Prevede misure che la società che ha messo a punto la colza Ogm che deve eliminare ogni possibile pregiudizio per la salute e per l’ambiente in caso di disseminazione
accidentalei.
L’olio derivato dalla colza Ogm è già stato accettato nell’Ue per usi alimentari nel 1999 e nel 2000.
L’autorizzazione non si applica quindi né alla coltura delle 3 specie né alla loro utilizzazione per l’alimentazione umana.
Prima della commercializzazione, i prodotti contenenti Ms8, Rf3 o Ms8xRf3 devono essere etichettati in maniera da poter indicare chiaramente che contengono colza geneticamente modificata,
seguendo il regolamento su etichettatura e tracciabilità in vigore dall’aprile 2004, fornendo così ad operatori e consumatori le informazioni necessarie per scegliere i
prodotti.
La Commissione approva ma cerca di tranquillizzare: «negli ultimi 6 anni – si legge in una nota – l’Ue ha messo in campo un sistema chiaro, trasparente e stretto di
regolamentazione dei prodotti destinati all’alimentazione umana e all’alimentazione animale, e delle colture geneticamente modificate. La procedura d’autorizzazione nel quadro di
questo nuovo sistema garantisce che possano essere messe sul mercato europeo solo gli Ogm che non presentano alcun rischio per la salute umana ed animale e per quanto concerne la disseminazione
nell’ambiente». Finora la Commissione Ue aveva autorizzato il maïs NK 603 nel 2004; il maïs MON 863, la colza GT73 e il maïs 1507 nel 2005; il mais MON863xMON810, nel
2006.
Duro il commento di Legambiente: «Chi mangerà la mucca che ha mangiato la colza ogm? Ovviamente i cittadini, ignari del regime alimentare del bovino». Così Francesco
Ferrante, direttore generale dell’associazione ambientalista, che aggiunge: «Allora non prendano in giro i consumatori che non sapranno mai se la fettina che hanno nel piatto arriva
da una mucca che ha mangiato colza geneticamente modificata oppure no. Perché è evidente che anche se queste varietà saranno destinate alla zootecnia e all’industria
non si potrà evitare che entrino nella catena alimentare e minaccino la biodiversità. Oltretutto è inaccettabile che la Commissione europea continui ad approvare
d’ufficio la commercializzazione di prodotti transgenici nonostante l’opposizione della maggior parte dei governi dei Paesi membri del Consiglio dell’Unione
europea».
In Italia, ricorda l’associazione ambientalista, sono 15 le regioni italiane e oltre 2.300 i comuni che hanno già detto no al transgenico per difendere la nostra agricoltura di
qualità e garantire maggiore competitività globale. Con 155 prodotti a marchio Dop e Igp l’Italia è oggi al primo posto in Europa per produzioni tipiche (481 i Doc,
Docg e Igt e oltre 4.200 i prodotti agro-alimentari tradizionali censiti dalle regioni) e il primo paese per produzioni biologiche, con 1.067.101 ettari, pari a circa il 7% della superficie
agricola coltivata.
«L’Italia – conclude Ferrante – continui a lavorare in sede Ue per riaprire il dibattito e chiedere con forza regole chiare sulla completa tracciabilità dei
prodotti».

Fonte: www.greenreport.it