IL VINO ITALIANO HA BISOGNO DI CURE

IL VINO ITALIANO  HA BISOGNO DI CURE

IL VINO ITALIANO E LA CABINA DI REGIA MINISTERIALE – UTILE O INUTILE?

NON BISOGNA DORMIRE SUGLI ALLORI … URGE INVESTIRE PER UN FUTURO CHE CAMBIA MOLTO VELOCEMENTE

Data: 28 gennaio 2020
Il vino italiano fra successo commerciale export, freno consumo interno, mercati concentrati, burocrazia, cabine di regia, comitati di pensatori….
Ci vuole vera tutela e supporto di esperti veri. Più attenzione alla sostenibilità, resilienza, consumo responsabile.   
Il vino è sempre più un gioiello italiano, un asset paese. Vale 11,4 mld/euro all’origine. L’export ha superato i 6,3 mld/euro. Eppure succedono ancora i disastri autolesionistici recentissimi capitati in Oltrepo’ Pavese, alle porte piacentine. Un danno difficile da quantificare, che segna ancora una volta un territorio meraviglioso, con potenzialità produttive stupende: regno della Bonarda, regno del Pinot Nero, di spumanti metodo tradizionali e metodo italiano.
Addirittura con due grandi enti di servizi: il Consorzio di tutela e il Distretto tecnico. Oltre logicamente ai controlli di Valoritalia. Quindi qualcuno non ha vigilato, non ha controllato. Un grande tema del vino, non solo italiano, è proprio la tutela, la vigilanza, la certificazione, la tracciabilità. Una unica grande voce, un grido accomuna tutti i vitivinicoltori dell’oltrepò pavese e dell’oltrepò piacentino: difendiamo e comunichiamo la filiera vigna-uva-vino-consumatore.

Troppe parole e pochi fatti. Troppa autoreferenzialità associativa e istituzionale

Tema che anche il recentissimo tavolo ministeriale non ha affrontato: sembra quasi un tabù parlare di bisogni differenti fra mondo vitivinicolo aziendale  e mondo imbottigliamento-cooperazione. Un grande “flop” la cabina di regia romana del Tavolo Vino. Stasi al Comitato Vini, blocco alla Gestione Viti-Vino. Neanche una minima “sintesi” è stato il risultato dell’incontro. Le solite figure rappresentative autoreferenziali sindacali, datoriali, consortili e cooperative non hanno deciso nulla, eppure il mondo del vino italiano urge impegni sostanziosi, scelte drastiche, nuove forme. Francia e Spagna hanno già fatto e sono avanti almeno 5 anni: un tempo enorme paragonato alla dinamicità dei mercati.
Al ministero tante parole, niente fatti. Testo Unico non completato, nessuna misura sul protezionismo e dazi di altri Stati, nessuna novità per consorzi e disciplinari, nessun progetto pro-clima e tutela vitigni-uve riconosciute per docg-doc, nessun sostegno formazione consumi, niente fondi per nuovi mercati lontani. Tutti temi strategici, anche per il vino Colli Piacentini.
La vite, in proporzione alla superficie fogliare, è la pianta che mangia più CO2 ed emette ossigeno, può vivere benissimo anche a 1000 metri e rappresenta fonte di reddito per aree interne difficili, semiabbandonate, nuove giovani imprese. Analizzare, studiare e risolvere tutte le questioni del settore e dei comparti deve essere una azione ordinaria del ministero della agricoltura, non straordinaria, occasionale, anche coinvolgendo ministeri dell’ambiente, del turismo, del commercio estero.

Il ministero deve essere il luogo dove si risolvono i problemi, non dove si procrastinano

Il ministero deve essere il luogo dove si risolvono i problemi, non dove si procrastinano, si eludono, si accantonano, si rimandano per non dare fastidio a nessuno. Sono 20-40 anni che il comparto “agricolo” ha progetti, bisogni, programmi, obiettivi diversi dal comparto “industriale-commerciale-cooperativo”. Ma quest’ultimo, in base alle leggi dall’anno 2001 in poi, detiene in base ai volumi-quantità tutte le maggioranze di rappresentanza e di censo che blocca il settore da un punto di vista pianificatorio, programmatorio.
Si pensa e si lavora per la commercializzazione (senza poi avere le idee chiare su dazi, protezione, doc) e non si dà spazio, valore alla produzione.  Ennesima riunione per parlare: sembra più importante “esserci” che “fare”.

Grandi successi del vino italiano, ma tanti freni istituzionali, formali, sostanziali, burocratici…

Grandi successi del vino italiano, ma tanti freni istituzionali, formali, sostanziali, burocratici per l’enorme potenziale.  La Francia è già partita all’attacco, ha già innestato la marcia della nuova innovazione della globalizzazione segmentato, si è attrezzata con magistrati e avvocati, con agenzie di registrazione. E noi?  Come Italia attendiamo che ci sia un forte cambiamento del modello proprio di “approccio” istituzionale dei vari problemi, una forte eliminazione di gradini e di vincoli ministeriali e burocratici, semplificare eliminando circolari interpretative, assumendo tutti più responsabilità diretta.
Ci sono Decreti da cambiare, c’è bisogno non di un tavolo di parole ma di uno staff tecnico superpartes, fuori dagli enti: già il Comitato Vini è composto solo da rappresentanti di enti. Non facciamo il doppione, il trillone dello stesso strumento. La cabina di regia non deve essere fra ministero ed enti, ma da un gruppo di esperti liberi che siano consulenti del Ministro, che evidenzino strategia di sistema, non giochi di squadra o squadretta perché poi vincono sempre gli antagonismo di rappresentanza e tutto si blocca o il livello si abbassa enormemente. C’è bisogno di rappresentanze nuove.

… bisogna incidere di più sulla Commissione UE per una Pac più viticola

Per esempio bisogna incidere di più sulla Commissione UE per una Pac più viticola, più forte nel secondo pilastro in termini di formazione dei mercati interni europei, un Ocm che guardi anche alle pmi vitivinicole piccole e ai modelli digitali della commercializzazione, la grande sostenibilità espressa dalla viticoltura ma con uve pagate il giusto, con il comparto viticolo più rappresentato e con più forza nei consorzi e nei distretti, il consumo sostenibili e misurato del vino nella dieta mediterranea, una etichettatura chiara non penalizzante e non fraudolenta. Cancelliamo molti decreti e circolari, ma mancano decreti su diciture e produzione vini, distribuzione e assegnazione contrassegni docg e doc e igt, su veri sistemi e figure di controllo, certificazione e dna dei vini  come previsto dalla legge 238/2016, art. 48.
Basta fare leggi su leggi ministeriali, basta interpretazioni o peggio stravolgimenti nelle singolo Regioni in temi e comparti che toccano e coinvolgono il mondo viticolo come i piani ambientali. Usiamo il catasto e i sistemi di sostenibilità esistenti per anticipare e prevenire disastri territoriali e frodi al consumatore che non fanno bene a tutto il vino italiano con anche un indirizzo direttivo nazionale che stimoli anche la ricerca aziendale e istituti universitari come per esempio quello sulla salvaguardia della vitis vinifera (Vedi intervista al Prof. Fregoni) per salvare tutte le Docg e Doc europee.

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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