L’americano coi maccheroni

L’americano coi maccheroni

Trasferirsi in America, lasciando la grigia e triste Italia del secondo dopoguerra: è questo il sogno di Ferdinando “Nando” Moriconi (Alberto Sordi) protagonista de Un Americano a Roma
(1954) e abitante di Trastevere la cui massima aspirazione è andare a vivere negli States, considerati la terra della ricchezza, della potenza e delle grandi opportunità a portata
di mano.

In attesa di emigrare nel suo Altrove ideale, Ferdinando cerca di americanizzare quanto possibile la sua vita nella capitale.
Ecco quindi che inizia a parlare un inglese raffazzonato, fatto di qualche parola presa qua e là, si circonda d’oggetti che gli ricordino gli States, come la boccia d’acqua ” da ufficio
della Quinta Strada” e mazza e guantoni da baseball alla Joe di Maggio e vive la giornata come un personaggio di una qualche sceneggiatura hollywoodiana.

Giunge fino ad inventarsi due costumi personalizzati, uno da poliziotto “del Kansas City” e l’altro a base di cappellino a visiera, bracciale di cuoio borchiato, maglietta bianca e jeans a
tubo.

Si ha però un momento dove la fede dell’ “americano a Roma” viene messa alla prova.

Al momento di consumare un pasto, Moriconi si trova davanti a due alternative: un italianissimo pranzo a base di maccheroni, “un cibo da carrettieri”, lo definisce il nostro americano del
Kansas City, e vino rosso da una parte; dall’altra, un improbabile miscuglio a base di marmellata, yogurt, mostarda e latte da bere perché “così che gli americani vincono le
guerre”.

Questa sfida alimentare avrà un esito senza appello: nonostante tutta la sua buona volontà per agire da Yankee, Nando divorerà senza troppi complimenti le pietanze
italiane, mentre i cibi d’oltreoceano verranno scartati senza problemi (“questo lo diamo al gatto, questo lo diamo al sorcio, questo lo usiamo per ammazzar le cimici”).

La scelta di Steno del maccherone come difensori dell’identità italiana, voluta o casuale che sia, è corretta: la storia di tale tipo di pasta è strettamente intrecciata
con quella del Paese del tricolore.

Da sempre la penisola è stata patria di buongustai che hanno tributato il giusto omaggio alla pasta: lo testimoniano, tra gli altri, l’intellettuale romano Apuleio, che ci tramanda una
ricetta con la lagana (la nonna dell’attuale lasagna), i palermitani, che intorno all’anno 1000 si cibavano di “itriyah” (pasta a forma di vermicello) e forse anche le decorazioni della “Grotta
Bella” a Cerveteri (IV secolo a.C.) che rappresentano strumenti atti alla preparazione di tale alimento.

Se proprio volete un’origine certificata del nostro maccherone, non esiste; più correttamente, gli storici dibattono intorno a tre date.

  • 1244: il Medico bergamasco Ruggero di Bruca prescrive ad un paziente “…et non debes comodare aliquo frutamine neque de pasta lissa nec de caulis…”, cioè di smettere di
    mangiare carne, usando al suo posto la pasta.
  • 1279: nel testamento di Ponzio Bastone, curato dal notaio Ugolino Scarpa, viene menzionata “bariscella una plena de macaronis”, cioè una cesta piena di maccheroni. –
  • 1298: ritornando dal Catai (la Cina odierna), il mercante veneziano Marco Polo porta con sé alcuni esemplari di un prodotto a base di pasta di grano diffuso in quelle terre,
    cioè i maccheroni.

In qualunque momento sia avvenuta la nascita ufficiale, comunque, il maccherone permea in fretta la storia e la cultura italiana, a tutti i livelli.

Dal maccherone prende il nome un genere letterario- linguistico, il maccheronico, che unisce termini alti (spesso presi alla lingua latina) ad altri più popolari.

Un esempio di tale stile, manco a dirlo, le “Maccheronee” di Teofilo Folengo.

Tale varietà di pasta serve da Musa ispiratrice anche per Giacomo Casanova: nel 1734, a Chioggia, il principe degli amanti compone un sonetto in onore del suo alimento preferito. 

Nessun cibo, per quanto saporito è senza nemici; l’importante è che abbia dei difensori.

Lo sa bene Leopardi: alla sua poesia, “I nuovi credenti” (dove Napoli e la sua apprezzatissima pasta viene messa in cattiva luce) risponde con veemenza il collega Gennaro Quaranta, che, la
“Maccheronata”, corre subito in aiuto dell’omonima specialità alimentare.

Maccheronaro – doc (questa volta senza bisogno di metter in ballo guerre tra poeti) era anche il compositore Gioachino Rossini; il musicista, talmente amante della buona cucina da farsi
costruire una siringa da alimenti in oro ed avorio e talmente capace d’auto-ironia da protestare per la mancanza di una cassa dei suoi amati maccheroni con la firma “Gioachino Rossini, Senza
Maccheroni”.

Non solo arte, sia chiaro, anche politica ai massimi livelli. Durante una farsa teatrale, l’attore protagonista, di fronte ad una tavola imbandita con numerosi cibi iconici, (gorgonzola e
stracchino simboleggiano il Lombardo-Veneto, il parmigiano il Ducato di Parma, le arance la Sicilia) li divora, risparmiando i maccheroni (che rappresentano il Regno di Napoli).

Questo è il modo scelto dall’imperatrice Eugenia di Francia per comunicare a Cavour l’assenso, quantomeno passivo, dello Stato transalpino, all’annessione della Sicilia a patto che
Napoli venga risparmiata.

Cavour capisce il messaggio e risponde a tono: i maccheroni sono ancora crudi, ma presto saranno mangiati anche loro. La storia gli ha dato ragione.

Da moltissimo residente sul territorio, amato (o comunque osservato con curiosità) da poeti e letterati, al centro d’intrighi politici di primissimo piano: il maccherone ha tutte le
carte in regola per rappresentare l’Italia in qualunque tipo di sfida gastronomica.

 

Scheda del film

Titolo: Un americano a Roma, Italia, 1954

Genere: commedia

Regia: Steno

Soggetto: Ettore Scola, Lucio Fulci, Steno, Sandro Continenza, Alberto Sordi

Sceneggiatura: Ettore Scola, Lucio Fulci, Steno, Sandro Continenza, Alberto Sordi

Fotografia: Carlo Montuori

Musica: Angelo Francesco Lavagnino

Durata: 94 min.

Interpreti: Alberto Sordi, Maria Pia Casilio, Ilsa Peterson, Anita Durante, Giulio Cali, Galeazzo Benti

 

Matteo Clerici

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