Il nostro doping quotidiano

Il nostro doping quotidiano

Il 20 per cento degli integratori vitaminici in vendita in Europa, Italia
compresa, in supermercati, negozi sportivi e palestre può contenere steroidi illeciti. Che provocano effetti collaterali seri. Lo denunciano ricercatori tedeschi.

Una compressa effervescente, sciolta in un bicchiere d’acqua, al gradevole sapore di arancia.
È un multivitaminico da pochi euro, acquistato al supermercato, pensando (o illudendosi) che con i primi freddi possa scongiurare raffreddori e influenze.
Solo che nel bicchiere che stiamo per sorseggiare, oltre alle vitamine, potrebbero trovarsi due sostanze non indicate in etichetta e non proprio benefiche: lo stanozolo e il metandienone. In
altre parole, steroidi anabolizzanti. Un’eventualità remota? Tutt’altro.
Gli integratori alimentari, quelli che si possono comprare ogni giorno in supermercati, negozi di articoli sportivi, palestre (oltre che su internet), possono contenere sostanze nocive e
illegali.

L’allarme lo lanciano i ricercatori dell’Istituto di biochimica dell’Università dello Sport di Colonia, che hanno testato una serie di prodotti in vendita in Europa occidentale, Italia
compresa, come integratori alimentari (di proteine, carboidrati, calcio, ferro, zinco) o dietetici, supplementi di vitamine e sali minerali.
Il risultato del loro studio, conclusosi da poco: nel 20 per cento dei casi questi prodotti, destinati al consumo di massa, contengono sostanze non riportate nell’etichetta.
In Italia la percentuale dei prodotti acquistati a campione e trovati positivi è intorno al 14 per cento.
Fra le sostanze proibite più frequenti: testosterone, nandrolone, androstenadione. Steroidi anabolizzanti, pericolosi perché inibiscono la sintesi naturale del testosterone e
creano problemi seri, dalla diminuzione della fertilità a patologie cardiovascolari. E, secondo gli esperti tedeschi, presenti negli integratori esaminati in quantità sufficiente
(bastano pochi microgrammi) da non far superare al consumatore un eventuale controllo antidoping.

Scoperta tanto più preoccupante se si considera che sono 6 milioni gli italiani che consumano con regolarità integratori alimentari e per lo sport, con una tendenza di crescita
costante.
I più venduti sono multivitaminici, integratori di proteine, minerali e sali minerali, supplementi specifici per chi fa sport: amminoacidi, maltodestrine, glutammina, creatina. Su ogni
confezione di questi prodotti, per legge, è riportato il numero della notifica al ministero della Sanità oppure quello dell’autorizzazione che lo stesso ministero concede a chi
intende seguire specifiche di produzione e di garanzia più severe.

«La nostra ricerca» spiega Maria Kristina Parr, responsabile dell’Istituto di biochimica a Colonia, «è cominciata qualche anno fa quasi per caso, quando alcuni atleti
di livello internazionale si rivolsero al Laboratorio del Cio di Colonia (uno dei più accreditati al mondo, ndr) per denunciare anomalie nei loro casi di positività al
doping».
Uno di questi era un mezzofondista italiano di alto livello, Andrea Longo, che nel 2001 venne trovato positivo a un metabolita del nandrolone dopo un meeting di atletica leggera.

Convinto della sua innocenza, Longo girò per farmacie e negozi di mezza Italia allo scopo di acquistare varie confezioni dell’integratore di amminoacidi che assumeva regolarmente, le
consegnò sigillate al laboratorio, chiedendo (e pagando di tasca sua) una perizia di parte. I risultati furono clamorosi: i test biochimici rivelarono la presenza del nandrolone e un
inedito test in vivo rivelò che cavie che assumevano le medesime quantità assunte dall’atleta italiano risultavano positive ai controlli, con le stesse modalità.

Ma com’è possibile che questi prodotti siano contaminati? «Essenzialmente per due motivi» risponde Parr.
«Il primo è la cosiddetta contaminazione incrociata accidentale, il secondo la frode. La contaminazione accidentale è frequente nei prodotti provenienti dagli Stati Uniti
(dove è consentita la libera vendita dei pro ormoni, sostanze che stimolerebbero la produzione di ormoni naturali) e dall’Estremo Oriente (dove molte aziende maneggiano steroidi
anabolizzanti con disinvoltura). In questi luoghi si confeziona ogni tipo di integratore e le contaminazioni nelle vasche di miscelazione sono frequenti.
L’aggiunta fraudolenta viene fatta, invece, da chi vuole potenziare gli effetti degli integratori proteici, per aumentarne l’efficacia e indurre al tempo stesso dipendenza nel
consumatore».

Un consumatore indifeso, visto che non lo aiutano né l’etichetta né specifiche forme di tutela da parte delle autorità sanitarie. «Gli integratori sono alimenti e non
farmaci» ricorda Paolo Aureli, direttore del Centro nazionale per la qualità degli alimenti dell’Istituto superiore di sanità.
«E come tali devono rispondere al decreto legislativo 155 del 1997, che prevede direttive molto rigide per chi produce o importa alimenti e gli impone una sorta di certificazione da parte
di un laboratorio sanitario.
Il problema sono le verifiche, che competono ai medici del Servizio di igiene e andrebbero svolte regolarmente e su base regionale. Se si va alla fonte più che sul mercato, i truffatori
si trovano».

L’idea, però, è che ci sia bisogno di strumenti più efficaci. La maggior parte dei prodotti in vendita in Italia viene dall’estero, molti importatori (specie per i prodotti
più a rischio) cambiano spesso sede e ragione sociale e le vendite via internet, pochissimo controllabili, sono in netto aumento. >«In Germania, Svizzera, Paesi Bassi e
Australia» precisa Parr «i comitati olimpici, in accordo con governi e alcune aziende produttrici, testano regolarmente un buon numero di integratori e aggiornano una lista di
prodotti a basso rischio: è stata messa a punto per gli atleti, ma può essere consultata da chiunque su internet. L’obiettivo è spiegare che, se proprio l’integratore
serve, è meglio che venga scelto tra quelli testati».

In assenza di liste di prodotti sicuri in Italia, una scelta oculata del luogo d’acquisto può tutelare il consumatore?
«Non direi» risponde Alessandro Nobili, farmacologo dell’Istituto Mario Negri di Milano, «perché alcuni degli integratori venduti nei supermercati lo sono anche in
farmacia; il prodotto è lo stesso e la garanzia è solo quella fornita dal produttore.
Di contro, il fatto che un integratore sia prodotto da una grande casa farmaceutica dovrebbe fornire margini di sicurezza maggiori, perché è più difficile che un’azienda
metta a rischio in questo modo la propria reputazione».
Resta però un problema educativo. «L’abuso di integratori non è dissimile da quello di farmaci» sostiene Nobili «e la gente continua a non capire che le reali
carenze di vitamine, ferro o minerali, per esempio, sono rare, e vanno diagnosticate da un medico.
A tutti gli altri consumatori, compresi gli sportivi amatoriali, un’alimentazione sana e varia è più che sufficiente, a dispetto di quanto vuole far credere un certo tipo di
pubblicità».

di Marco Bonarrigo

www.panorama.it

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