ITALIA NEL PANTANO: ECONOMIE LOCALI e PROVINCIALI IN CRISI

ITALIA NEL PANTANO: ECONOMIE LOCALI e  PROVINCIALI IN CRISI

Economia Italia. Ritardare il cambio di passo e le scelte coerenti con il nuovo ambiente sociale e civile è deleterio. Basta analisi economiche finanziare astratte di ricette non eseguibili.

Nuovi economisti sconosciuti hanno qualche ricetta. In crisi anche le Regioni forti italiane. Le Province hanno sfide difficili su nuova imprenditoria, capitale umano, scuola e università, welfare e crisi aziendali, chiusura negozi, tutto in vendita.

 

Le Camere di Commercio, con Istat e sistema economico finanziario imprenditoriale nazionale e regionale, hanno stilato separatamente un quadro della economia locale relativa al 2019 e in prospettiva 2020-2021 basandosi molto sui numeri reali, su bilanci, su conteggi.

Emerge una fotografia molto sconsolante: l’Italia non riesce a riprendere quota ma soprattutto “non cancella” lo status mentale e reddituale post 2008-2009 e 2011-2012. Ogni regione, ogni provincia italiana presenta un conto diverso, motivi e fatti antichi e contingenti che pesano enormemente, sia sulla situazione nazionale (non ne usciamo) che sulle condizioni provinciali (fatta qualche accezione ed eccezione).

Dimostrano un rallentamento, problemi anche le regioni autonome come Trentino ed Alto Adige, la Valle d’Aosta, il Friuli e la Sardegna, ancor più la Sicilia pur avendo un budget cospicuo in mano a disposizione. La stessa capitale-metropolitana-mega di Roma con tutti gli appoggi, le società e le sedi estere continua a fare debiti senza alcun ripensamento. In tutto questo il debito pubblico nazionale continua a crescere, non a decrescere come giustamente la Ue chiede, a 2245 mld euro, in crescita sul 2018 di 35 mld in gran parte dovuti solo dal calo dello spread e dei tassi di interessi sul debito.

Giampietro Comolli e Francesco Alberoni in Casa Ferrari (Foto Archivio Newsfood.com)

Nessun sforzo e impegno di chi ci governa, destra o sinistra che sia. Le stesse Regioni ordinarie solide e attive come Veneto, Lombardia, Emilia, Piemonte segnano il passo in tutti i distretti di eccellenza. Motivi? Possiamo sintetizzali e metterli secondo noi in ordine: politiche indecise lunghe deprimenti e in ritardo a livello di governo centrale e regionale periferico; imprese e imprenditori a caccia dello sconto fiscale e del solo export e in crisi tecnologica, logistica, sviluppo; carenza formazione tecnica umana sociale inclusiva del mondo scolastico universitario fermo alla nozione ripetuta; crisi del welfare aziendale e sociale soprattutto nelle grandi strutture e lente nell’adeguamento innovativo; incapacità di offrire futuro ricerca solidità al capitale umano dei giovani nazionali capaci.

In tutto questo si assiste al continuo inutile stillicidio litigioso qualunquista centripeto comportamento dei politici di qualunque schieramento che per primi, anche inconsciamente, alimentano disaffezione, rinuncia, paura, fughe all’estero, abbandono e anche quei “movimenti di pancia e non di testa” etichettati come populismo e sovranismo.

Che forse la brexit Britannica, monarchia e antichissima democrazia senza una Costituzione, non sia una scelta popolare e di indipendenza sovrana? Quindi per uscire da questa crisi oramai entrata nella testa, nella pancia e nel cuore di molti italiani bisogna proprio cambiare al 100% modalità di gestione e di indirizzo politico economico. L’economia capitalista e comunista abbiamo visto sono perdenti oramai da anni non solo per i “fondamentali”, ma anche per una stabilità e una durata anche di fronte a dittature più o meno forti. Ma la ribellione o la presunzione autonomista nel mondo porta ad un disfacimento globale anche agli antipodi.

Abbiamo bisogno, ovunque, anche nella provincia “provinciale” chiusa italiana di una nuova accezione di politica economica estremamente quotidiana, concreta, diretta, fattibile sicuramente ribassando il potere finanziario, crescendo in forme orizzontali e verticali di welfare, educazione comportamentale, eliminando il superfluo anche se si ha un buon conto in banca! Oggi tutto è in vendita, nessuno compra fra gli esseri normali borghesi della provincialità italiana. E’ inutile fare analisi “da economista” con le solite ricette tipiche delle scuole universitarie anche qualificate: quel parterre di studenti non trovano posto in Italia, sono obbligati dal sistema obsoleto a fuggire. Consiglio di leggere qualche economista (… non saranno mai premi Nobel oggi, forse postumi) come Tim Jackson della Surrey-UK, Dani Rodrik di Harvard,  Richard Thaler di Chicago, quindi di università molto diverse, non volti televisivi, non professori gettonati dalle multinazionali e dai fondi sovrani ma fanno capire che bisogna trovare una o più, adattabili ad ogni paese, vie diverse alla sola economia di capitali e di azioni, di spread e prestiti, di produzione e consumo obbligato.

Per essere ancor più costruttivo, perché è obbligo esserlo, oggi un Ministro del Tesoro italiano che vuol realmente tutelare le future generazioni o anche un assessore al bilancio di una medio-piccola città di provincia (quelle dove chiudono imprese, negozi, aumentano cartelli con vendesi, migliaia di case invendute, aree capannoni dismessi, forte degrado ambientale….) dovrebbe saper prendere un po’ di Keynes, di von Hayek, di Krugman, di Kaldor, di Tobin e anche di Marx con la giusta dose in pochi punti.  Non è tanto la mancanza di innovazione o di tecnologia che manca al cittadino-consumatore comune (in età lavorativa) quanto di affidabilità, certezza, chiarezza del sistema in cui vivere in onestà.

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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