Il clima cambia il modo di coltivare, raccogliere e alimentazione

Il clima cambia il modo di coltivare, raccogliere e alimentazione

Il clima cambia e cambieranno anche le nostre abitudini: dalla coltivazione agli allevamenti alla scelta dei cibi

IL CLIMA INCIDERA’ SU NOSTRE SCELTE NUTRIZIONALI – IL CLIMA MODIFICHERA’ I MODI DI PRODURRE COLTIVARE RACCOGLIERE

Abbiamo avuto recentemente notizia di diversi congressi e convegni mondiali curati da Agenzie del Food, della Sanità, della Climatologia, non ultimo un tavolo a Katovice in occasione di Cop24.
Accordo raggiunto o no, asticella bassa o insignificante sono i giudizi più o meno positivi che la stampa mondiale riporta. Per noi, oramai nonni, quello che conta è di lasciare opportunità migliori ai nostri nipoti, garantendo da un lato un lavoro che sia gratificante (non solo in termini di stipendio) e dall’altro un ambiente sano.

Abbiamo interpellato Giampietro Comolli che già in occasione del Cop 21 di Parigi, appena terminato Expo Milano 2015, aveva lanciato un segnale importante.  In particolare era rivolto alle Dop e Igp dei prodotti tipici italiani collegati al cambiamento climatico. Quanto il cambio possa incidere sui disciplinari di produzione oggi, quanto la globalizzazione mentale e produttiva debba essere pre-governata rispetto che subirla.

Un tema oggi nuovamente alla ribalta anche se l’agricoltura europea negli ultimi 20 anni, è passata da una quota del 24% (1989) all’attuale 10% (2016), come incidenza sul totale delle emissioni di gas serra di tutta l’UE. In tutto il resto del mondo le emissioni agricole sono aumentate del 14% nello stesso periodo.

Al di là di questo dato significativo, Comolli sostiene che tutti i disciplinari di vino, olio, ortaggi, legumi, frutta, salumi ecc… devono adeguare i disciplinari di produzione.  Devono dare più attenzione al “territorio-ambiente” in cui si coltiva e/o alleva e/o cresce e/o matura  la materia prima con cui si producono i prodotti.

Nel vino  – dice Comolli – oramai da circa 7-10 anni non vi è più il problema del raggiungimento delle gradazioni minime dei disciplinari non solo in pianure ma anche in altipiani del centro-sud Italia. Questo sposterà sempre più in alto il limite di coltivazione e allevamento, anche attraverso modelli, tecniche di impianto e di allevamento, oltre che di alimentazione, concimazione, irrigazione.

Cibo-dieta sta diventando una unica scelta alimentare, come pure santità-benessere e quindi dare garanzia che le Dop attuali siano rispettose dei disciplinari è fondamentale. Meglio cambiare le regole ufficiali, che bypassarle. Appunto, come dice Comolli, è il caso di certi vitigni che vanno a cercare ambienti-territori-climi più idonei e migliori per mantenere la qualità.

Così pure i produttori di  olio EVO, extra vergine d’oliva.
Oltre il 45° parallelo si sta sviluppando sempre più la coltura dell’Ulivo; il mais da polenta sale di quota; il Pinot Nero è piantato sull’Abetone e vicino al Nevegal nelle Prealpi bellunesi. Ma l’ulivo c’era già, sulle montagne lucane e crotonesi, diversi anni orsono e oggi si vedono e si assaggiano prodotti dalle caratteristiche uniche: profumi importanti e delicatezza di sapore, non più oli EVO in cui la carenza di profumi nitidi era compensato da un sapore forte, eccessivo e da una densità colorimetrica elevata.

 

E’ il caso delle “dolomiti lucane” – ci confida Comolli, attento conoscitore dell’olio Evo già partecipante alle sedute con Gino Veronelli negli anni ’90 e attualmente ricercatore delle eccellenze a tavola da promuovere presso le associazioni internazionali del gusto italiano. Dolomiti lucane sono in quel lembo di terra che respira l’aria salmastra e iodata ionico-tirrenica, fra i due mari, zona Campomaggiore, nota come città utopica della giustizia e della libertà degli abitanti, voluta nel 1741 dal conte Rendina.

Una libertà che si respira fra boschi, massi rocciosi, resti di case e gli ulivi della azienda Antico Frantoio di Perna. Qui l’ulivo cresce in un ambiente ideale dove la temperatura in estate non raggiunge mai picchi troppo elevati.

Da qualche anno si sta cambiando il modo di potare gli ulivi, cercando di arieggiare la pianta ma mantenendo ombreggiata la parte centrale. E’ per proteggerla dai raggi del sole quando è allo Zenit, come ci dice Alberto Galluffo, capo panel siciliano di grande esperienza. Per i suoi oliveti nel trapanese che guardano il mare, la mosca olearia è quasi sconosciuta. I suoi oli hanno fatto impazzire i Giapponesi.

 

Redazione Newsfood.com

 

 

 

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