli alla tutela, dalla certificazione alla designazione. Bisogna che un
territorio, grande, sappia scegliere “il suo vino leader” e attorno a quello creare un cluster di incidenza rafforzativa, aggregante, non separata, non divisionista. 

Le denominazioni non possono moltiplicarsi all’infinito; circa il 40% delle Dop enoiche italiane non arrivano a produrre, ognuna, 50.000 bottiglie, abbiamo Doc di 7-20 aziende, con tutte le
problematiche e i freni burocratici che ne susseguono per le imprese. 

I consorzi di tutela non hanno nessuna ragione d’esistere se non cambiano pelle, dna, obiettivi e strategie. 

Oggi l’aggregazione organizzativa della tutela istituzionale e della denominazione deve sapersi abbinare alla promo-commercializzazione, ai grandi distretti identificativi. 

I territori di produzione sono stati ben indagati e istruiti, molto meno i territori di consumo e i consumatori.  

Non è possibile che sulla stessa piazza, due enti dello stesso territorio, a distanza di neanche 30 gg uno dall’altro, propongano un evento con gli stessi vini: questo è successo
per il vino italiano. 

I consorzi di tutela devono essere pochi e grandi, specialmente per poter rappresentare in modo adeguato, in modo univoco, le nostre produzioni sui mercati esteri. Questo vale per tutti i
nostri prodotti agroalimentari che devono mantenere la loro indiscussa identità ma sotto un’unico cappello a garanzia del vero “Made in Italy”.

Gli enti pubblici devono uscire dalla pianificazione, programmazione e gestione, devono entrare nella certificazione e tracciabilità come “garante”.  

Bisogna creare una scala di ruoli, unici, privati, co-finanziati dalle imprese, senza favoritismi o pro-capite o pro-censo, una vera tutela “solo” della DO e non dei produttori, devono attuare
una fortissima difesa nel mondo del marchio, creare azioni di coinvolgimento BtoB.  Ben vengano DO distrettuali di regioni vitivinicole ampie, non obbligatoriamente definite dai confini
politici delle Regioni, ma per tipologia, per metodo intellettuale, per caratura storica, per stile tavola-territorio. Possiamo sperare di passare, in breve tempo,  da 500 DO a 200, da 180
strade-consorzi  a  50 istituti pro-tutela.  

Passatemi la battuta, mi sembra che i diritti acquisiti siano come il conflitto di interesse. 

Volendo si può fare subito tutto. 

Ci sono esempi, pochissimi in 30 anni, ma sono state percorse delicate strade legislative, normative, costituzionali che hanno consentito grandi cambiamenti.   

Fare semplificazione, fare sistema, fare aggregazione non è una opzione o una alternativa, è un obbligo urgente perché vuol dire ridurre costi e tempi per le imprese,
ricercare tecnici validi per il governo dei distretti, cambiare marcia, studiare e “osservare” i consumi e i consumatori per produrre quello che domandano e non vendere il vino come una
cuccetta su una nave crociera. ”

Giampietro Comolli

O.V.S.E.-C.E.V.E.S.
Founder&Chairman                                                              

Italian Bubble Wine Economic Observatory

Osservatorio Studi Economici Vini Effervescenti

Via Rinaldo Ancillotti 5,  29122 Piacenza – Italia

www.ovse.org  – [email protected][email protected]

@gpietrocomolli

skype:  giampietro.comolli

www.linkedin.com/pub/dir/giampietro/comolli

http://www.youtube.com/watch?v=dSUMqoL2hLs

Giuseppe Danielli:

-“Ringraziamo Giampietro Comolli per la sua lezione di Marketing, che ci trova completamente d’accordo, ma da un po’ di tempo ci arrovella questo pensiero: è indubbio che la situazione
economica e sociale del nostro Paese è in profonda crisi. Non abbiamo materie prime (non le abbiamo mai avute ma, dall’Impero Romano ad oggi, l’Italia è comunque protagonista di
tanti desiderata) ma abbiamo ampie prospettive di recupero se solo ci fosse la volontà concreta, da parte di chi ci governa (o di chi eventualmente governa il nostro Governo).

Perchè non riusciamo a ripartire? Perchè le nostre imprese continuano a chiudere e i posti di lavoro sono sempre più precari? Perchè non si riesce a ridurre gli
sprechi e si continua a mantenere/produrre enti inutili e pensioni d’oro (con reversibiltà)? 

Finchè si “colpiscono i deboli e i pesci grandi continuano a nuotare” – parole di Papa Francesco del 23 ottobre 2013- sarà difficile ritrovare un equilibrio tra ripresa economica
e vita sociale.

 

Attualmente l’Italia è come Cenerentola, nella casa della matrigna (l’Europa) con le sorellastre bruttine e invidiose della sua bellezza che la obbligano a rassettare la casa e
a vestirsi di stracci per offuscare la sua bellezza.

Speriamo che il Principe Azzurro si accorga della bella Italia e la inviti al Gran Ballo invece di aumentare le tasse sulla cenere!

Giuseppe Danielli

Direttore e Fondatore

Newsfood.com

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