Milano, 11 giugno 2007 – Si sa, gli italiani non sono grandi bevitori, eppure alcolici e superalcolici ricoprono un ruolo fondamentale nel mercato italiano delle bevande consumate nel
canale Horeca (il circuito dei consumi fuori casa). E’ quanto emerge dai dati presentati da CDA, (Consorzio Distributori Alimentari) – il più importante gruppo indipendente italiano di
distributori di bevande, con una quota di mercato che sfiora l’11% – nel corso del meeting dedicato proprio a questa categoria di bevande.

Gli italiani consumano ogni anno fuori casa circa 19 miliardi di litri di bevande (circa 328 litri pro capite), di cui “solo” l’1,2% (235 milioni di litri) di alcolici, eppure questa categoria
merceologica, che comprende birra, vino e superalcolici, è di primaria importanza per l’intero mercato. Produce infatti da sola ben il 63,8% del fatturato dei distributori di bevande:
vale a dire oltre 2,7 miliardi di euro nel 2006 su un totale di circa 4,3 miliardi (realizzato per oltre il 75% nel canale Horeca). Un dato che non stupisce se si considera che il valore di
mercato di questi prodotti è nettamente superiore rispetto a quello di acqua minerale e soft drink.

Ma quanto incidono gli alcolici sui consumi fuori casa? Birra, vino e superalcolici incidono per oltre il 60% sul consumo totale di bevande nei pubblici esercizi italiani, mediamente
così ripartito: 24,9% alcolici, 23,7% (in costante crescita) birra e 13,5% vino. Gli analcolici rappresentano invece il 21,3% (in calo) dei consumi, mentre l’acqua minerale si attesta
attorno al 16% in leggera salita.

Se è vero quindi che da un lato birra e vino ricoprono un ruolo fondamentale, dall’altro il resto del mercato si presenta estremamente frammentato fra le varie categorie di
superalcolici, oltre che tra un numero elevatissimo di marchi e referenze. Solo all’interno di CDA, il comparto dei superalcolici risulta infatti così ripartito: il 26,31% è
rappresentato dagli aperitivi (con 29 referenze differenti), vengono poi gli amari con il 12,95% (e 89 referenze), i liquori dolci con l’11,22% (e ben 796 marchi diversi), la vodka con il 9,33%
(per 208 referenze), il rhum con il 9,02% (397 referenze), il vermouth con il 7,01% (34 referenze), le grappe con il 5,38% (e ben 805 referenze) e quindi, a seguire gin (4,21% per 65
referenze), whisky (4,15% per 225 marchi), sambuca (3,88% per 34 referenze), brandy e cognac (3,24% per 125 referenze), limoncello (2,68% con 77 referenze), tequila (0,50%) e alcol (0,10%).

Oltre il 33,5% dei consumi di alcolici avviene, come prevedibile, nella fascia serale dell’after dinner, registrando una tendenza in netta crescita (si prevede un 6% nel 2007). Altrettanto
considerevole la quota dei consumi nelle ore dei pasti (33,1%); l’aperitivo si attesta invece intorno al 12%, mentre il 14,2% dei consumi avviene in altri momenti della giornata (metà
mattina o metà pomeriggio).

Eppure quello che manca in Italia sembra essere una vera e propria cultura del bere, messa in luce anche dalla scarsa incidenza dei cocktail sui consumi di alcolici fuori casa: la loro quota
supera infatti di poco il 17% e le previsioni li vedono addirittura in calo nel corso di quest’anno.

“Il comparto degli alcolici sta registrando in questi anni soddisfacenti livelli di crescita e dalla nostra analisi è evidente come esso giochi un ruolo fondamentale per i bar italiani –
spiega Lucio Roncoroni, direttore di CDA – che si affidano a noi grossisti per i loro approvvigionamenti. E’ compito nostro quindi lavorare in stretta collaborazione con l’industria per
favorire il sell-out di questi prodotti e contribuire ad accrescere la cultura nel settore, sia nei confronti dei baristi che dei consumatori finali, da un lato attraverso iniziative di
formazione professionale, dall’altro appoggiando la realizzazione di campagne di sensibilizzazione sul bere consapevole”.

Il Consorzio Distributori Alimentari
nasce nel 1988 in Lombardia, dal desiderio di alcuni imprenditori locali operanti nel settore della distribuzione di bevande. Scopo del consorzio era, da una parte, quello di ottenere tramite
l’associazionismo un potere contrattuale maggiore nei confronti del mondo della produzione; dall’altro, quello di operare in termini mutualistici su di una categoria che è sempre stata
storicamente molto disaggregata.

Da gruppo regionale, nel giro di pochi anni, CDA si è consolidato in una struttura dal carattere nazionale in un continuo crescendo di adesioni: il consorzio infatti conta oggi ben 91
associati distribuiti in tutte le regioni italiane, per un fatturato di 450 milioni di euro nel 2005, ottenuto per il 75% nel canale Horeca. CDA vanta un quota di mercato pari al 10% e serve,
grazie ai suoi 600 venditori, oltre 40.500 pubblici esercizi su tutto il territorio nazionale.

In un mercato che vede sempre più le Aziende di Produzione essere anche Aziende di Distribuzione, chi desidera mantenere la propria indipendenza di mercato ed i valori imprenditoriali
su cui ha basato la propria attività, ha sempre più bisogno di operare in un contesto di confronto e di servizio adeguato, propulsivo ed aggiornato.

Ciò è possibile solo stando insieme ad altre Aziende che hanno le stesse motivazioni e che perseguono gli stessi obiettivi, supportati da una centrale che aiuta a sviluppare
l’identità e l’indipendenza aziendale come valori positivi da offrire al mercato assieme a innovazione, assortimento, servizi e rapporto.

Per informazioni: www.cdaweb.it