Con la sentenza del 17 gennaio 2007, n. 995 la Corte di Cassazione ha stabilito che è giusto che l’INAIL non risarcisca l’infortunio in itinere se il lavoratore al quale è occorso
si sia recato al proprio posto di lavoro con il proprio mezzo privato, anziché utilizzare quello pubblico.
Secondo la Corte di Cassazione per recarsi al lavoro, insomma, devono essere utilizzati gli itinerari ed i mezzi più sicuri e l’uso della propria autovettura ai fini del risarcimento non
è riconosciuto.

Fatto e diritto
“Con i mezzi pubblici avrei fatto ritardo! Seguendo un tragitto diverso bastano venti minuti?.. Se quaranta minuti vi sembrano pochi?e poi l’uso dei mezzi pubblici
è incompatibile con le mie esigenze familiari?.” dice la ricorrente ai magistrati, che era alla guida del suo mezzo anche il giorno dell’incidente.
Con questa motivazione una lavoratrice, che ogni mattina si reca al lavoro alle 6,50 e che per coprire il tragitto casa-ufficio con i mezzi pubblici impiegherebbe un’ora e quindi per propria
comodità e a proprie spese utilizza tutte le mattine il mezzo proprio, ha preteso dall’INAIL il risarcimento del danno causato da un infortunio in itinere occorsole.
L’infortunio in itinere nel nostro ordinamento previdenziale è stato introdotto dal D.Lgs. del 23 febbraio 2000, n. 38 che ha previsto l’indennizzo a determinate condizioni.
Con la suddetta sentenza la Corte di Cassazione non le ha dato ragione, anzi ha accolto l’interpretazione del giudice di appello che aveva deciso al riguardo che la differenza fra i tempi di
percorrenza dei due itinerari è “di entità modesta e sicuramente tollerabile” e quindi aveva stabilito la non indennizzabilità per tale infortunio.

Conclusioni
Con la citata sentenza del 17 gennaio 2007, n. 995 la Corte di Cassazione, ha quindi concluso che devono essere utilizzati gli itinerari ed i mezzi più sicuri e
l’INAIL ritiene tali solo i trasporti pubblici. Pertanto, se il lavoratore usa il proprio automezzo, non è coperto dalle garanzie assicurative contemplate dalla normativa sugli infortuni
in itinere e mezzi alternativi a quelli di trasporto pubblico sono consentiti e riconosciuti in caso di infortunio solo se non esistono soluzioni alternative.
Cassazione – Sezione lavoro – sentenza 12 dicembre 2006-17 gennaio 2007, n. 995
Presidente Ianniruberto – Relatore Vidiri
Pm Abbritti – conforme – Ricorrente D’Angeli – Controricorrente Inail

Svolgimento del processo
Con ricorso depositato in data 9 gennaio 2004, Anna Maria D’Angeli proponeva appello avverso la sentenza con la quale era tata respinta la sua domanda diretta ad ottenere la condanna dell’Inail
alla corresponsione della rendita per infortunio sul lavoro.
Costituitosi il contraddittorio, la Ca di L’Aquila rigettava l’appello e dichiarava irripetibili le spese. Nel pervenire a tale conclusione la Corte territoriale osservava che, come aveva
dichiarato la stessa assicurata, il tempo di percorrenza del tragitto che separava il suo posto di lavoro dalla sua abitazione era pari a 20 minuti utilizzando il mezzo proprio ed ad un’ora
facendo ricorso ai mezzi pubblici, con una differenza per i due distinti tragitti pari a 40 minuti. In una siffatta situazione non era consentito ritenere che l’uso del mezzo proprio fosse
necessitato dall’assenza dei mezzi pubblici di trasporto utili o dall’abnorme aumento dei tempi di percorrenza che il ricorso a questi ultimi avrebbe imposto. Il risparmio del tempo si
configurava come una mera comodità personale, per cui ne conseguiva l’infondatezza della domanda attrice perché solamente differenze di orari di percorrenza, che assumano una
significativa rilevanza, possono giustiziare l’indennizzabilità di sinistri, nei quali l’assicurato rimane vittima, mentre è alla guida del proprio autoveicolo.
Avverso tale sentenza Anna Maria D’Angeli propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi.
Resiste con controricorso l’Inail.

Motivi della decisione
Con i due motivi di ricorso l’assicurata denunzia violazione e falsa applicazione del Dpr 1124/65 e dell’articolo 12 del D.Lgs 38/2000 nonché vizio di motivazione dell’impugnata
sentenza.
Più specificamente l’assicurata lamenta che il giudice d’appello non ha tenuto conto che l’utilizzazione dei mezzi pubblici – per l’orario in cui doveva ogni giorno intraprendere il
lavoro (ore 6.50 del mattino) e per la lunghezza del tragitto da percorrere – risultava incompatibile con le proprie esigenze familiari, importando per essa ricorrente numerosi e gravi disagi.
Per di più gli stessi giudici avevano trascurato di considerare anche che la malattia pregressa all’infortunio da cui era afflitta rendeva ancora più inconciliabile l’uso dei
mezzi pubblici con le sue esigenze familiari.
Il ricorso è infondato e, pertanto, va rigettato.
Questa Corte ha affermato che in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro ai fini della indennizzabilità dell’infortunio in itinere, anche in caso di utilizzo del mezzo
di trasporto privato, deve aversi riguardo ai criteri che individuano la legittimità o meno dell’uso del mezzo in questione secondo lo standard comportamentale esistente nella
società civile e rispondente ad esigenze tutelate dall’ordinamento, quali un più intenso legame con la comunità familiare ed un rapporto con l’attività lavorativa
diretto ad una maggiore efficienza delle prestazioni non in contrasto con una riduzione del conflitto fra lavoro e tempo libero (cfr. in tali sensi Cassazione 10750/01); ed ha più volte
ribadito, sempre in tema di infortunio in itinere, che l’indennizzabilità di detti infortuni è condizionata, in caso di uso di mezzo proprio, all’esistenza della necessità,
per l’assenza di soluzioni alternative, di detto u so, tenuto conto che il mezzo di trasporto pubblico rappresenta lo strumento normale per la mobilità delle persone e comporta il grado
minimo di esposizione al rischio della strada (cfr. al riguardo: Cassazione 19940/04; 7717/04).
Orbene, questa Corte – confermando la sentenza del giudice d’appello che aveva rigettato la richiesta di una lavoratrice a part time del riconoscimento dell’infortunio in itinere fondata su
esigenze familiari – ha statuito che allorquando il lavoratore utilizzi il mezzo di trasporto privato, non possono farsi rientrare nel rischio coperto dalle garanzie previste dalla normativa
sugli infortuni sul lavoro situazioni che, senza rivestire carattere di necessità – perché volte a conciliare in un’ottica di bilanciamento di interessi le esigenze del lavoro con
quelle familiari proprie del lavoratore – rispondano, invece, ad aspettative che, seppure legittime per accreditare condotte di vita quotidiana improntate a maggiore comodità o a minori
disagi, non assumano uno spessore sociale tale da giustificare un intervento a carattere solidaristico a carico della collettività (cfr. in tali precisi termini, Cassazione
17167/06).
L’indicato indirizzo giurisprudenziale nel parametrare il riconoscimento dell’infortunio sul criterio del bilanciamento degli interessi – con una valutazione che, devoluta al giudice di merito,
si presenta in suscettibile di ricorso in sede di legittimità se sorretta da motivazione congrua – rispetta la ratio dell’articolo 38 Costituzione. Ed invero, stante l’esigenza di
conciliabilità del bilancio con i compiti di tutela sociale dello Stato, non può gravarsi la collettività di spese ricollegabili a cause comportamentali che, non improntate
alla necessaria prudenza, non siano funzionalizzate a ridurre – attraverso la percorrenza di itinerari più brevi e sicuri, la utilizzabilità di mezzi di trasporto di maggiore
affidabilità e la praticabilità delle più opportune ed adeguate cautele – i margini di rischio che il lavoratore incontra nel percorso (di andata e ritorno) dal luogo di
abitazione a quello di lavoro.
Alla stregua delle argomentazioni sinora svolte non merita alcuna censura la sentenza impugnata per avere la stessa evidenziato come nel caso di specie – in presenza di mezzi di trasporto
pubblici utili – il risparmio di quaranta minuti che il lavoratore conseguiva con l’uso del mezzo proprio configurasse, come si è detto, una “mera comodità personale, trattandosi
di differenza di tempo di entità modesta e sicuramente tollerabile”.
Per concludere, il ricorso va rigettato.
In ragione della natura della controversia nessuna statuizione può essere emessa sulle spese del presente giudizio di cassazione (articolo 152 disp. att. Cpc).

PQM
La Corte rigetta il ricorso. Nulla sulle spese del presente giudizio di cassazione.