È natura umana rifiutare ciò che non si conosce bene, nel ‘400, quando prese piede in Occidente la stampa, furono in molti coloro che si opposero a questo nuovo metodo di
diffusione della conoscenza, il «libro» cambiava volto, ed invece di essere frutto della sapiente arte degli scriptores, diveniva un bene svalutato e di massa.

La stessa reazione è stata riservata a numerose invenzioni, dalla polifonia musicale, ai primi studi di anatomia, fino alle macchine industriali, ed Internet. È umano, ed in fondo
anche saggio, accogliere le novità con cautela per poterne impedire i potenziali e sconosciuti effetti negativi.

Negli ultimi anni, però, nel nostro Paese questa cautela si esprime spesso attraverso il totale rifiuto del nuovo. Un rifiuto che, mirando ad esorcizzare le possibili conseguenze
negative -che potrebbero anche non esserci- impedisce quella sperimentazione e studio necessari ad individuare, appunto, benefici e inconvenienti. Questo è accaduto per la ricerca con le
cellule staminali, per i prodotti geneticamente modificati (Ogm), per la sperimentazione di alcune forme di limitazione del danno sulle politiche sulle droghe, e così via. Ora tocca alla
vendita di prodotti derivati da animali clonati, a cui tutti -ma proprio tutti- sembrano opporsi.

Ma se questi prodotti sono sicuri, non si capisce per quale motivo debbano rimanere proibiti ancor prima di averli quantomeno studiati. Per questo siamo convinti che bene abbia fatto la
Food and Drug Administration (l’Ente federale per l’alimentazione e i farmaci) degli Stati Uniti a dare il via libera alla vendita di carni e altri prodotti derivati da animali
clonati, visto che non solo sono sicuri, ma sono addirittura indistinguibili da quelli derivati da animali non clonati.

Attraverso la clonazione, ad esempio, sarà possibile creare prodotti di consistente qualità, che nasceranno con certe caratteristiche -già note al momento della
fecondazione- e consentiranno una migliore programmazione e sicurezza economica dei produttori. Questo porterebbe certamente ad un abbassamento dei prezzi, come è già avvenuto con
l’introduzione delle vaccinazioni o della riproduzione assistita selettiva.

Eppure in Italia la decisione della Fda è stata accolta da un pressoché unanime coro di no. Associazioni di produttori, di consumatori, politici, tutti insieme per difendere i
consumatori e la qualità della carne contro il Male che oggi prende il nome di Biotech. Contrariamente ad altre biotecnologie nel settore alimentare, quali ad esempio gli Ogm, le
preoccupazioni sulla clonazione appaiono assolutamente infondate e frutto più di superstizione che di cautela. Non ci è poi chiaro, infatti, per quale motivo la clonazione debba
essere discriminata rispetto ad altre forme di riproduzione artificiali, ampiamente già praticate in tutto il mondo.

In aggiunta alla qualità dei prodotti da allevamento, la clonazione potrebbe garantire pure una maggiore sicurezza per la salute dei consumatori. È di qualche giorno fa la notizia
che un team di scienziati americani e giapponesi ha fatto nascere in laboratorio, grazie al processo di clonazione, dodici mucche immuni dal morbo della ‘mucca pazza’. Quindi, i cittadini
americani potrebbero presto mangiare la bistecca senza il timore di venire colpiti dall’encefalopatia spongiforme bovina (Bse). Se questo tipo di prodotto divenisse realtà, si
eviterebbero le crisi dovute a sindromi tipo mucca pazza, crisi che colpiscono duramente i produttori e soprattutto i consumatori, costretti a pagare di più la carne oltre che a
rinunciarci periodicamente.

Per questo ci auguriamo che l’Italia voglia valutare l’opportunità di permettere la vendita di prodotti di animali clonati. Soprattutto ci auguriamo, qualora si continuasse a respingere
sempre e comunque il progresso scientifico, che non venga proibita l’importazione di carni prodotte all’estero attraverso la clonazione. Questo sarebbe la dimostrazione che non sono gli
interessi dei consumatori a stare a cuore, ma gli interessi di bottega dei produttori.

Ma l’augurio più profondo e sentito riguarda il recupero di un approccio alla regolamentazione della convivenza civile fondato sulla logica e non più solo sull’istinto.

di Pietro Yates Moretti