Glutine ed etichette, lo stato dell’arte – Dopo il Regolamento Claims

Glutine ed etichette, lo stato dell’arte – Dopo il Regolamento Claims

La recente pubblicazione del regolamento claims (di cui abbiamo parlato in un nostro precedente intervento) ripropone una questione complessa e da tempo oggetto di discussione: come etichettare i prodotti senza glutine o, meglio, come comunicare al consumatore la presenza o meno di questa sostanza nei prodotti alimentari.

Si legge, infatti, in uno dei considerando del predetto regolamento:
Le condizioni relative a indicazioni quali «assenza di lattosio» o «assenza di glutine», destinate a un gruppo di consumatori con disturbi specifici, dovrebbero essere oggetto della direttiva 89/398/CEE ? Tale direttiva prevede tra l’altro la possibilità di indicare su alimenti destinati al consumo corrente la loro conformità al consumo da parte
di tali gruppi di consumatori se soddisfano le condizioni per tale dichiarazione. Fintantoché le condizioni per tali dichiarazioni non saranno stabilite a livello comunitario, gli Stati membri possono mantenere o adottare misure nazionali pertinenti. Dell’argomento si stanno occupando numerosi soggetti; per cominciare ad inquadrare la situazione, vediamoli separatamente, insieme ai rispettivi contributi:

– La normativa comunitaria e quella nazionale

Il 30 giugno 1989 viene pubblicata la direttiva 89/398, relativa ai prodotti destinati ad una alimentazione particolare (comunemente chiamati dietetici): tra i prodotti oggetto di tale direttiva vi sono gli alimenti senza glutine. Tale direttiva viene recepita nel 1992 col noto Decreto Legislativo 111. In esso si legge, tra l’altro:

Art. 3 Alimenti di uso corrente
1. Nell’etichettatura, presentazione e pubblicità dei prodotti alimentari destinati al consumo corrente è vietato impiegare:

a) la qualifica dietetico o di regime sia da sola che insieme ad altri termini;
b) ogni altra espressione o qualsiasi presentazione che possa far credere che si tratti di uno dei prodotti di cui all’art. 1.

2. Il Ministro della sanità, con decreto da adottarsi di concerto con il Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, indica, in attuazione di disposizioni comunitarie, i prodotti alimentari di consumo corrente adatti ad una alimentazione particolare per i quali è consentito menzionare tali proprietà e le relative modalità di indicazione.

Riprenderemo tra breve l’argomento relativo alle ‘modalità di indicazione’ relative ai ‘prodotti di uso corrente adatti ad una alimentazione particolare’.
Il 25 novembre 2003 vede poi la luce la tanto attesa direttiva 2003/89/CE (la ‘direttiva allergeni’), recepita dalla legislazione nazionale col Decreto Legislativo 114/96. Per quanto riguarda ciò che qui ci interessa, queste disposizioni comportano l’obbligo di dichiarare la presenza di glutine, utilizzato dal produttore in non importa quale forma e qualunque sia la sua quantità. Nulla invece viene stabilito per le presenze accidentali e involontarie di tale sostanza (molte aziende risolveranno tale situazione con l’uso di frasi del tipo Può contenere tracce di glutine o simili).

Il Decreto 114/06 introduce inoltre un altro aspetto, quello quantitativo:

Art. 10 Sostanze diverse dagli ingredienti

1. Con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro delle attività produttive, può essere definita, sulla base dei sistemi di rilevazione analitica disponibili, in attesa di norme comunitarie specifiche, la soglia al di sopra della quale deve essere indicata in etichetta la presenza di sostanze di cui alla sezione III dell’Allegato 2 D. L.vo 27.1.92, n. 109, diverse dagli ingredienti.

– Il Ministero della sanità/salute
Lo abbiamo visto chiamare in causa più volte, ma l’unico documento attualmente disponibile sull’argomento è una nota (prot. 600.12/ AG32/2861, del 2 ottobre 2003):
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per quanto concerne il settore dei prodotti destinati ad una alimentazione particolare, si ribadisce che nella produzione di prodotti dietetici senza glutine è ammesso il solo impiego di materie prime non contenenti all’origine tale costituente. Considerata poi l’impossibilità di ottenere prodotti totalmente privi di glutine, in attesa di una definitiva presa di posizione del CODEX o dell’UE è stato individuato in 20 ppm, in via transitoria, il valore massimo di tolleranza in fase di controllo analitico, considerato come il compromesso più garantista sul piano sanitario in base alla situazione attuale e alle evidenze scientifiche disponibili.

Per favorire comunque una precisa informazione sull’assenza di glutine anche in alimenti di uso corrente, ci si è già espressi a favore della possibilità di riportare in etichetta di prodotti a base di carne una dizione del tipo Non contiene fonti di glutine. Ciò a condizione di assicurare comunque l’assenza della sostanza nel prodotto finito adeguando in tal senso il piano di autocontrollo. La predetta dizione si ritiene ammissibile, alla stessa condizione, anche nel caso di gelati preconfezionati in vaschette di produzione industriale.

Giunti a questo punto, è utile accennare a due distinte categorie di consumatori, ugualmente interessati al problema ‘glutine’, ma con diverse caratteristiche.
Da un lato vi sono i consumatori affetti da celiachia, un’intolleranza al glutine. Come risulta dalla nota ministeriale, però, per questi consumatori esiste un limite di soglia (20 ppm):
alimenti contenenti una quantità inferiore a tale limite possono, per i celiaci, essere considerati sicuri.

Vi sono poi i consumatori allergici, per i quali, almeno sulla base delle attuali conoscenze, non esistono valori di sicurezza.
In base a quanto sin qui affermato, possiamo ora tentare una sorta di classificazione dei prodotti alimentari reperibili in commercio, suddividendoli in funzione del loro contenuto in glutine ed associando ad ognuno alcune osservazioni:

Prodotti alimentari

Osservazioni

Prodotti alimentari costituiti da ingredienti che contengono glutine.
Non vi possono essere dubbi: nell’elenco degli ingredienti risulterà la presenza di glutine e, non essendovi alcuna indicazione quantitativa, né i celiaci né gli allergici li consumeranno.

Prodotti alimentari costituiti da ingredienti che non contengono glutine e con etichetta priva di diciture tipo Può contenere tracce di glutine.
In nessuna parte dell’etichetta si menziona il glutine, quindi si possono considerare sicuri per tutti (salvo che non ci si fidi di quello che i produttori dichiarano, ma questa è un’altra storia).

Prodotti alimentari costituiti da ingredienti che non contengono glutine, ma con etichetta riportante diciture tipo Può contenere tracce di glutine.

Poiché si tratta di presenze involontarie e quindi quantitativamente incostanti (quanto pesa una traccia?), questi prodotti non saranno sicuramente consumati dagli allergici e, di norma, neppure dai celiaci, almeno sino a quando troverà esecuzione l’articolo 10 del Decreto 114/06.

Prodotti alimentari che, essendo costituiti da ingredienti che non contengono glutine, vogliono presentarsi come ‘prodotti di uso corrente adatti ad una alimentazione particolare’.

In questi casi il produttore è interessato a comunicare che i suoi prodotti, pur non essendo dietetici, risultano comunque idonei anche a determinate categorie di consumatori. E’ appunto l’argomento cui si riferisce l’art. 3 del Decreto 111/92.

Quali ‘modalità di indicazione’ sono state sino ad ora stabilite? La risposta è nella nota ministeriale (dizione del tipo Non contiene fonti di glutine, ma perché solo per i prodotti a base di carne ed i gelati in vaschetta?).

Non sarebbe il caso che il Ministero chiarisse, o meglio, aggiornasse la nota in questione e, comunque, utilizzasse uno strumento un po’ più formale (circolare, DM, ?)?

Prodotti dietetici senza glutine.

Vediamo intanto di capire bene di cosa stiamo parlando.
Dice il Ministero della Salute: Alla luce delle disposizioni normative vigenti, si rileva che sono proponibili come prodotti dietetici senza glutine, ai sensi del decreto legislativo 111/1992, alternative di alimenti in cui il glutine è parte degli ingredienti caratterizzanti (pane, pasta, prodotti da forno, farine e simili ).

La definizione meriterebbe un po’ più di precisione: spesso, infatti, ci si trova a dover decidere se un determinato prodotto, che si vuole presentare come ‘idoneo ai celiaci’, ricada o meno nel campo d’applicazione del Decreto 111/92. L’incertezza e la variabilità delle decisioni prese è dimostrata, tra l’altro, dalla varietà di prodotti che popolano il Registro Nazionale e tra i quali abbiamo trovato, ad esempio, delle olive ripiene di carne!

Il consumatore, comunque, non dovrebbe avere difficoltà ad identificare questa categorie di prodotti, essendo gli unici a poter utilizzare menzioni tipo ‘dietetico’, ‘senza glutine’ e simili (tanto è vero che per gli altri si è reso necessario inventare la già citata frase Non contiene fonti di glutine.) L’uso del condizionale è però d’obbligo dato che, in realtà, le etichette e le pubblicità sono piene di frasi più o meno fantastiche e ingannevoli del tipo ‘gluten free’, ‘zero glutine’, ‘adatto ai celiaci’, ecc.
Come già detto all’inizio di queste note, la situazione è complessa e molte sono le cose che sarebbe utile prevedere, alcune certo lunghe e difficili, altre un po’ meno.

Tra queste ultime:
– migliorare le norme che regolano le modalità di indicazione dei prodotti di uso corrente adatti ad una alimentazione particolare (la direttiva è dell’89, il decreto del ’92, la nota ministeriale del 2003 e siamo nel 2007?);

– rendere il più possibile oggettivo il campo d’applicazione del decreto 111/92 per quanto riguarda i dietetici senza glutine;

– definire una metodica analitica ufficiale a cui tutti facciano riferimento (in assenza della quale è inutile parlare di soglie quantitative!).

Dott.  Alfredo Clerici
Tecnologo Alimentare

Newsfood.com

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