L’Associazione italiana maiscoltori: “Nel nostro paese non esistono campi di mais OGM free, un seme su 2000 può essere Biotech”

L’Associazione italiana maiscoltori: “Nel nostro paese non esistono campi di mais OGM free, un seme su 2000 può essere Biotech”

La visione del ministro della Salute Ferruccio Fazio in materia di Ogm, che delinea un nuovo approccio più mirato alle esigenze del consumatore come naturale evoluzione di un percorso
condiviso tra ricerca, mercato e garanzia per il benessere dei cittadini, costituisce una nuova importante apertura alla ricerca dopo quella del ministro Giancarlo Galan.

Le parole del ministro Fazio arrivano quasi contemporaneamente a nuove rivelazioni sulla presenza “biotech” nel nostro Paese. “Mais Ogm nei campi italiani? C’è da anni, come ci sono
componenti geneticamente modificati nelle filiere di molti prodotti a denominazione di origine e indicazione di origine protette”, spiega Marco Aurelio Pasti, presidente dell’Associazione
Italiana Maiscoltori, bollando come “ridicolo” il clamore sulla vicenda della semina, in provincia di Pordenone, di 6 semi di mais biotech resistente alla piralide, un dannosissimo parassita di
queste colture.

“Ogni anno in Italia vengono, con tutta probabilità, seminati svariati milioni di semi di mais geneticamente modificato contenuto in tracce nei sacchi di sementi di mais non Ogm – spiega
Pasti -. Le attuali norme per il controllo delle sementi prevedono infatti che i lotti con meno di 1 seme geneticamente modificato su 2.000 possano, di fatto, essere commercializzati come non
Ogm, e non potrebbe essere diversamente, dati i limiti posti dalla statistica nell’esecuzione dei campionamenti per il controllo delle sementi”. Insomma, come avviene per i generi alimentari,
dove è ammessa l’eventuale presenza di una percentuale minima di prodotti geneticamente modificati, anche nelle coltivazioni di mais il cosiddetto “Ogm free” non esiste.

“E’ ridicolo ignorare che, in Italia, dal 1997 al 1999 siano stati seminati decine di campi-prova con varietà di mais geneticamente modificati – dice ancora il presidente
dell’Associazione Italiana Maiscoltori – senza alcuna successiva ricaduta ambientale o sulle coltivazioni vicine. Così come ridicoli sono gli allarmi per la salute pubblica, a fronte di
numerosi studi, che dimostrano i vantaggi per la salute e l’ambiente, dovuti al minor uso di antiparassitari, che potrebbero derivare dalla coltivazione in pianura padana del mais resistente
alla piralide, a fronte di rischi inesistenti”.

Perché, si domanda Pasti, nel nostro Paese non dovrebbe essere possibile la coesistenza tra colture geneticamente modificate, convenzionali e biologiche nel rispetto delle regole
europee? Poi smonta il teorema per cui, con le sementi Ogm, gli agricoltori sarebbero assoggettati alle multinazionali, perché obbligati a comprare i semi tutti gli anni: “Oggi l’impiego
di varietà ibride, per le quali non è conveniente riutilizzare il seme raccolto in azienda, rappresenta oltre il 99% del mais seminato in Italia. Quindi non cambia nulla, si
comprerebbero i semi esattamente come si fa ora”.

I maiscoltori dell’Ami valutano “tragica” la limitazione della libertà d’impresa, in assenza di un solo dato accertato che giustifichi questi limiti, tanto più in un contesto
economico caratterizzato da una progressiva apertura dei mercati e dalla riduzione degli aiuti al settore. Questo senza contare i danni pesantissimi causati da parassiti come piralide e
diabrotica, che potrebbero essere fronteggiati con l’adozione di sementi biotech, uno stato di cose acuito dal blocco della sperimentazione in campo sugli Ogm.

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