Niente vitamina C. Non ci credevano, le due ragazzine neozelandesi appassionate di scienze, che la loro bevanda preferita al succo di ribes, chiamata Ribena, contenesse quattro
volte la vitamina C contenuta nelle arance. Eppure, così recitava la pubblicità: sette milligrammi di vitamina C ogni cento millilitri di bevanda. Color viola acceso,
sanguigna, la bibita prodotta dalla multinazionale GlaxoSmithKline è una delle più apprezzate e salutari bevande per milioni di bambini e adolescenti in 22 Paesi del mondo.
Così era, e tuttora è, anche per Anna Devathasan e Jenny Suo, due studentesse quattordicenni del Pakuranga college di Auckland, che nel 2004, durante un esperimento di scienze,
chiesero al loro professore di analizzare la composizione del succo di ribes. “Vediamo se la pubblicità racconta il vero”. Dopo il test, la sopresa: di vitamina C neanche l’ombra, o
meglio, solo ‘qualche traccia, appena rilevabile’.

Altri passi falsi. Ribena è un marchio famoso e assai diffuso, di proprietà di una delle più grandi case farmaceutico-sanitarie del mondo, la
GlaxoSmithKline. Prodotto sin dagli anni ’30, quando fu lanciato in Gran Bretagna come dieta sostitutiva delle arance, ottenne da subito un grande successo. Il saporito succo a base di Ribes
Nigrum non ha, agli occhi dei nutrizionisti, la pessima fama di bevande gassate o iperzuccherine come la Coca-Cola, ma non per questo è stato esente da critiche, nella sua lunga
carriera. Nel 2001, la campagna per una variante del prodotto, ‘Ribena Toothkind’ (‘amico dei denti’), fu bandita dall’Alta corte britannica perché definita ‘fuorviante’: si vantavano
proprietà anti-carie della bevanda grazie alla sua formula arricchita di calcio. Nel gennaio di quest’anno, uno studio dell’associazione di consumatori australiana rivelò che
l’estratto del frutto di bosco ammontava solo al 5 per cento del totale. Ma la vera stangata doveva ancora arrivare.

Pubblicità ingannevole. Dopo il test, le due ragazzine di Auckland, sorprese e deluse, pensarono dapprima di essersi sbagliate, poi, condotta una nuova analisi che
confermò il risultato, decisero di scrivere ai produttori della Ribena. Nessuna risposta. Allora telefonarono, ma furono liquidate con una scusa. “Non ci prendono sul serio perché
siamo piccole”, protestarono Anna e Jenni. Della questione furono investite la Competition and Consumer Commission australiana e la Commerce Commission, l’equivalente del nostro Garante, che
portò il caso di fronte alla corte di Auckland. Qualche giorno fa, la GlaxoSmithKline è stata riconosciuta colpevole di pubblicità ingannevole, costretta al pagamento di
una multa di 115 mila euro e alla pubblicazione sui giornali neozelandesi di una rettifica che emendasse la rèclame mendace. All’uscita della Corte alle ragazzine, ormai diciassettenni,
è stato chiesto se fossero soddisfatte di come la vicenda si è conclusa: “Mica tanto – hanno risposto -. Sono una multinazionale multimiliardiaria. La multa non gli ha nemmeno
intaccato gli spiccioli nel portafogli”.

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