Nonostante si annuncino consumi “freddi” e ulteriori rincari per le ormai prossime feste di fine d’anno, gli italiani non rinunceranno al tradizionale albero di Natale, saranno, infatti, oltre
7 milioni, per un valore stimato di circa 135 milioni di euro, gli abeti naturali che saranno addobbati nelle case delle famiglie del nostro Paese.

A sottolinearlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori la quale ricorda che anche quest’anno, ancora una volta a causa di una persistente minore produzione da parte dei paesi del
Nord Europa, da dove arrivano circa il 45 per cento degli abeti “veri”, e di una stazionarietà di quella nazionale, i prezzi, rispetto allo scorso anno, dovrebbero salire di circa il 10
per cento.

Il calo produttivo -rimarca la Cia- è dovuto all’accentuata riduzione di piantiture dei produttori, in particolare quelli nord-europei (Danimarca in testa) , che davanti alla super
produzione degli inizi degli anni Novanta, che ha comportato una decisa diminuzione dei prezzi, si sono trovati costretti a “tagliare” gli alberi da piantare.
Con il problema della minore produzione di alberi di Natale dovremmo, però, fare i conti anche nei prossimi anni. Infatti, solo dal 2005, soprattutto in Danimarca (che esporta in Europa
il 90 per cento della sua produzione di 10 milioni di alberi), si è proceduto alla piantatura dell’albero di Natale per eccellenza, la qualità “Nordman”, definita la “Rolls Royce”
di questa particolare produzione. E i suoi “frutti” si avranno soltanto fra 5-6 anni.
Per quanto riguarda l’Italia, la Cia sottolinea che la produzione nazionale di alberi di Natale si annuncia pressoché stabile rispetto al 2006. A tal proposito va rilevato che gli abeti
prodotti in Italia e destinati all’addobbo natalizio vengono, per la maggior parte, dai vivai (circa l’85 per cento), mentre il restante 15 per cento (cimali o punte di abete) dalla normale
pratica forestale. Questi vengono coltivati in terreni particolari, difficili e collinari proprio per tutelare l’assetto idrogeologico, evitando così frane e smottanti. Il ricambio
è, infatti, continuo. Molti sono anche i vivai che producono questi alberi, i quali hanno una propria etichetta di garanzia. C’è da rilevare che esistono anche forme di “affitti”
dell’albero che, una volta finite le feste, vengono regolarmente reimpiantati nel suo habitat naturale.

Nel nostro Paese la coltivazione dell’albero di Natale è concentrata, soprattutto, in Toscana, in Veneto e in Friuli. In particolare, in Toscana circa 800 ettari sono destinati a tale
coltivazione, che riveste una notevole importanza economica soprattutto per le zone montane e collinari.
Saranno, comunque, 12 milioni le famiglie che rispetteranno, per il prossimo Natale, la tradizione dell’albero. Agli oltre 7 milioni di “veri”, si aggiungeranno -ricorda la Cia- quasi 5 milioni
di “artificiali”. I prezzi per quelli “naturali” di dimensioni normali variano dai 20 ai 50 euro. Ovviamente, il costo cresce se si è in presenza di un albero che supera i due metri di
altezza. Per gli altri, quelli “fini” si va da un minimo di 10 ad un massimo di 200-250 euro. Quotazioni superiori si hanno per gli alberi di grandi dimensioni e prodotto con materiali
particolari, i cui prezzi possono superare anche i 500 euro.
Così continuano a crescere I consumatori che preferiscono l’albero “vero” a quello artificiale, in quanto ricrea meglio il clima delle feste. Si tratta di una tradizione che, dopo la
flessione registrata negli anni scorsi, ha oggi ripreso vigore.
Ornare un albero nella ricorrenza del Natale ha origini lontane. E’ una tradizione -conclude la Cia- che troviamo in Germania già nel VII secolo. In Italia questa pratica, che nell’
Ottocento era molto sviluppata sia negli Stati Uniti che nei paesi dell’Europa del Nord, si cominciò a diffondere solo all’inizio del Novecento, ma ebbe la sua massima espansione
soltanto a partire dagli anni Cinquanta.