La produzione di grano nel mondo aumenta, ma in Italia rimane insufficiente. Inoltre, il grano è spesso di bassa qualità, e costringe i produttori a rivolgersi all’estero.

AIDEPI, l’Associazione delle industrie e della pasta italiane, analizza il momento attuale, sfruttando l’arrivo della “stagione calda” del grano.

I dati sono globalmente positivi. Per il 2018-19, si parla di una produzione totale di 38,6 milioni di tonnellate, con una crescita del 4,3% rispetto al biennio precedente. Tuttavia, la situazione in Europa ed Italia non stimola l’ottimismo. Nel Vecchio Mondo, la produzione di frumento duro è in calo da anni, con un calo previsto del 3,2% rispetto al passato. In Italia, la superficie dedicata è di 1,28 milioni di ettari (-1,8% dovuto al calo di investimenti nel Sud e nelle Isole) con una produzione attesa a livello nazionale di 4,2 milioni di tonnellate, praticamente stabile rispetto al passato.

Una quantità non sufficiente, che porta i pastai italiani a rivolgersi all’estero. Secondo AIDEPI, i maestri nostrani si rivolgono alle varietà provenienti da Nord e Sud America (Messico in primis), Francia ed Australia. A motivare la loro scelta, la qualità. Quasi sempre infatti (83%) il grano che viene dall’estero contiene un elevato contenuto proteico (superiore al 13%) e per questo viene pagato di più (+15% rispetto alla media nazionale). Di contro, il grano italiano è raramente (35%) con un contenuto proteico elevato ed a volte (30%) di qualità medio bassa e non adatto alla panificazione. Tuttavia, spiega AIDEPI, questo si traduce in vantaggio per i consumatori, con i produttori costretti a miscelare grano nostrano e straniero per una pasta buona e salutare.

Sempre dalla loro parte, la Legge di purezza della pasta, “lista della spesa” di requisiti indispensabili. Il provvedimento del 1967 è chiaro: la pasta italiana deve essere realizzata con semola di grano duro ed una dose di proteine non inferiori al 10,5% del totale. Il Made in Italy va spesso oltre la legge, con la pasta odierna capace di toccare un livello proteico medio di almeno il 12-13% ed oltre. Oltre a questo, attributi come il colore o la quantità di glutine. Se anche solo uno di questi non è rispettato dal grano “di partenza” il prodotto finale

Ciò detto, i buoni risultati del settore non nascondono il problema: la produzione nazionale di grano è ben lontana da assicurare l’autosufficienza nazionale.

Per questo Aidepi auspica un cambio di strategia, basata su una maggiore collaborazione tra gli attori del settore. Conclude il presidente Riccardo Felicetti: “Un primo passo è stato fatto, con la sottoscrizione di contratti di filiera pluriennali tra parte agricola, cooperazione e industria che hanno l’obiettivo di garantire agli agricoltori un reddito sicuro, fissare premi di produzione legati al raggiungimento di standard qualitativi del grano in base alle esigenze dell’industria della pasta, migliorare il grano duro nazionale. Rappresenta l’inizio di un percorso virtuoso di collaborazione, con la consapevolezza che la condivisione è sempre uno strumento di forza”.

Matteo Clerici