Il concetto di Città, saggio di Achille Colombo Clerici – La città ideale

Il concetto di Città, saggio di Achille Colombo Clerici – La città ideale
Molto interessante questo saggio di Colombo Clerici che, scavando nel passato, si interroga su cosa sia veramente la città e come si sia evoluto nel tempo la governabilità e la vivibilità da parte dei suoi abitanti. Ma quale è il vero senso della vita dell’Uomo? Forse non lo scopriremo mai e nemmeno sapremo se sia meglio vivere in una casetta di campagna o in un agglomerato urbano di milioni di individui.
La redazione di Newsfood.com nutriMENTE
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Oggetto: FE.N.CO. «Il concetto di Citta’» saggio di Achille Colombo Clerici pubblicato sulla Rivista della Federazione Nazionale dei Consoli (Roma) a corredo della Relazione Annuale al Bilancio di responsabilita’ sociale 2017/2018
Data: 31 marzo 2018 17:36:36 CEST
 «Il concetto di Citta’»
Secondo il rapporto 2016 dell’ United Nations Human Settlements Programme, oggi la popolazione mondiale si stima abbia toccato la soglia dei 7 miliardi di persone; più della metà vive nelle città, dove si genera il 60% del prodotto interno lordo globale. E secondo le previsioni dell’Onu  nel 2030 la popolazione  raggiungerà gli 8,5 miliardi; due terzi sarà concentrata negli insediamenti urbani. Da qui la necessità,  secondo il rapporto, di edificare, entro il 2025, un miliardo  di abitazioni aventi i requisiti minimi di abitabilità; il che comporterà un investimento finanziario tra gli 80 e i 110 mila miliardi di dollari.

L’inarrestabile inurbamento globale rappresenta, al tempo stesso, un rischio e un vantaggio e tutto dipenderà da come il fenomeno sarà affrontato. Se non cambia la situazione attuale, se non cambiano i paradigmi attuali di governo, asserisce  il rapporto, è un rischio perché la condizione di milioni di persone peggiorerà, scivolando in una crescente disoccupazione e, quindi, verso la povertà.
Al contrario se sarà ben governato, diventerà un’opportunità per tutti perché sarà “propizio allo sviluppo economico globale”. E raggiungere quest’auspicabile obiettivo dipenderà dall’importanza che le autorità locali e nazionali riserveranno alla pianificazione urbana, così da rendere le proprie città sostenibili per l’ambiente, resilienti, socialmente inclusive, sicure ed economicamente produttive. “Un approccio olistico, che integri piani regolatori, quadri normativi, pianificazioni urbanistiche e finanziarie, riconoscimento e rispetto dei diritti  umani. La necessità di porre la persona al centro della crescita sostenibile”.

Assoedilizia, fondata nel 1894, istituzione  milanese e lombarda rappresentativa della Proprieta’ Edilizia, partendo dall’analisi della realtà urbana delle città italiane, ha recentemente promosso la costituzione del primo nucleo dello Smart City Forum, unitamente ad un Team di ricerca IEFE-Università Bocconi di Milano coordinato dai professori Giuseppe Franco Ferrari ed Edoardo Croci.  L’ iniziativa culturale si sviluppa nell’ ottica di un auspicato futuro prossimo venturo di rigenerazione urbana per approdare alla smart city, attraverso la riqualificazione urbano-edilizia ( riuso/sostituzione ) nonchè la realizzazione della prestazionalità delle strutture e della  biodiversità del tessuto urbano .

L’ occasione per ragionare sul concetto di città e di qualità del vivere nella città è dunque forte e suggestiva. 

Credo che un breve excursus, anche per l’esigenza di sintesi richiesta a questo scritto, sul concetto di città ci permetta di meglio comprendere questa realtà e quali siano i suoi caratteri, le sue peculiarità e le sue funzioni. 

Forse nessuna nozione al mondo, tranne quella riguardante l’essere umano, ha avuto tante definizioni.

Ogni pensatore ne ha delineata una, a seconda della propria concezione culturale, della propria visione politica, sociale, economica, della propria sensibilità etica o estetica .

Nel pensiero antico predominavano i filosofi, ed i letterati: sicche’ la citta’ nasce concettualmente come ideale comunità.

Ma, quando gli architetti assurgono al ruolo di regolatori sociali, si materializza come luogo.  Ed allorquando sociologi ed economisti si ergono ad interpreti della logica urbana, si dematerializza, come funzione: oggi viene addirittura vista come piattaforma di servizi immateriali.

Mi piacerebbe, fra tutte le nozioni e definizioni di città nelle quali mi sono imbattuto, nel mio lungo peregrinare sui temi dell’urbanistica,  passare in rassegna alcune tra quelle che mi hanno maggiormente colpito.

Ognuna di esse contiene una parte del tutto, a seconda dell’angolo di visuale dal quale proviene; la visione sinottica ne permette una più completa messa a fuoco.

Se poi il lettore vuole porvi mente con attenzione e curiosità, potrà accorgersi che è un bel gioco quello di calarvi dentro la propria visione delle cose del mondo.  


Città, comunità di persone, secondo gli antichi teologi e filosofi

Tanto nel pensiero dell’antica Grecia, quanto in quello cristiano dei primi Padri della Chiesa, città non identifica un luogo fisico, quanto piuttosto una comunità di persone.

Il pensiero di Agostino di Ippona ( De civitate Dei contra paganos) il cui fulcro quadrativo risiede nella dominanza di Dio, secondo Salvatore Settis – archeologo, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa – si riflette nel quadro di Giorgione “La tempesta”. 

Vi si descriverebbe la cacciata di Adamo e di Eva dal Paradiso e vi sarebbero simboleggiate le due città: la Città di Dio (come ordine spirituale), dominata dalla folgore che rappresenta la potenza divina e la città terrena (il Paradiso della cacciata), citta’ murata, contornata dalle rovine della morte ed introdotta dai primi piani di Adamo e di Eva nell’atto di allattare Caino, considerato da Agostino come il fondatore della citta’ terrena.


La città stato
Nel pensiero filosofico greco la città si identifica con lo stato (polis); l’attenzione dei pensatori si incentra sugli aspetti dell’organizzazione (le diverse classi sociali: chi produce, chi governa, chi difende la città, chi amministra il culto ) e del governo della società (monarchia, aristocrazia, politica e sulle loro forme degenerate: tirannide, oligarchia )  e sul rapporto tra cittadini e stato.

Così Platone ed Aristotele teorizzano sulla graduazione dei nuclei aggregativi sociali e sulla loro interfacciabilità (la famiglia, la società, lo stato ). 

E teorizzano sulla massima istanza che deve caratterizzare il rapporto tra il cittadino e la polis: la partecipazione diretta del cittadino stesso al governo della cosa pubblica.


La città ideale di Platone
La città ideale, nella concezione platonica – presente nella Repubblica, e ripresa nel Timeo – è una schematizzazione della organizzazione sociale, di valore universale ed ancor oggi ovunque in atto.

Da un lato i custodi della patria, che combattono per la sua difesa; che non debbono esser dediti ad attività produttive di ogni sorta; dall’altro, gli agricoltori, gli artigiani, i commercianti, i pastori che debbono mantenere i primi.

In mezzo, i sapienti, i saggi, i filosofi ai quali dev’esser affidata la cura del governo della cosa pubblica.


La città politica
Nel primo secolo a. C. lo storico e geografo greco Strabone definiva la città come lo strumento per governare il maggior numero di uomini con il minor numero di uomini.

Duemila anni dopo, ancora dominava una concezione politica che vedeva nella fabbrica, all’interno delle città, il luogo ideale per il miglior controllo delle masse: nel nostro Paese questa visione ha prodotto, nel secondo dopoguerra del secolo scorso, una violenta accelerazione dell’ esodo dalle campagne e dell’inurbamento, nonche’  rilevanti processi di migrazione di massa dal Sud al Nord. 

In particolare Milano e Torino si contraddistinsero quali nuclei propulsori della ricostruzione del Paese e della sua trasformazione da agricolo a industriale: in pochi anni si costruirono in Italia cinque milioni di alloggi.

E a Milano, chi non ricorda, negli ultimi anni ’70, le pesanti operazioni urbanistiche in alcuni quartieri popolari, (ad esempio il quartiere Garibaldi) che avevano tra le finalità anche quella di mantenere l’assetto sociale esistente ?


Città democratica e città gerarchica
Al Farabi, filosofo e scienziato arabo del decimo sec. d.C., concepiva la “città virtuosa” come un complesso istituzionale gerarchico, nella convinzione che la città democratica fosse sì una città felice, perché ognuno può realizzare ciò cui aspira, ma alla fine generatrice di caos.


La città Immaginifica
Molte città recano l’impronta dei governanti che vi trasfondevano il carattere dei regimi politici o ideologico-istituzionali, di cui volevano l’affermazione e la celebrazione: abbiamo tutti presenti la magnificenza, la maestosità delle città regali, o l’architettura gotica e opprimente, oscuramente ispirata all’esoterismo, di Albert Speer ai tempi di Hitler, o quella massiccia, squadrata e pervasiva di Piacentini nel periodo fascista, che richiama l’efficientismo della romanità. 

Pensiamo anche alle valenze simboliche dei grattacieli americani o dei blocchi sovietici.

Papa Giulio II della Rovere, nella Roma del Cinquecento, andò alla ricerca della monumentalità e della pompa, non fini a se stesse, ma tese “ad maiorem Dei gloriam”. Una Roma quella di Giulio II, per nulla pianificata; con palazzi monumentali e templi eretti in mezzo a radure ed orti. 

Ottant’anni dopo arriverà Felice Peretti, papa Sisto V, che affiderà all’architetto lombardo/svizzero (Melide – Lugano 1543) Domenico Fontana il compito di redigere un vero e proprio piano regolatore della città, con strade, piazze, fognature, rete idrica: la “Roma felix”, nel nome e per l’intento del papa. 

Quanto alla valenza immaginifica dei materiali usati, pensiamo alla solarita’ dell’intonaco nel Rinascimento, che richiama i valori spirituali; alla rudezza ed essenzialità della pietra, evocatrice della austerità delle virtù borghesi, nei periodi neoclassico ed eclettico; alla funzionalità ed alla capacità di impressionare tipiche del marmo lucidato, materiale attraverso il quale, ad iniziare dal periodo del razionalismo, si rese l’idea della modernità e della potenza economica industriale e finanziaria.   


La città etica
Sullo sfondo aleggiava la concezione del teologo; così bene espressa, dal gesuita Giovanni Botero (nel suo trattato “Cause della grandezza e magnificenza della città” 1589, in piena Controriforma) che considerava la città una radunanza di uomini, riuniti per vivere felicemente.
Echeggiava, in un certo senso, la definizione datane da Cicerone secondo cui “nati sumus ad congregationem hominum et ad societatem comunitatemque generis humani.”
Una sorta di aggregazione di “mutuo soccorso e di mutuo ausilio” ispirata ai valori della partecipazione e della solidarietà.
Dalla cultura della ricettività ospitaliera alla cultura della ospitalità alberghiera

I Gesuiti, peraltro, (Acta della Congregazione Generale della Compagnia 1558)  furono antesignani nel prefigurare un modello di convivenza ordinata secondo uno schema razionale improntato alla massima funzionalità della struttura edilizia in rapporto alle esigenze abitative di una comunità.
I moduli, infatti, delle case religiose e dei collegi gesuitici costituirono la base per l’impostazione della più moderna cultura della ospitalità per ciò che riguarda tanto le  strutture edilizie, quanto le regole delle ricettività; e favorirono il passaggio dalla cultura ospitaliera, primo-medioevale dei monasteri e dei conventi, poi rinascimentale delle corti, a quella romantica degli alberghi.

Sempre nel periodo della Controriforma ci fu chi, come il severo ed austero Carlo Borromeo, si spinse a prescrivere il tenore dell’arredo e delle suppellettili nelle case dei religiosi (Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae, libri duo 1577 ).



La funzionalità
Venendo a visioni più funzionali passiamo dalla concezione del progettista Le Corbusier (che parlava, parafrasando, di macchina per vivere) a quella dell’amministratore pubblico dei nostri giorni (Chiamparino, sindaco di Torino), che definisce la città come il luogo delle contraddizioni.

Una visione che si riconduce alla concezione dell’architetto umanista. 

Filarete parlava della città ideale, come del luogo in cui si riuniscono e si concentrano il massimo dei vizi ed il massimo della virtù (“dall’osservatorio astronomico al lupanare”, come dire dalle stelle alle stalle). 

Una realtà variegata e contraddittoria, ardua da comporre e da governare.

Significativa anche la definizione dell’esteta inglese dell’eta’ vittoriana, John Ruskin, che parla di luogo della accumulazione; in un certo senso evocando il dualismo tra natura allo stato brado e natura manipolata, costruita, trasformata dall’uomo; nella quale, a seguito dell’azione umana, il paesaggio si fa gradatamente paese e questo, a sua volta, diviene città. 

Il processo è proprio quello della accumulazione, non solo delle risorse, ma soprattutto delle attività, delle funzioni.

Secondo Lloyd Frank Wright ( 1867-1959 USA ) teorico della Architettura Organica, che sulla bellezza del paesaggio basa l’unita’ e la diversita’ urbana, attraverso il collegamento individuo territorio, fattore di armonia.
Ostracismo dunque alla congestione ed alla concentrazione urbana, dimore possibilmente mononucleari, uso di materiali tali da permettere l’osmosi tra interno ed esterno ( vetri, strutture leggere di acciaio ), interramento dei servizi e degli impianti: i punti qualificanti di questa concezione edilizio-urbana.  



La città fattore  di crescita
Un passo avanti ed incontriamo la descrizione che ce ne fa il business-guru Jonas Riddersträle, docente a  Ashridge Business School in the UK (meeting Ambrosetti Cernobbio 2007, seminario “Città motore di crescita”) il quale collega la città all’idea di sogno: la città capace di fare immagine, come fonte di richiamo, dotata di un forte appeal basato sulla attrattività, intesa come capacità, non tanto di essere migliore, quanto di essere diversa, sull’eco del Poeta che parlava di “diversità sirena del mondo”.

Qui si innesta chiaramente, a mio giudizio, il discorso della qualità del vivere nella città. 

La vivibilità urbana non può che esser determinata da efficienza, da funzionalità, da equilibrio socio-economico e territoriale-strutturale.

La competitività è anche qualità dell’offerta di beni e servizi. E dunque anche organizzazione dei servizi stessi rivolti alle persone ed alle imprese come opportunità di lavoro, di studio, di cultura, di socializzazione.

Da questa visione discende la concezione della sociologa statunitense Saskia Sassen, Professore nella Columbia University e coordinatrice di un progetto quinquennale Unesco su “Sustainable human settlement”, che parla di città intesa come piattaforma di centri di servizi globali, inserita in un circuito globale, soprattutto con riferimento ai servizi intermedi (Workshop Ambrosetti Cernobbio 2008). Piattaforma globale e hub di servizi anche immateriali. 


Nel maggio del 2015, uno dei Seminars Aspen di Venezia era incentrato sul tema della Smart City. Assoedilizia in quella sede ha sviluppato una riflessione  che ha portato ad una visione  funzionale di citta’.

In tale ottica va rilevato preliminarmente come la città sia il luogo della complessità, ma anche della sintesi.

In un approccio sociologico possiamo dire che città è l’ incontro di comunità, di ambiente e di cultura:

-comunità implica i concetti di sussidiarietà, di solidarietà, di sicurezza;

-ambiente contiene l’aspetto dell’ecologia, della salute umana, dell’equilibrio socio-territoriale e struttural-territoriale;

-cultura richiama l’appeal, le opportunità in termini di conoscenza, di lavoro, di socializzazione.

Dall’insieme di queste componenti scaturiscono la qualità del vivere e la competitività complessiva della città e del territorio.

Oggi, il nostro mondo locale si proietta nel mondo globalizzato. La globalizzazione – giova sottolinearlo – è fenomeno complesso, non solo economico e finanziario, ma etnico, sociale e culturale.


La competitività e la cultura sul territori
Se la città deve essere competitiva, la sua offerta complessiva non può prescindere dunque dall’immagine culturale: che deve ancorarsi al territorio, attraverso quello che Massimo Cacciari ( nel saggio “La Città “) definisce  “radicamento terraneo”, per poter in qualche modo contrastare l’effetto dei processi socio/economici deterritorializzanti, che oggi attraversano il nostro mondo. 

In campo socio-economico i processi di ristrutturazione, di innovazione tecnologica, di terziarizzazione, di finanziarizzazione, di internazionalizzazione. 

In campo territoriale la deindustrializzazione e la delocalizzazione.

Il radicamento della cultura al territorio si realizza appieno quando l’uomo percepisce la sensazione di trovarsi al centro dell’essere, perchè in tal modo supera la tentazione di volgersi  altrove. 

Se essere è conoscere, al centro della conoscenza. Se essere è sentire, al centro dell’emozione. Se essere è apparire, al centro della visibilità. 

Nella odierna civiltà dell’immagine  la periferia culturale è sinonimo, oltre che di marginalità, di decadenza.

Parlare di città è un esercizio dialettico che potrebbe andare avanti all’infinito.
Quanto a me mi fermo qui. Qualche spunto di riflessione l’ho messo a fuoco.

Achille Colombo Clerici
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