INEA: Annuario dell’agricoltura italiana 2013

INEA: Annuario dell’agricoltura italiana 2013

L’INEA PRESENTA L’ANNUARIO DELL’AGRICOLTURA ITALIANA 2013

Istituto Nazionale di Economia Agraria

ANNUARIO DELL’AGRICOLTURA ITALIANA
Presentazione Prof. Giovanni Cannata, Commissario Straordinario

Presentare il volume LXVII dell’Annuario dell’agricoltura italiana, riferito al 2013, non è un compito facile. La descrizione delle vicende dell’agricoltura italiana – poste da Giuseppe Medici alla base della decisione di pubblicare nel 1947 il primo volume della serie, fino ad oggi mai interrotta – rischiano di passare in secondo piano rispetto a quelle interne relative alla vita dell’Istituto. L’INEA e il suo volume periodico di riferimento, infatti, sono tra loro strettamente legati. Sebbene l’ente sia stato fondato circa un ventennio prima, è con l’avvio dell’Annuario che l’INEA, cogliendo alcuni degli spunti presenti nel suo stesso Statuto originario, decide di costituirsi come punto di riferimento per la fornitura di informazioni strutturate, la realizzazione periodica di indagini originali e la presentazione di analisi interpretative utili al mondo delle istituzioni, degli operatori e dei tecnici del settore primario nazionale.
In quella fase, l’Italia era ancora un paese a carattere prevalentemente agricolo, in cui la quota maggioritaria della popolazione attiva era impiegata in agricoltura e il settore contribuiva per oltre un quarto alla formazione della ricchezza nazionale. Oggi questi numeri si sono profondamente modificati e con essi le modalità con cui l’agricoltura viene condotta e risponde ai molteplici bisogni della popolazione rurale e urbana di un paese dalle grandi complessità come il nostro. L’agricoltura italiana non vanta più posizioni di spicco sulle principali variabili macro-economiche, ma ha conquistato molti altri primati che, ugualmente, danno la misura di quanto essa rappresenti ancora un potente motore per la crescita e il benessere socio-economico nazionale.
Nonostante i grandi cambiamenti intervenuti nel corso dei decenni, non si è quindi modificata la centralità che il settore agricolo riveste nell’economia nazionale, quanto meno dal punto di vista della sua capacità di assicurare la vitalità delle vaste aree rurali del paese, il mantenimento di un equilibrio territoriale e ambientale, la cui fragilità appare ormai tragicamente sempre più evidente, la preservazione di un patrimonio paesaggistico ed eno-gastronomico su cui si basano fondamentali prospettive per il futuro sviluppo del paese. In quest’ottica, merita di essere sottolineata la capacità dimostrata dall’agricoltura italiana di: articolarsi in un’ampia varietà di produzioni, che ha pochi eguali al mondo; potersi fregiare di un numero elevatissimo di prodotti di qualità, siano essi provenienti dai circuiti delle certificazioni di origine geografica o dal metodo di produzione biologico, fino a includere i molti altri e sempre più innovativi sistemi di certificazione; trasmettere sullo scenario internazionale, tramite la bandiera del made in Italy agro-alimentare, un’idea positiva e di spiccata tipicità della capacità produttiva nazionale; aver contribuito al raggiungimento di importanti obiettivi in campo ambientale, legati al contenimento degli usi energetici e dell’impiego di fattori inquinanti nonché al mantenimento dell’incredibile patrimonio di biodiversità legata alla notevole varietà dei diversi sistemi agronomici presenti nel paese.
Pur di fronte alla realizzazione di questi importanti traguardi, permangono ancora molte criticità che affliggono e ritardano il pieno sviluppo del settore, alcune delle quali già indicate, sebbene con forme e intensità diverse da quelle odierne, all’interno della prima edizione di questo Annuario. Il 2013, nonostante abbia segnato una fase di moderata ripresa per l’agricoltura nazionale, pone in luce la presenza di preoccupanti aree di fragilità, che meriterebbero una maggiore attenzione e la messa in campo di interventi più incisivi. Tra queste, si possono citare: le questioni connesse al lavoro, interessato da processi di aggiustamento strutturale che tendono a colpire le fasce più deboli della popolazione, all’interno dei quali si rintraccia una sempre più larga partecipazione di immigrati, che in alcune circostanze finiscono con l’ingrossare le già ampie fasce di irregolarità che attanagliano il settore; le difficoltà di accesso alla terra, i cui valori fondiari anche se in cedimento si mantengono piuttosto elevati, rendendo difficile l’ingresso di forze giovani e i necessari processi di aggiustamento strutturale; le difficoltà di accesso al credito, il cui ottenimento risulta più complesso e oneroso in agricoltura, rispetto ad altri settori produttivi; la maggior fragilità dell’attività agricola in termini di redditività, come testimoniato anche dall’ampio differenziale registrato nella produttività del lavoro in confronto con il resto dell’economia. Su tutti questi aspetti si registra la consapevolezza della necessità di trovare efficaci soluzioni da parte dei vari attori istituzionali. Tuttavia, va ricordato che, sebbene il livello di sostegno assicurato non sia stato oggetto di un processo di ridimensionamento, le azioni di politica agricola sono state pesantemente frenate dall’applicazione delle rigorose manovre di contenimento del bilancio dello Stato. In conseguenza, gli interventi a supporto del settore sono stati via via demandati soprattutto alle politiche comunitarie, che giocano ormai il ruolo di centro nevralgico della spesa pubblica in agricoltura.
L’Annuario INEA, nato da una straordinaria intuizione, si è basato fin dal suo primo numero su un progetto di grande modernità che ha consentito il suo costante rinnovamento nel tempo, facendone, a distanza di quasi ottanta anni, uno strumento insostituibile e irrinunciabile per un paese che ha posto al centro della propria strategia di crescita il suo incredibile patrimonio agro-alimentare. L’auspicio è, dunque, che questo volume non sia l’ultimo realizzato nella ricca storia dell’Istituto nazionale di economia agraria.
Infine, a tutti i collaboratori di oggi e di ieri va un caloroso ringraziamento per aver contribuito a dipingere questa lunga tela che ha rappresentato le luci e le ombre dell’agricoltura italiana.

Roma, 23 dicembre — Riflettori puntati sul settore primario nell’Annuario dell’agricoltura italiana, presentato oggi dall’INEA presso la sala Cavour del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.
Il 2013 conferma il ruolo anticiclico del settore dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca dopo l’andamento recessivo del 2012, facendo registrare all’agricoltura in senso stretto oltre 52.500 milioni di euro di produzione, con una crescita di +3,6% in valori correnti e +6,2% di valore aggiunto, trainata dall’aumento dei prezzi  di +3,9%. Lieve miglioramento si è verificato nel rapporto tra l’indice dei prezzi della produzione agricola e l’indice dei prezzi dei consumi intermedi, con la ragione di scambio che è tornata a superare il valore di parità.
Crescono le esportazioni di prodotti agro-alimentari del 5% grazie al contributo determinante della componente prezzo e tornano a crescere le importazioni (+3%), grazie a un aumento delle quantità. Il settore primario ha registrato l’incremento del 2,6% delle importazioni e del 2,2% delle esportazioni mentre l’industria alimentare e delle bevande evidenzia un aumento delle esportazioni del 5,3% e +3% delle importazioni. Gli scambi con l’estero sono stati trainati dai prodotti del made in Italy, seppur più debolmente rispetto all’anno passato, soprattutto con riferimento ai prodotti trasformati, il cui saldo normalizzato perde quasi 12 punti percentuali.
Il sistema agro-industriale, nonostante la contrazione dell’economia e della domanda nazionale, ha registrato rispetto al 2012 una lieve crescita (+1,5% a valori correnti) del fatturato, che si attesta a 132 miliardi di euro, nuovamente sostenuto dalle esportazioni. Cresce anche il valore aggiunto del 2,2% in valori correnti (ma -1,1% in valori concatenati).
La contrazione dei redditi delle famiglie dovuta alla riduzione del potere d’acquisto e alla flessione dei salari reali ha comportato una riduzione dei consumi: – 0,9% a valori correnti e -3,5% a valori concatenati per la spesa per alimentari e bevande non alcoliche.  I prezzi sono cresciuti del 2,4% rispetto al 2012.
Segnali di cedimento per il mercato della terra anche nel 2013, con una riduzione del prezzo dei terreni agricoli dello 0,4%, con un picco nel Nord-est (-1%). Tenendo conto dell’inflazione, i prezzi reali sono scesi dell’1,6%; l’erosione del patrimonio fondiario ha portato il valore della terra, in termini reali, su un livello pari al 92% di quello registrato nel 2000.
Il contenimento del credito, legato alla difficile congiuntura economica, ha messo in difficoltà le imprese, con ricadute negative sui loro risultati economici; i prestiti nel 2013 hanno raggiunto una consistenza di 74,2 miliardi di euro, di cui 44,1 miliardi sono stati elargiti al settore primario. Si registra, inoltre, la riduzione della spesa per investimenti, con ricadute negative sulle prospettive di sviluppo future: -4% degli investimenti fissi lordi in agricoltura,  rispetto all’anno precedente.
Consistente calo dell’occupazione di circa 54.000 mila unità (-4,2%), di cui -6,7% rappresentato  dalla componente femminile e -3,2% dagli uomini, maggiormente concentrata nel Nord-est (-9,9%) e nel Mezzogiorno (-4,1%), mentre è rimasta invariata al Centro e nel Nord-ovest. Continua l’incremento di lavoratori stranieri nell’agricoltura italiana, che interessa soprattutto la componente di provenienza comunitaria (+18,3%). Sono oltre 300.000 gli stranieri coinvolti, con un’incidenza del 37% (+12% rispetto al 2012) sull’occupazione agricola totale.
Il sostegno pubblico all’agricoltura nel 2013 è stato pari a circa 13,5 miliardi di euro (+3,8% rispetto al 2012), di cui oltre il 53% di origine comunitaria e circa il 24% proveniente dalle politiche nazionali e regionali. Il sistema delle agevolazioni in agricoltura conferma il suo ruolo strategico, andando a costituire poco meno del 23% degli interventi di politica nazionale nell’anno in esame.
La superficie boschiva italiana raggiunge i 10,9 milioni di ettari, con un incremento, rispetto al 2005, di circa 600.000 ettari, con una riduzione rispetto al 2012 del 78% della superficie totale percorsa dal fuoco e del 64% per il numero degli incendi avvenuti.
Significativa è stata la crescita registrata dall’agricoltura biologica italiana con un + 13% delle superfici dedicate (certificate e in conversione) pari a 1,3 milioni di ettari (oltre il 10% della Sau complessiva). Il mercato biologico italiano raggiunge nel 2012 il quarto posto in Europa, con vendite pari a 1,9 miliardi di euro, e presenta una crescita di rilievo (+9,6% nel biennio 2011-2012).
Con un fatturato di 902 milioni di euro (+2%) nel 2013 l’agriturismo e il turismo rurale occupano un posto rilevante fra le attività di diversificazione, registrando la continua crescita del settore, sia dal lato dell’offerta (+4% come numero di letti rispetto al 2012), sia come numero di ospiti, che ha ormai superato la soglia dei 2,4 milioni di presenze. In aumento sono risultate anche le attività dedicate all’educazione e alla didattica, con 2.505 fattorie didattiche accreditate. (dati ISTAT).
Sono 264 le registrazioni italiane dei prodotti Dop e Igp (pari a 1.237, comprese anche le Stg) e le registrazioni di vini Dop sono 405 vini tra Docg e Doc con superfici investite di circa 338.000 ettari (quasi il 76% del totale delle superfici vitate italiane) che conferiscono all’Italia il primato in Europa.
«Come di consueto ­­– spiega il Commissario Straordinario dell’INEA, Giovanni Cannata – l’Annuario dell’agricoltura italiana rappresenta una lente di ingrandimento sul settore primario nazionale, facendone risaltare i tratti essenziali, e gli andamenti evolutivi. Il 2013, nonostante abbia segnato una fase di moderata ripresa per l’agricoltura nazionale, pone in luce la presenza di preoccupanti aree di fragilità, che meriterebbero una maggiore attenzione e la messa in campo di interventi più incisivi. Tra queste, si possono citare: le questioni connesse al lavoro, le difficoltà di accesso alla terra, le difficoltà di accesso al credito, la maggior fragilità dell’attività agricola in termini di redditività. Nonostante la consapevolezza delle istituzioni della necessità di trovare efficaci soluzioni, le azioni di politica agricola sono state pesantemente frenate dall’applicazione delle rigorose manovre di contenimento del bilancio dello Stato Pertanto, gli interventi a supporto del settore sono stati demandati soprattutto alle politiche comunitarie, centro nevralgico della spesa pubblica in agricoltura. Infine, a tutti i collaboratori di oggi e di ieri va un caloroso ringraziamento per aver contribuito a dipingere questa lunga tela che ha rappresentato le luci e le ombre dell’agricoltura italiana».

Istituto Nazionale di Economia Agraria

ANNUARIO DELL’AGRICOLTURA ITALIANA
Sintesi 2013
Dal 1947 l’Inea realizza ogni anno l’Annuario dell’agricoltura italiana che, fin dalla sua prima edizione, si prefigge lo “…scopo di fornire alle istituzioni economiche, agli agricoltori ed ai tecnici, una cronaca documentata delle vicende dell’economia agraria italiana…” (G. Medici, Avvertenza al volume I, 1948) .
Il volume LXVII, riferito agli avvenimenti del 2013, è articolato in cinque parti ed è completato, come consuetudine, da un’ampia appendice statistica dettagliata a livello regionale. L’annuario, in versione integrale, è consultabile anche sul sito www.inea.it, sul quale sono inoltre disponibili tutte le tabelle a corredo della corrente edizione, oltre alla banca dati contenente le più importanti serie storiche, a partire dal 2000.

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Nel 2013 l’economia mondiale è stata caratterizzata da un rallentamento della crescita con qualche modesto segnale di rafforzamento nei principali paesi avanzati e una decelerazione delle economie emergenti (Cina, India e Brasile). Nel complesso dell’Ue, il Pil ha ristagnato, mentre nella sola area dell’euro si è lievemente contratto.
Con riferimento al settore agricolo, nell’Ue-28 il valore della produzione ha avuto una crescita modesta, dovuta a un aumento sostanziale dei prezzi e a una riduzione delle quantità. La spesa per consumi intermedi, analogamente, è aumentata a causa dell’incremento del prezzo dei mezzi tecnici i cui impieghi sono però diminuiti. Il reddito reale dell’agricoltura per addetto si è ridotto in media dell’1,2%.
Nel nostro paese, il Pil si è nuovamente ridotto (-1,8%, ai prezzi di base e in valori concatenati), con un livello di attività economica paragonabile a quello del 2000, mentre il Pil pro-capite è addirittura sceso sui livelli del 1996. Sul risultato negativo ha pesato la contrazione dei consumi finali, diminuiti per il terzo anno consecutivo in conseguenza del costante peggioramento del potere di acquisto, ridottosi di un ulteriore 1,1%, oltre che il pesante calo degli investimenti (-4,7%), condizionati dal clima di sfiducia e di incertezza e dalla scarsa disponibilità di liquidità.
Il 2013 segna per il settore dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca una ripresa, che ha avuto il merito di invertire il segno del brusco risultato recessivo accusato nell’annualità precedente, ricollocando la branca all’interno del suo tradizionale ruolo anticiclico. L’esame per singole componenti evidenzia che la dinamica positiva va ascritta esclusivamente all’agricoltura in senso stretto, in quanto vi è stato un arretramento del comparto della pesca, e una situazione di stazionarietà della silvicoltura. L’agricoltura in senso stretto ha raggiunto nell’anno in esame un valore della produzione di oltre 52.500 milioni di euro, con un discreto livello di crescita (+3,6% in valori correnti), che si mostra ancora più accentuato nel caso del valore aggiunto (+6,2%). Nell’anno, infatti, la produzione è stata trainata da una crescita complessiva dei prezzi (+3,9%); al contempo, non ha subìto forti erosioni per il contestuale contenimento dei consumi intermedi (cresciuti solo moderatamente in valori correnti), i quali hanno registrato una nuova riduzione delle quantità utilizzate che ha interessato la maggior parte delle voci di impiego.
Il 2013 ha segnato, quindi, un ulteriore lieve miglioramento nel rapporto tra l’indice dei prezzi della produzione agricola e l’indice dei prezzi dei consumi intermedi, con la ragione di scambio che è tornata a superare il valore di parità. L’analisi di dettaglio sui consumi intermedi pone in luce come questo risultato sia riconducibile alle sole produzioni vegetali, mentre il differenziale negativo è tornato, a essere evidente per il comparto zootecnico, risentendo del maggiore incremento dei prezzi registrato dai mangimi, che da soli pesano per il 29% sui consumi intermedi settoriali.
La produzione agricola nazionale è derivata per oltre la metà dalle coltivazioni e per un terzo dagli allevamenti. Rispetto al 2012, si è registrato un aumento del peso della prima componente e una riduzione della seconda, analizzando però le variazioni a valori concatenati emerge un quadro differente, con un arretramento generalizzato, in cui il segno negativo caratterizza indistintamente tutte le produzioni, sia agricole che zootecniche, fatta eccezione per le industriali, i prodotti vitivinicoli, la frutta e le uova. In generale, le dinamiche osservate hanno come comune denominatore il perdurare delle condizioni di sofferenza determinate dalla crisi che ancora attanaglia l’economia nazionale, con accenti diversi all’interno dei singoli comparti.
Particolarmente positiva, sia in termini correnti, che in termini reali, è stata la dinamica delle attività di supporto all’agricoltura (+3,5% e +1,2%) e delle attività secondarie (+2,8% e +1,2%), con andamenti positivi confermati in pressoché tutti i singoli contesti regionali. Nel 2013, il loro peso congiunto sul valore della produzione ha raggiunto il 14,6%, dando così ulteriore forza al processo di consolidamento in atto da ormai quasi un decennio. Tra le attività di supporto, si conferma la netta prevalenza del contoterzismo e noleggio di mezzi e macchine agricole, della raccolta e prima lavorazione e delle attività di manutenzione del terreno; mentre, con riferimento alle attività secondarie spicca l’agriturismo.
Sul fronte degli scambi con l’estero di prodotti agro-alimentari, le esportazioni crescono del 5%, mantenendo lo stesso ritmo del 2012, grazie al contributo determinante della componente prezzo e, al contempo, tornano a crescere le importazioni (+3%), grazie a un aumento della componente quantità. Su questi andamenti ha influito l’apprezzamento dell’euro che, se negli scambi totali ha causato una perdita di competitività dei prodotti italiani, per l’agro-alimentare non sembra aver prodotto conseguenze importanti. Analizzando il contributo delle principali componenti della bilancia agro-alimentare, si rileva che il settore primario, strutturalmente più debole rispetto all’industria, ha mostrato una buona tenuta, con le importazioni che crescono del 2,6% e le esportazioni che aumentano del 2,2%. Più accentuata è stata l’accelerazione riportata dall’industria alimentare e delle bevande, indotta da un aumento delle esportazioni del 5,3%, a fronte di un incremento delle importazioni più modesto (+3%). Le vendite all’estero sono state trainate dai prodotti del made in Italy, a conferma di un vantaggio competitivo basato sulla tipicità e l’elevata qualità, sebbene in presenza di una dinamica più debole rispetto all’anno passato, soprattutto con riferimento ai prodotti trasformati, il cui saldo normalizzato perde quasi 12 punti percentuali.
Con 1.620.884 aziende agricole rilevate dal 6° censimento dell’agricoltura (2010) e una superficie pari a 12,8 milioni di ettari, l’Italia, con riferimento al settore primario, si colloca in una posizione di primo piano all’interno dell’Ue.
Oltre alle caratteristiche strutturali generali, la rilevazione censuaria consente una lettura particolareggiata delle aziende agricole italiane. Così, è possibile porre in evidenza che circa l’81% delle aziende complessive destina, parzialmente o totalmente, i prodotti aziendali all’autoconsumo. Queste aziende sono concentrate soprattutto nelle regioni centrali e meridionali. La commercializzazione interessa, invece, il 64% delle aziende agricole italiane, risultando più diffusa al Nord, dove le aziende che collocano i loro prodotti sul mercato sono mediamente l’85% del totale, con punte del 91% in Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige, mentre nelle regioni del Centro e del Sud, circa la metà delle aziende non vende affatto i propri prodotti.
Un quadro più aggiornato, ma meno dettagliato, è offerto dai registri camerali. Da questi si rileva che tra il 2009 e il 2013 il tasso di natalità delle aziende (nuove iscrizioni) è stato inferiore al tasso di mortalità (cessazioni), così che il numero di aziende si è progressivamente ridotto (-4,1% rispetto al solo 2012). A diminuire sono state soprattutto le ditte individuali – la cui flessione maggiore si evidenzia al Nord (-13% nel quinquennio) – che tuttavia, continuano a rappresentare quasi il 90% delle complessive imprese del settore.
I risultati economici aziendali, realizzati attraverso l’analisi delle informazioni contenute nella banca dati della Rica (2012), hanno fatto registrare un valore medio della produzione, derivante dall’attività agricola e da quella connessa (comprensiva degli aiuti pubblici in conto esercizio), pari approssimativamente a 58.300 euro per azienda, di cui circa il 47% necessario a remunerare i fattori di consumo extra-aziendali, i servizi di terzi e gli ammortamenti. Il valore aggiunto netto (Van), ottenuto sottraendo da tale valore i consumi intermedi e gli ammortamenti, risulta pari a 30.894 euro; mentre, il reddito netto (Rn), inteso come compenso spettante all’imprenditore e alla sua famiglia per l’apporto dei fattori produttivi e per il rischio imprenditoriale, è pari a 21.700 euro. Sempre in base alla Rica, mediamente un ettaro di superficie agricola assicura un valore della produzione pari a circa 3.800 euro e un valore aggiunto di circa 2.000 euro; tuttavia, la produttività e la redditività del fattore terra, fanno registrare ampi scostamenti tra i diversi ordinamenti, le zone altimetriche e le aree geografiche. In particolare, confermando gli andamenti degli anni precedenti, le aziende situate nelle regioni del Nord e in pianura hanno evidenziato livelli di intensità produttiva ben superiori al dato medio nazionale.
Nel clima di contrazione dell’economia e della domanda nazionale che ha investito l’Italia anche nel 2013, con il ridimensionamento dei consumi da parte delle famiglie e degli investimenti da parte delle imprese, il sistema agro-industriale ha mostrato una discreta tenuta, proseguendo il trend positivo degli ultimi anni. Il fatturato del settore è, infatti, salito a 132 miliardi di euro, in modesta crescita rispetto al 2012 (+1,5% a valori correnti), proseguendo la dinamica positiva che dura da ormai 12 anni. Volano della crescita sono state nuovamente le esportazioni, la cui funzione cruciale ha trovato riscontro anche nella dinamica dell’indice del fatturato estero del settore (Istat), in aumento del 5%, che ha raggiunto un valore di 119,8, contro la lieve flessione mostrata nell’anno dall’indice del fatturato complessivo (sceso a 106,1) e determinata dal debole andamento del mercato interno. Inoltre, il rapporto tra esportazioni e fatturato è salito al 19,8%, estendendo ulteriormente il trend di crescita degli ultimi anni. Anche il valore aggiunto è cresciuto del 2,2% in valori correnti – sebbene sia diminuito dell’1,1% in valori concatenati -, accusando però una riduzione dell’incidenza del valore aggiunto dell’industria alimentare su quello del settore primario (pari al 76,4%), caratterizzato da una dinamica più vivace. Anche riguardo agli addetti, in un contesto occupazionale alquanto difficile, il settore alimentare, ha mantenuto sostanzialmente stabile il suo livello di occupati (448.000 addetti; -0,4%), contribuendo ad arginare la fuoriuscita di forza lavoro, diversamente da quanto è accaduto negli altri settori economici. L’andamento delle imprese attive (+1,1%) ha confermato le valutazioni di buona salute del settore, soprattutto nel confronto con la contrazione registrata nell’industria manifatturiera (-2,1%). Nel quadro comunitario, infine, l’industria alimentare italiana ha mantenuto la terza posizione in termini di fatturato, dietro alla Germania e alla Francia.
Nel 2013 è continuata la contrazione dei redditi delle famiglie a causa della riduzione generalizzata del potere d’acquisto e della flessione dei salari reali. Queste dinamiche hanno portato alla riduzione dei consumi, sia a valori correnti, che costanti. In particolare, la spesa per alimentari e bevande non alcoliche è diminuita dello 0,9% a valori correnti e del 3,5% a valori concatenati. Al contempo, la crescita dei prezzi (+2,4%) ha mostrato una velocità doppia rispetto al livello generale (+1,2%). Le difficoltà del mercato interno sono ben spiegate dal grado di sfiducia dei consumatori italiani, in atto da ormai alcuni anni che ha prodotto un vero e proprio cambiamento di comportamento nei consumi, finendo con il modificare anche la spesa alimentare, tradizionalmente anticiclica. Nell’acquisto dei prodotti alimentari gli italiani preferiscono sempre più beni di prezzo contenuto e in promozione, scegliendo di volta in volta i formati di vendita che garantiscono le condizioni di acquisto migliori. In questo contesto, si è instaurata anche una maggiore attenzione alla riduzione degli sprechi, attraverso il contenimento delle quantità acquistate (anche mediante la preferenza per confezioni più piccole) e una maggiore attenzione alle date di scadenza. Secondo la Nielsen, nel 2013, sono stati risparmiati 2 miliardi di euro, per effetto soprattutto della rinuncia ai prodotti più costosi, della riduzione dei volumi acquistati, della preferenza per gli acquisti in promozione, della tendenza a preferire il canale dei discount.
Anche in un contesto di maggiore tendenza al risparmio, l’attenzione alla qualità e alla differenziazione dei consumi non è venuta meno. Infatti, risultano in aumento sia gli acquisti di prodotti biologici, che i prodotti legati alla sfera del benessere e della salute, come gli integratori alimentari, utilizzati per favorire l’assunzione di vitamine, sali minerali e proteine. Inoltre, appaiono sempre più affermate le nuove abitudini di consumo collegate a stili di pensiero e di vita, come i prodotti vegetariani e vegani. In aumento sono stati anche i prodotti legati a diete particolari, tra i quali i prodotti senza glutine e quelli alternativi al frumento. Il largo consumo deve, quindi, fare i conti, sia con la frenata dei consumi, sia con una domanda sempre più composita e differenziata, che riflette la grande frammentazione sociale esistente soprattutto nei grandi centri, dove molte persone hanno scarso potere d’acquisto, approdano da altri continenti, appartengono a famiglie monoreddito e così via. Un’altra faccia dei consumi alimentari è rappresentata dall’obesità, in particolare infantile, per la quale l’Italia rischia di raggiungere una triste posizione di primato in Europa.
Il cambiamento dei comportamenti di acquisto dei beni alimentari ha portato a un ripensamento strategico del settore della distribuzione. Le piccole superfici di vendita hanno mostrato una maggiore sofferenza rispetto alla grande distribuzione, facendo registrare una flessione del valore delle vendite del 3%. Al contempo, la distribuzione moderna ha proseguito nel rallentamento del ritmo di sviluppo del numero di ipermercati e supermercati (-0,5%); mentre, i discount sono risultati in espansione in tutte le circoscrizioni, sia in termini di numero di punti vendita, che di superficie totale impiegata. Dal punto di vista delle scelte strategiche, la grande distribuzione nazionale si è concentrata prevalentemente nello sviluppo dei prodotti a marchio d’insegna (private label), e nelle vendite promozionali; la pressione promozionale, nell’anno, si è attestata ai massimi storici (28,5%) interessando largamente anche i prodotti di eccellenza italiani, come i grandi marchi Dop e Igp.

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Il generale clima di difficoltà del sistema economico continua a riflettersi sui  fattori di produzione, colpendo sia quelli a carattere strutturale (terra, fabbricati, macchine), sia quelli a carattere gestionale (mezzi tecnici, lavoro, servizi).
Il mercato della terra ha mostrato segnali di cedimento anche nel 2013. Secondo gli operatori del settore, intervistati nel corso dell’annuale indagine svolta dall’Inea, il prezzo dei terreni agricoli in Italia mediamente è arretrato dello 0,4%. Il calo più vistoso è stato registrato nel Nord-est, dove l’elevato valore medio delle quotazioni (oltre 40.000 euro/ha) ha subìto una contrazione dell’1%, ma la situazione si conferma particolarmente debole anche nelle regioni meridionali, per le quali la stagnazione dei prezzi è ormai evidente da parecchi anni. Tenendo conto dell’inflazione, i prezzi reali sono scesi dell’1,6%, confermando una tendenza che ormai prosegue dal 2005. L’erosione del patrimonio fondiario ha portato il valore della terra, espresso in termini reali, su un livello pari al 92% di quello registrato nel 2000.
La congiuntura economica generale ha influito negativamente anche sulla dinamica del credito, il cui contenimento ha messo in difficoltà le imprese, con ricadute negative sui loro risultati economici. Di fronte all’elevato fabbisogno di risorse finanziarie esterne, che caratterizza il settore per attivare i processi produttivi, si è innescato un circolo vizioso che ha determinato ulteriori restrizioni del credito. In generale, le difficoltà di accesso ai finanziamenti nel settore agricolo dipendono da alcune debolezze strutturali, tra le quali: la piccola dimensione aziendale, la scarsa patrimonializzazione, l’elevato indebitamento e la concentrazione del debito verso le banche. Tali caratteristiche influenzano negativamente il costo del credito, per effetto anche della maggiore incidenza dei costi amministrativi su prestiti di ammontare contenuto e di condizioni di accesso meno vantaggioso, rispetto ad altri settori produttivi, facendo sì che il costo del credito in agricoltura sia decisamente più oneroso rispetto ad altri. I prestiti al settore agro-alimentare hanno raggiunto nel 2013 una consistenza di 74,2 miliardi di euro, di cui 44,1 miliardi sono stati elargiti al settore primario; così, a ogni euro prodotto in agricoltura corrisponde l’1,3% di credito concesso. In presenza delle richiamate difficoltà, si registra la generale riduzione della spesa per investimenti, già fortemente ridimensionata nel corso degli ultimi anni, con ricadute negative sulle prospettive di sviluppo future. La dinamica degli investimenti fissi lordi in agricoltura ha mostrato, infatti, una contrazione del 4% rispetto all’anno precedente, che ha riportato la spesa annuale a poco oltre gli 8.520 milioni di euro.
Sul fronte dei costi variabili, nel corso del 2013, sono lievemente aumentati i costi dei fattori produttivi per le aziende agricole (+0,6%), che hanno superato la soglia dei 24 miliardi di euro correnti. La crescita dei costi è imputabile prevalentemente all’aumento dei prezzi (+2,7%) mentre le quantità consumate sono diminuite dell’1,9%. Questa dinamica contrapposta tra prezzi e quantità è riscontrabile in particolare negli ultimi anni ed è legata, da un lato, alla contrazione dei consumi interni, dall’altro, alla tendenziale crescita dei prezzi in particolare dei prodotti e servizi per i quali c’è maggiore rigidità della domanda. È il caso, per esempio, dei mangimi e dei fitosanitari il cui utilizzo è strettamente connesso agli indirizzi produttivi e difficilmente può essere modificato nel breve periodo. I fitosanitari inoltre sono l’unico mezzo tecnico che ha fatto registrare un aumento delle quantità consumate (+1,8%), in relazione a un andamento climatico che ha favorito lo sviluppo delle patologie vegetali. In direzione opposta, le contrazioni più consistenti hanno riguardato i concimi e l’energia motrice sulle quali ha probabilmente, influito la bassa redditività di alcune coltivazioni molto diffuse, come mais e grano duro, che ha scoraggiato le semine e, quindi, le consuete operazioni colturali con il conseguente risparmio di concimi e carburanti.
Nel 2013, gli effetti della fase recessiva attraversata dall’economia in Italia si sono manifestati in un consistente calo dell’occupazione, mentre in precedenza avevano determinato soprattutto una diminuzione delle ore lavorate. L’agricoltura ne ha risentito in misura significativa,  con un calo nel numero di occupati di circa 54.000 mila unità (-4,2%). La riduzione ha interessato maggiormente la componente femminile (-6,7%, contro il -3,2% degli uomini), che ne ridimensiona ulteriormente l’incidenza sul totale (28,2%). La riduzione dell’occupazione agricola è stata più severa nelle aree, dove incide maggiormente sul totale; cioè nel Nord-est (-9,9%) e nel Mezzogiorno (-4,1%), mentre è rimasta invariata al Centro e nel Nord-ovest, dove però l’occupazione maschile si sostituisce a quella femminile.
Sulla base della tradizionale indagine annuale dell’Inea sull’utilizzo di lavoratori stranieri nell’agricoltura italiana si può osservare il perdurare della dinamica di incremento già manifestatasi negli ultimi anni, che interessa soprattutto la componente di provenienza comunitaria (+18,3%). Le stime indicano oltre 300.000 stranieri coinvolti, con un’incidenza sull’occupazione agricola totale del 37%, in significativo incremento (+12%) rispetto all’anno precedente. Nei rapporti di lavoro rimane marcato il carattere di stagionalità, con valori sempre più elevati nelle regioni meridionali e insulari. Inoltre, i dati sul lavoro prestato evidenziano un generale abbattimento del carico pro capite, con intensità significativamente differenziate tra i contesti territoriali e con riferimento alla provenienza dei lavoratori. Per i cittadini comunitari si registra, in generale, un sottoutilizzo rispetto al potenziale degli occupati coinvolti, riconducibile alla stagionalità e alla saltuarietà delle attività lavorative, che accade soprattutto nelle aree in cui vi è una spinta specializzazione produttiva caratterizzata da elevate punte di fabbisogno periodico. Di contro, per i cittadini extracomunitari, in alcuni contesti territoriali, le stime di impiego effettivo mettono in evidenza carichi di lavoro particolarmente gravosi.

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Nel 2013, gli agricoltori italiani hanno ricevuto come sostegno pubblico circa 13,5 miliardi di euro, con un aumento del 3,8% rispetto al 2012 dovuto quasi integralmente all’incremento dei trasferimenti di origine comunitaria. Infatti, ancora una volta, l’analisi del bilancio consolidato per il settore agricolo conferma la netta prevalenza dell’intervento Ue, che rappresenta oltre il 53% del sostegno complessivo, mostrandosi attraverso le politiche attuate nel quadro del primo e del secondo pilastro. In particolare, il pagamento unico disaccoppiato spiega da solo una quota superiore al 25% del sostegno all’agricoltura, mentre gli aiuti settoriali sfiorano l’8% del totale, essendo diretti principalmente ai prodotti ortofrutticoli, vitivinicoli e olivicoli.
Alla luce della predominanza della componente comunitaria, si comprende la rilevanza degli effetti attesi dalla riforma della Pac per il periodo finanziario 2014-2020. Sul fronte dell’applicazione nazionale, le scelte dell’Italia sembrano gettare le basi per il futuro livellamento dei pagamenti a ettaro, con una eliminazione graduale delle differenze tra settori produttivi e territori. In particolare, è previsto il progressivo livellamento degli aiuti sulla base della “regione unica” che dovrebbe portare a un pagamento di base di uguale valore unitario per tutto il territorio nazionale. Sul secondo pilastro, che rappresenta circa il 12% del sostegno beneficiato dall’agricoltura, l’esame dei dati di spesa realizzata fino al 2013 conferma che gli interventi agro-ambientali, quelli sul ricambio generazionale e quelli per gli investimenti strutturali sono la vera locomotiva di spesa dei Psr. Le misure degli assi I e II, infatti, sommano da sole quasi il 90% delle risorse pubbliche erogate a livello nazionale. Nel 2013, oltre all’ammodernamento delle aziende agricole e ai pagamenti agro-ambientali, ottime performance sono state ottenute anche dalla misura per gli interventi volti al risparmio idrico e alla viabilità rurale e forestale; infine, buoni risultati sono stati riscontrati per la misura a favore degli interventi per la ristrutturazione di impianti di lavorazione e trasformazione di prodotti agricoli relativi alle piccole e medie imprese.
Un altro tassello importante nell’ambito delle politiche attuate nel settore agricolo è rappresentato dalle politiche nazionali e regionali che insieme coprono poco meno del 24% del sostegno complessivo in agricoltura. Nell’anno, la politica agricola nazionale si è dovuta misurare con la pesante situazione dei conti pubblici italiani; così, le riduzioni di spesa apportate negli anni precedenti si sono riverberate anche sul bilancio 2013, determinando, di fatto, una forte limitazione alle misure di politica attiva per lo sviluppo del settore. Tra le azioni messe in campo, vanno ricordati gli interventi a tutela del made in Italy e delle produzioni di qualità, l’avvio degli incentivi per il biometano e l’approvazione (dicembre 2013) della legge di stabilità 2014. Quest’ultima, in particolare, ha introdotto nuove misure volte a favorire gli investimenti e la competitività del settore, quali la destinazione del 20% dei terreni agricoli demaniali in favore dell’affitto a giovani imprenditori agricoli e i finanziamenti a tasso agevolato per le imprese agro-alimentari esportatrici. Tra le altre misure previste, rientrano anche interventi a carattere fiscale, come il ripristino delle agevolazioni tributarie previste per la piccola proprietà contadina, la soppressione dell’Imu per il 2014 sui fabbricati rurali strumentali e la fissazione dell’aliquota della nuova imposta (Tasi) nella misura massima dell’1 per mille.
Nel complesso, il sistema delle agevolazioni in agricoltura conferma il suo ruolo strategico, andando a costituire poco meno del 23% degli interventi di politica nazionale. Queste sono costituite, principalmente, dalle agevolazioni previdenziali e contributive (pari a 1,2 miliardi di euro). La presenza delle agevolazioni consente di ridurre il carico fiscale gravante sugli operatori agricoli, permettendo cosi il mantenimento di un’importante distanza tra la quota di valore aggiunto assorbita dal prelievo pubblico in agricoltura e negli altri settori economici. In particolare, nell’anno in esame, la pressione fiscale è risultata pari al 17,8% per il settore primario e al 36,2% negli altri settori; in questi ultimi la pressione tributaria, invece, si è collocata su un valore del 21%, contro il 6,1% del settore agricolo. Ciò soprattutto in conseguenza dei provvedimenti presi in materia di Imu che hanno sostanzialmente consentito di esentare i contribuenti del settore agricolo dal pagamento dell’imposta. Anche le regioni e gli enti locali possono contribuire alla definizione della politica fiscale in agricoltura, modificando le aliquote d’imposta o le basi imponibili dei tributi nell’ambito del loro margine di autonomia.
Infine, sul fronte degli interventi di spesa regionale per l’attuazione delle misure di politica agraria, si rileva una forte concentrazione delle iniziative a favore delle infrastrutture, degli investimenti aziendali e dei servizi allo sviluppo. L’impegno delle regioni è, tuttavia, andato anche nella direzione della valorizzazione e promozione dei prodotti agricoli, soprattutto tipici e di qualità, e delle attività connesse svolte dall’imprenditore agricolo e dirette alla fornitura di servizi alla collettività, come quelle di ricezione e ospitalità, di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e di soddisfacimento dei bisogni sociali.
Va, infine, ricordato che il complesso delle politiche pubbliche a favore dell’agricoltura costituisce un elemento fondamentale di tenuta del settore, considerando che nel 2013 la somma dei trasferimenti diretti e indiretti (agevolazioni) ha inciso per ben il 46,6% sulla dimensione del valore aggiunto della branca e per il 25,4% sul relativo valore della produzione.

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I sistemi agricoli e forestali hanno un ruolo preminente nella gestione del territorio e le relative attività economiche sono chiamate sempre più spesso a confrontarsi con la conservazione delle risorse naturali e della biodiversità. Il consumo di suolo viene riconosciuto come una delle principali cause del degrado ambientale, in quanto contribuisce in maniera significativa al riscaldamento globale e alla perdita di biodiversità, alla semplificazione e/o distruzione dei paesaggi tradizionali e, non ultimo, all’accrescimento del dissesto idrogeologico. I dati dell’Inventario dell’uso delle terre in Italia (Iuti) mostrano come durante l’ultimo ventennio il consumo di suolo sia avvenuto principalmente a discapito dei terreni agricoli, con una perdita che è stata stimata in circa 817.000 ettari; nello stesso periodo, si è invece registrata una consistente crescita del territorio urbanizzato, corrispondente a quasi a 500.000 ettari (+30,2%). I dati Istat confermano la riduzione della superficie agricola utilizzata, che durante il ventennio 1990-2010 è diminuita del 14,4%,con una perdita di quasi 2,2 milioni di ettari.
Tra le minacce antropiche che gravano sugli ecosistemi, emergono anche quelle legate alla gestione delle aree agricole, in quanto un elevato numero di specie si è adattato a vivere in ambienti agricoli. Il 21% della Sau presenta un importante valore anche in termini di biodiversità a livello genetico, di specie e di paesaggio, costituendo anche un elemento di collegamento tra gli spazi naturali. In base all’ultimo aggiornamento, i siti appartenenti alla rete Natura 2000 sono 2.585 su una superficie complessiva di poco inferiore a 6,4 milioni di ettari, pari a circa il 21% del territorio italiano. La maggior parte della superficie della rete Natura 2000 è localizzata al Meridione (48,6%), mentre la maggior parte dei siti (41,7%) è individuata nel Nord Italia. Complessivamente i siti di importanza comunitaria sono 2.310, dei quali solo 272 sono stati designati quali zone speciali di conservazione.
Dai primi dati disponibili del 3° Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi di carbonio (Infc 2015) si conferma il progressivo aumento della superficie forestale italiana, che raggiunge i 10,9 milioni di ettari, con un incremento, rispetto al 2005, di circa 600.000 ettari. Tale patrimonio rappresenta il 5% della superficie forestale totale europea e conferisce all’Italia il sesto posto nella classifica dei paesi europei (escludendo la Russia) con la maggiore estensione forestale, dopo Svezia, Finlandia, Spagna, Francia e Germania. Per quanto riguarda gli incendi boschivi, nel 2013 si è registrata una diminuzione del 78% rispetto al 2012 della superficie totale percorsa dal fuoco e del 64% per il numero degli incendi avvenuti. L’Italia rimane comunque uno tra i paesi europei più a rischio, con una media – dal 1970 al 2013 – di 7.829 incendi l’anno e una superficie media annua di 43.484 ettari di bosco danneggiati o distrutti.
La tutela qualitativa e quantitativa delle risorse idriche rimane uno degli obiettivi prioritari per lo sviluppo sostenibile del territorio rurale. Dai dati provvisori sullo stato chimico delle acque sotterranee nel triennio 2010-2012 (Ispra), si evince che a livello nazionale su 4.416 stazioni di monitoraggio il 71% ricade nella classe di stato “buono” e il restante 29% nella classe “scarso”.
Per quanto riguarda il cambiamento climatico, nel 2012 l’Italia ha fatto registrare una riduzione delle emissioni del 5,4% rispetto all’anno precedente e dell’11,4% rispetto al 1990. I principali fattori che hanno portato a una riduzione delle emissioni sono stati: l’incremento nell’utilizzo del gas naturale per produrre energia e calore; il calo della produzione industriale; la diminuzione delle emissioni delle industrie energetiche dovuta all’incremento dell’efficienza energetica e a un maggiore utilizzo di fonti rinnovabili; le tecnologie di abbattimento delle emissioni nell’industria chimica e, infine, la diminuzione delle emissioni nella gestione e nel trattamento dei rifiuti. Anche il settore agricolo, che nel 2012 rappresentava il 7,5% delle emissioni nazionali, ha contribuito al calo delle emissioni, con una diminuzione del 2% rispetto al 2011 e del 16% rispetto al 1990.
La domanda di energia primaria nel 2013 ha subìto una diminuzione, confermando una tendenza in calo iniziata all’inizio del decennio. Secondo il bilancio energetico nazionale, la riduzione dei consumi finali è dovuta in buona misura alla battuta d’arresto del settore industriale, conseguente alla bassa crescita riscontrata nell’intero sistema economico. Sostanzialmente stabili si mantengono, invece, i consumi del settore agricolo. Per quanto riguarda le fonti, le maggiori contrazioni hanno riguardato i combustibili solidi (-12,2%), il gas naturale (-6,5%), il petrolio (-5,2%) e le importazioni nette di energia elettrica (-2,2%). Al contrario, l’incremento più significativo è giunto dalle fonti energetiche rinnovabili (+15,8%), che nell’arco di sei anni hanno raddoppiato il contributo al consumo interno lordo. La loro produzione nell’ultimo decennio ha subìto un’accelerazione dal 2008 (+87%), grazie al contributo di fonti innovative come l’energia solare, eolica e le biomasse.
Il 2013 segna una crescita apprezzabile per l’agricoltura biologica italiana che vede le superfici dedicate (certificate e in conversione) aumentare del 13% circa, raggiungendo la quota di 1,3 milioni di ettari (oltre il 10% della Sau complessiva), parallelamente a un incremento più modesto degli operatori (+5,4%) che superano le 52.000 unità. Nonostante il consumo interno dei prodotti biologici sia piuttosto basso rispetto a quello di altri paesi, con soli 31 euro pro capite, le stime Fibl-Ifoam evidenziano che il mercato biologico italiano raggiunge nel 2012 il quarto posto in Europa, con vendite pari a 1,9 miliardi di euro, e presenta una crescita di rilievo (+9,6% nel biennio 2011-2012). Il comparto è al centro di un processo di riforma promosso dalla Commissione europea, che ha formulato una proposta di nuovo regolamento quadro con l’obiettivo di favorire il miglioramento della quantità e qualità della produzione biologica nell’Ue, aumentando la fiducia dei consumatori nei prodotti biologici, mediante un sistema di garanzie rafforzato e l’eliminazione degli ostacoli allo sviluppo del settore, garantendo anche agli operatori un mercato più ampio.
Tra le attività di diversificazione in agricoltura un posto rilevante è occupato dall’agriturismo e dal turismo rurale, che a differenza di altre attività sembra aver risentito in misura contenuta della recessione economica. I dati più recenti forniti dall’Istat evidenziano la continua crescita del settore, sia dal lato dell’offerta (+4% come numero di letti rispetto al 2012), sia come numero di ospiti, che ha ormai superato la soglia dei 2,4 milioni di presenze. Le aziende agrituristiche, che rappresentano l’1,3% delle aziende agricole complessive censite a livello nazionale, si concentrano prevalentemente al Nord (48% di agriturismi, rispetto al 25% delle aziende agricole complessive) e al Centro (34%, a fronte del 15% delle totali agricole). La richiesta di vacanze in zone rurali, di prodotti locali e di servizi a elevato rapporto qualità-prezzo è stata in grado di generare nel 2013 un fatturato di 902 milioni di euro (+2%), anche grazie al consistente flusso di stranieri. In aumento sono risultate anche le attività dedicate all’educazione e alla didattica, con 2.505 fattorie didattiche accreditate, grazie a un incremento significativo di strutture in regioni come la Campania, al primo posto in Italia, la Puglia e la Sardegna.
L’Italia continua a mantenere la fetta più consistente del registro dei prodotti Dop e Igp dell’Ue (pari a 1.237, comprese anche le Stg), segnando un ulteriore incremento delle registrazioni, che sono arrivate a toccare quota 264. La filiera dei prodotti riconosciuti nel 2013 ha fatto registrare un lieve incremento del numero degli operatori (+0,3%) e della superficie investita a colture (+1,6%), giunta a un totale di 162.154 ettari (1,3% della Sau). Pur se non particolarmente brillanti, tali risultati confermano il trend di crescita che si registra ininterrottamente a partire dal 2004. L’Italia si colloca al primo posto nell’Ue anche con riferimento al numero di registrazioni di vini Dop, 405 vini tra Docg e Doc con superfici investite di circa 338.000 ettari (-7% rispetto all’anno precedente; Ismea), ovvero quasi il 76% del totale delle superfici vitate italiane. La produzione di vino Dop, attestatasi nella vendemmia 2013 a quasi 17,4 milioni di ettolitri, rappresenta sempre più una quota rilevante del vino complessivamente prodotto in Italia (quasi il 40%); se a questa si aggiunge anche la quota di vino Igp (15,8 milioni di ettolitri) si giunge a una produzione certificata pari a oltre il 70% di quella complessiva.
Anche gli altri sistemi di certificazione di qualità e gestione ambientale si confermano come validi strumenti da parte delle imprese per la differenziazione commerciale dei prodotti. I sistemi di certificazione più utilizzati nel comparto agro-alimentare continuano a essere quelli sostenuti dagli standard internazionali, come la serie Iso 9001 di gestione per la qualità. Con riferimento a questo standard, l’Italia si distingue a livello europeo come prima nazione, sia per numero di siti produttivi certificati, sia in termini di certificati rilasciati alle imprese.
Per quanto riguarda la sicurezza alimentare, nel 2013 sono pervenute al sistema europeo per i controlli alimentari 3.205 notifiche originali, il 9% in meno rispetto al 2012, riguardanti prodotti alimentari (84,6%), mangimi (8,5%) e materiali a contatto con gli alimenti (6,9%). Anche nel 2013 l’Italia è stata il primo paese per numero di segnalazioni, dimostrando un’intensa attività di controllo sul territorio nazionale, con un totale di 534 notifiche. A livello nazionale. esiste un articolato sistema di controlli igienico-sanitari e merceologico-qualitativi sugli alimenti e le bevande, composto da numerose  strutture di vigilanza e di controllo dislocate sul territorio. A titolo esemplificativo si segnala l’Icqrf che, nel 2013, ha svolto 21.827 visite ispettive nelle fasi di produzione, trasformazione e commercio di alimenti e bevande, oltre il 56% in più rispetto al 2012. Questo incremento è stato principalmente conseguenza dello sforzo operativo condotto nei 57 comuni della “Terra dei fuochi”, tra le province di Napoli e Caserta, con particolare attenzione alla filiera della mozzarella di bufala e il conseguente controllo di tutti i caseifici dell’area.
Infine, per quanto riguarda il tema della legalità, si è assistito a un notevole incremento dei beni confiscati alle mafie; infatti, nel periodo 2010-2013, sono stati confiscati 15.616 terreni dei quali 6.275 nel solo 2013 (ben 1.500 in più rispetto al 2012). Tuttavia, appare ancora lenta la procedura per l’assegnazione dei beni e dei terreni a realtà operative che possano utilizzarli a fini sociali, come previsto dalla legislazione vigente.

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Gli andamenti generali riscontrati dal settore nel suo complesso hanno assunto nell’anno tratti specifici all’interno dei singoli comparti, ponendo in evidenza dinamiche, capacità di risposta e livelli di impatto sui risultati finali tra loro molto diversi.
Le produzioni cerealicole sono state caratterizzate da una diminuzione delle superfici investite (-1%), frutto di un aumento delle semine di frumento duro, frumento tenero e sorgo, più che bilanciato dalle perdite fatte registrare da mais, riso, avena e orzo. Come già osservato nel 2012, gli investimenti sono stati preferenzialmente indirizzati ai frumenti per due motivi: la tendenza al rialzo dei prezzi internazionali al momento della semina e le condizioni climatiche che, inizialmente favorevoli, hanno permesso la conduzione delle fasi inziali della produzione senza particolari problemi. Tuttavia, il peggioramento delle condizioni meteorologiche ha determinato danni al raccolto, sia in termini qualitativi che quantitativi. Per il mais, al contrario, le condizioni atmosferiche hanno negativamente condizionato le semine, ma hanno giocato favorevolmente sulle rese, tanto che la produzione è lievemente aumentata rispetto all’anno precedente, confermando il mais quale cereale con la maggiore produzione nazionale. In termini aggregati, tuttavia, la produzione cerealicola in quantità si è ridotta del 2,5%. Tutto ciò ha determinato un peggioramento del nostro tradizionale disavanzo commerciale relativo alla materia prima e un miglioramento dell’attivo di bilancio dei prodotti cerealicoli trasformati.
Le colture industriali hanno fatto registrare andamenti diversificati, frutto delle dinamiche di riorganizzazione interna che interessano da anni alcuni comparti. Le oleaginose, in linea con il trend produttivo mondiale e europeo, sono state interessate da un consistente aumento della produzione (+50%) e da un aumento altrettanto importante delle superfici (+20%). Le quotazioni della soia sul mercato nazionale hanno raggiunto livelli più elevati di quelli dei cereali influenzando, in qualche caso, le scelte produttive, che hanno penalizzato soprattutto il mais e il riso, entrambi potenziali concorrenti della soia nell’uso del suolo. Nel caso della barbabietola da zucchero, nonostante le misure intraprese a livello nazionale per garantire la continuità del settore bieticolo-saccarifero pesantemente ridimensionato dalla riforma dell’Ocm zucchero del 2006, le superfici effettivamente investite hanno subìto una riduzione del 24% circa rispetto alla precedente campagna, mentre la produzione è diminuita di poco più del 13% in termini di peso netto e del 14% in valore. Riguardo al tabacco, nel 2013 si osserva un rallentamento del trend negativo registrato negli ultimi due anni; infatti, rispetto al 2012, il volume della produzione si è ridotto del 3,6%, a fronte di un aumento del 6% delle superfici investite. Risulta fortemente ridotto anche il tasso di fuoriuscita dei produttori dal settore che, nell’anno, è stato pari al 3,5%.
Le sfavorevoli condizioni meteorologiche hanno interferito con la foraggicoltura, specialmente al Nord, dove hanno determinato condizioni penalizzanti per lo sviluppo delle colture, con riflessi negativi sulle rese e sulla qualità dei foraggi. La ridotta disponibilità di prodotto si è trasmessa sul mercato e, più in generale, si è poi riversata sul comparto degli alimenti zootecnici facendone lievitare i prezzi.
Il valore della produzione di ortaggi e patate è stato in crescita rispetto all’anno precedente (+5,2%), trainato dall’aumento dei prezzi, a fronte di un andamento in termini di quantità decisamente più diversificato, con vistose contrazioni produttive per il pomodoro da industria e per le patate. Il pomodoro da industria, il più importante prodotto orticolo italiano, ha fatto registrare una diminuzione della produzione che influito positivamente sui prezzi della materia prima, sia per le quotazioni contrattate che per quelle corrisposte, che in particolare al Sud sono state mediamente più elevate di oltre il 10%.
Le produzioni in serra, nonostante la non completezza delle informazioni, continuano a far registrare una generalizzata diminuzione della superficie e della produzione, con alcune eccezioni. Il valore della produzione della frutta (compresa la frutta secca) ribalta il risultato dello scorso anno, facendo registrare un incremento di circa il 22%, determinato sia dalla crescita dei prezzi che dalla ripresa delle quantità prodotte. Facendo riferimento alla sola frutta fresca, rispetto al 2012, sono aumentate sia le quantità raccolte (+9% circa) che le superfici (+1,3%). Complessivamente, l’andamento del comparto può essere giudicato moderatamente positivo, giacché in un periodo caratterizzato dagli effetti della crisi economica, si assiste a una certa vivacità dei prezzi interni e all’esportazione. In controtendenza è stato l’andamento degli agrumi, i quali hanno risentito di una diminuzione della produzione, soprattutto di clementine, mandarini e arance, a fronte di un aumento della superficie investita.
È continuata anche nel 2013 la crisi del settore florovivaistico che ha registrato una riduzione del valore della produzione del 4,5%, risentendo in particolare della contrazione dei consumi e dell’aumento dei costi di produzione.
Dopo alcuni anni consecutivi di riduzione, nel 2013 la superficie vitata in produzione si è mostrata stazionaria, per effetto della tenuta della componente destinata alla produzione di vino. Il raccolto delle uve è stato decisamente positivo, grazie all’andamento climatico, con un incremento significativo della vendemmia in tutte le aree di produzione. Ciò ha determinato un aumento della produzione totale di vino e mosto (+17,3%), che ha interessato tutte le ripartizioni territoriali ed entrambe le colorazioni, sebbene la dinamica dei bianchi sia stata decisamente più accentuata. L’incremento più consistente ha interessato i vini con Igp e i vini da tavola. Il miglior andamento produttivo del 2013 si è riflesso in un incremento del valore della produzione viticola, sebbene con andamenti differenziati: la voce relativa alle uve vendute e conferite ha subìto un calo di quasi il 2%, frutto di una flessione nelle quotazioni che è stato più che bilanciato dall’aumento della quantità raccolta; il valore delle uve per il consumo da mensa è cresciuto (+9,5%); ma, l’impulso maggiore alla crescita è venuto dal vino che ha mostrato una crescita superiore al 29%. Dell’andamento positivo hanno beneficiato, quindi, anche i valori medi dei prodotti finali, che hanno mostrato aumenti generalizzati e certamente indicativi per entrambe le colorazioni, con riferimento sia ai vini da tavola sia a quelli Dop, con la sola eccezione dei vini bianchi Dop.
La superficie investita a olivo si è mostrata stazionaria al Sud e in calo al Centro, l’altro grande bacino produttivo. Tenendo conto della diminuzione delle olive destinate all’oleificazione, la produzione di olio è stata in diminuzione rispetto al 2012. Il valore della produzione nazionale di olio è aumentato del 4,3%, grazie al rincaro dei prezzi che ha contribuito, assieme alla perdurante crisi economica, a frenare la domanda. Nell’anno, si registra anche un complessivo ridimensionamento delle quantità scambiate sul mercato estero, con una diminuzione, tanto dei volumi importati, quanto di quelli esportati; tuttavia, grazie all’aumento generalizzato dei prezzi, il segno delle variazioni cambia di segno, determinando un miglioramento del saldo positivo.
Per quel che riguarda le produzioni zootecniche anche il 2013, ha fatto registrare andamenti differenti tra le specie. La carne bovina, infatti, ha mostrato un calo della produzione (-12%) riferibile a tutte le categorie, dovuto alla riduzione dei consumi di carni rosse e all’aumento dei costi di produzione a carico degli allevamenti. La produzione di carni suine, invece, si è stabilizzata sui medesimi volumi del 2012 (+0,1%), a fronte però di un calo del numero di capi macellati del 2,1%. Per il terzo anno consecutivo, all’aumento complessivo dei capi macellati con un peso vivo superiore a 160 chilogrammi, ha corrisposto un andamento in controtendenza delle macellazione di suini pesanti certificati per la produzione dei salumi Dop, i quali rappresentano la quota prevalente della produzione nazionale. La produzione avicola, in crescita ininterrotta da cinque anni, ha mostrato una battuta d’arresto (-0,2%), stabilizzandosi sui livelli dell’anno precedente. Questo risultato è frutto della crescita della produzione di carne di pollo, sostenuta dall’aumento dei consumi indotto dalla riduzione del reddito disponibile delle famiglie e dalla crescita delle esportazioni, a fronte dell’arretramento delle altre specie avicole. Il settore ovi-caprino, dopo un lunghissimo periodo di lento e costante declino, ha conosciuto un incremento della produzione, che tuttavia non è stato sufficiente a recuperare la forte contrazione accusata in passato. Peraltro, tale incremento è riconducibile esclusivamente alle macellazioni di capi di origine italiana, alimentato dalla riduzione del patrimonio ovino nazionale.
Il 2013 è stato un anno soddisfacente per il settore lattiero-caseario nazionale sotto due distinti profili: per aver consolidato il vantaggio competitivo a livello europeo e mondiale nel settore dei formaggi, con l’incremento delle quantità esportate; e per aver assicurato agli allevatori un prezzo del latte crudo alla stalla in crescita e attestato su livelli elevati in termini assoluti. Cionondimeno, sono rimasti evidenti alcuni elementi di criticità, come l’inarrestabile diminuzione del numero di allevamenti attivi (-4% circa), la riduzione degli sbocchi sul mercato interno per effetto della crisi economica che ha coinvolto i consumi alimentari e la riduzione della produzione di latte legata essenzialmente a motivi di carattere climatico, nonostante si sia verificato un incremento dei capi allevati (+3,4%). Nel corso dell’anno, inoltre, sono proseguite le difficoltà che hanno investito il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, colpiti da una nuova riduzione delle quotazioni, al punto che i due consorzi di tutela hanno attuato la pianificazione produttiva prevista dalla normativa comunitaria nell’ambito del “pacchetto latte”.
Il comparto ittico nazionale è da anni sottoposto a modifiche strutturali imposte dai piani di adeguamento della flotta peschereccia, finalizzati a ridurre gradualmente le unità adibite alle attività di pesca. Nel 2013, infatti, la flotta è diminuita dell’1,6% in termini di numerosità e del 3% in termini di capacità. Anche i risultati produttivi conseguiti confermano il perdurare di una situazione di ridimensionamento, come testimoniato dalla diminuzione delle catture, dei ricavi (-12%) e dei livelli produttivi medi espressi in catture giornaliere. In particolare, la diminuzione dei ricavi ha interessato gran parte delle regioni, con alcune eccezioni riguardanti la Liguria e la Toscana. Sul fronte degli scambi con l’estero, si segnala un lieve miglioramento del deficit grazie all’aumento delle esportazioni a fronte di una sostanziale stabilità delle importazioni. Al contempo, i risultati dell’attività ittica proveniente dall’allevamento hanno fatto segnare un aumento della produzione in quantità (+3%) e una diminuzione in valore (-7%).
È proseguita anche negli anni più recenti, sebbene a un ritmo più lento del passato, la progressiva espansione naturale del bosco a discapito di aree agricole e pascolive abbandonate. All’aumento della superficie forestale, purtroppo, non ha fatto seguito un incremento degli investimenti sul territorio e l’adozione di adeguate forme di gestione e sfruttamento economico, anche se il sistema economico nazionale può vantare una fiorente industria legata ai prodotti legnosi. Infatti, è stimato un utilizzo pari a solo il 25-30% della biomassa annualmente prodotta dai boschi italiani, a fronte di un’industria italiana dei prodotti legnosi che importa dall’estero più dell’80% delle materie prime impiegate, a cui si aggiungono anche le importazioni di biomassa a uso energetico, con il primato dell’Italia quale primo acquirente al mondo di legna da ardere.

L’INEA è un ente pubblico istituito nel 1928, che svolge attività di ricerca, di rilevazione, analisi e previsione nel campo strutturale e socio-economico del settore agro-industriale, forestale e della pesca.

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Redazione Newsfood.com

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