L’agricoltura e gli agricoltori italiani dipendono dalla PAC 2021-2027

L’agricoltura e gli agricoltori italiani dipendono dalla PAC 2021-2027

PAC EUROPA IN PIENA DISCUSSIONE… MA PRIMA LA COMMISSIONE DEI COMMISSARI – L’ITALIA NON AVRA’ L’AGRICOLTURA!! PECCATO

L’AGRICOLTURA ITALIANA -e gli Agricoltori- DIPENDONO DALLA PAC 2021-2027

PUNTARE SU STRATEGIE E UNA GRANDE POLITICA AGROALIMENTARE NAZIONALE – BASTA INTERVENTI LOCALIZZANTI E PICCOLO CABOTAGGIO

INVESTIRE IN PROGETTI INTERREGIONALI DI FILIERA – INVESTIRE IN EVENTI “ITALIANWINE” IN PAESI NUOVI – INVESTIRE TRAMITE AZIENDE SOLO PER CONSOLIDARE MERCATI GIA’ ACQUISITI CON UNA BUONA QUOTA COMMERCIALE – STRATEGIA ITALIAN WINE ONLINE WEBMASTER

Milano, 22 luglio 2019

Le ultime notizie da Roma e da Bruxelles non fanno ben sperare. Forse la “nascita” della nuova Commissione sta bloccando e rimandando molte questioni importanti. In ogni caso la PAC (nb: sono sempre più convinto della necessità di un cambio radicale nella PAE, cioè politica agricola europea) è uno strumento fondamentale per l’agroalimentare e il vino italiano.

La Pac annuale (2017-2018-2019) ha voluto dire per l’Italia una dotazione dalla UE annuale di circa 330-340 milioni di euro, di cui 290 alle Regioni, a cominciare dai 50-55 milioni assegnati alla Sicilia, cioè 1/6 del totale su 21 regioni! Non dimentichiamo che nei due ultimi anni non si è arrivato ad un accordo politico-tecnico nella Conferenza Stato Regione che doveva approvare fondi, riparti, bandi.

Un tema che per l’Italia deve essere al primo posto assoluto. Ma innanzitutto l’Italia deve cercare di cambiare. Le voci da Bruxelles sembrano orientate ad un cambio: nel 2020 finirà la formula degli OCM che in ogni caso, per il vino, ha consentito di eliminare le rincorse quotidiane agli squilibri di mercato, dei consumi, dei prezzi, dei redditi puntando su competitività, nuove vigne, più esportazione.

Puntare sull’Agricoltore
che coltiva il suo territorio, e il suo futuro,
non semplicemente sull’agricoltura

Ma l’Italia deve chiedere un forte cambio di passo, una nuova POLITICA DEL VINO per i prossimi 20 anni con possibilità di aggiustamenti. Dopo 40 anni fra Mercato Comune, Pac e Ocm, oggi si deve puntare sulla figura di chi realmente vive il territorio agrario, chi vive di agricoltura, chi è realmente una impresa in un comune rurale.

Deve nasce l’”agricoltore attivo” rispetto all’ ”agricoltore principale”, sempre imprenditore , sempre gestore di una impresa ma legata al suo territorio non solo legata alla coltivazione, allevamento, agriturismo, forestazione… ma soprattutto all’ambiente, alla tutela generale, alla salvaguardia della terra, della vivibilità, accessibilità, fruizione.

La proprietà della terra come fattore di sviluppo e di crescita di un sistema politico agroalimentare, ambientale e climatico, idrogeologico.  Non bisogna partire dal mercato, prezzi, consumo, prodotti per definire l’agricoltore attivo, ma bisogna partire da cosa si intende per una “agricoltura” attiva in Europa dove i Paesi, i sistemi, le coltivazioni, i climi, la storia impongono regole naturali e produttive assai diverse.

Il liberismo sfrenato che ogni Paese può fare tutto, oppure che le quote servono per garantire prezzi e reddito devono essere fattori economici consolidati e consequenziali a nuove impostazioni. La nuova PAC deve adattare tutte le politiche lineari sulla funzione attiva dell’agricoltore: dal contadino delle aree svantaggiate, delle piccole coltivazioni e piccoli allevamenti e con la funzione anche sociale e civile più che agricola al grande imprenditore agrario con o senza terra che attua una grande impresa in grado di stare sul mercato globale con necessità, impegni, funzioni totalmente diverse.

In questo modo, fra i due estremi, possono trovare collocazione altre figure intermedie di agricoltori attivi, da quello che conferisce la totalità del proprio prodotto alle strutture cooperative di vario genere al piccolo-medio imprenditore che produce prodotti di qualità, cura tutta la filiera, nell’autonomia di impresa svolge anche un sostegno generale alla regione economica di riferimento.

In questo contesto grande importanza assumono gli aiuti non più proporzionati solo alla estensione territoriale, ma indirizzati e assegnati in base alla figura dell’agricoltore e alle sue funzioni collettive e individuali, sociali ed economiche, dirette all’impresa o collaterali, al reddito e ricavi d’impresa, al suo attivo e passivo, alla occupazione.

Questa “nuova agricoltura-agricoltore” dovrebbe poi adattarsi a una PAC 2021-2027 molto più flessibile, molto più larga per certi aspetti e canali operativi favorendo proprio alti piani strategici nazionali  in cui siano ben definite linee e azioni con misure precise

 

Nascerebbe una agricoltura al servizio di tutti, non solo come settore primario, come fonte base di commodity e di prodotti di qualità, ma anche rispettosa delle tradizioni agrarie delle grandi imprese del nord Europa, delle imprese delle regioni destinate a prodotti Dop e Igp, delle aziende di montagna con valenza a pascolo e forestale, delle aziende delle pianure fertili del sud Europa, ma anche delle aziende meridionali vincolati per clima e orografia a puntare solo su alcune produzioni.

 

Una agricoltura più legata alla vita sociale, più valore aggiunto e più valore civile per il settore primario e per la figura del contadino che – in certi casi – riceverebbe aiuti pubblici e di tutti per un servizio reso a tutti. Senza banalizzare e senza demagogia, chi resta e vive in zone svantaggiate, (qualunque sia la professione primaria svolta), cura il territorio, “controlla” il territorio, produce in proprio e vende direttamente produzioni, catalizza attenzione e interesse di altre figure professionali, soddisfa una marginalità di ricavi che integrati con gli aiuti e i sostegni, possono garantire un reddito di impresa e di famiglia, importante anche proprio per ripristinare la “famiglia agraria” come prima struttura solidale-civile  in quei “luoghi” dove è sicuramente maggiore il senso e la necessità di sostenibilità, sussidiarietà e solidarietà andando oltre il mercato, il consumo, i prezzi…..

 

Il valore dei terreni è assai diverso nell’ambito del paesi Europei ( da 1.000 euro all’ettaro a 2 milioni all’ettaro= rapporto di 1 a 2000, ovvero un euro contro 2000 euro!)  e questo accentua le discriminazione in qualunque intervento e direttiva.

Inoltre una politica di coesione ha risvolti anche urbani, che in certe regioni sono più accentuati ed evidenti creando forti tensioni e differenze fra agricoltori europei.

Una soluzione più dinamica e meno invasiva per gli agricoltori, semplificando anche i rapporti con le strutture sindacali e professionali o dotando quest’ultime di una funzione di responsabilità diretta versa la Comunità, potrebbe essere quella di puntare –  per i piani di sviluppo rurale – su una politica di intervento ( prodotti generici e di qualità ) e una politica di strumenti (crediti e investimenti).

Anche queste due banali impostazione pratiche risolverebbero  l’accesso e l’uso delle due politiche attraverso la scala delle figure degli agricoltori: due leve uniche per dare flessibilità e mantenere un controllo generale su volumi e qualità (quindi pian piano le quote potrebbero sparire e al loro posto nascere un giusto rapporto fra domanda/offerta per i prodotti generici globali).

Sicuramente i fondi disponibili, la compensazione dei disimpegni, l’esclusione di azienda dal sistema obbligatorio ambientale son priorità fondamentali, ma vediamo questi aspetti da una angolatura diversa: non partiamo dall’Euro ma dall’uomo agricolo.

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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