Soltanto il 19% del costo al dettaglio per l’acquisto di prodotti lattiero caseari, come latte e formaggi, è destinato agli allevatori. Il resto? Finisce nelle mani della grande
industria, di quelle multinazionali che sempre più spesso varcano i nostri confini e fagocitano le realtà presenti sul territorio.
Com’è noto, sono giorni di serrate contestazioni: l’ultima in ordine di tempo ha visto ieri la partecipazione, nel centro di Milano, di un vero e proprio esercito di
scontenti composto da allevatori, consumatori, ambientalisti, medici, veterinari e poi mamme, tante mamme coi i propri bambini. Si è trattato di un “esercito” evidentemente
soltanto dal punto di vista della feroce determinazione nel raggiungere il proprio obiettivo, ma i metodi utilizzati sono stati decisamente pacifici: mungitura in piazza e brindisi genuinamente
analcolico a base di latte nostrano, le armi utilizzate per ottenere l’attenzione di chi di dovere. Un’iniziativa, quasi una festa di piazza, per dare un segno concreto della
propria esistenza. Della propria compattezza. Della propria intransigenza a chiudere gli occhi davanti a quelle che vengono considerate distorsioni inique nel rapporto tra l’industria, il
comparto agricolo e i consumatori finali.
Trasparenza dell’informazione sulla provenienza dei prodotto ed equa remunerazione degli allevatori: queste le richieste principali degli allevatori padani. E stavolta non si tratta di
fisiologiche rivendicazioni di categoria; se non si inverte presto la rotta, la maggior parte delle stalle si avvierà a una desolante chiusura e il futuro del made in Italy in questo
settore verrà inevitabilmente compromesso. L’iniziativa di ieri sembra aver raggiunto almeno in parte lo scopo: in serata un comunicato congiunto di Cia Lombardia, Coldiretti e
Federlombarda ha annunciato infatti che «grazie alla forte mobilitazione dei produttori di latte lombardi sono riprese oggi (ieri, ndr) a Milano le trattative per il prezzo del latte alla
stalla tra i rappresentanti di Assolatte (l’Associazione delle industrie di trasformazione) e le organizzazioni agricole. Le parti hanno così potuto cominciare a parlare di prezzo
e la trattativa prosegue. È infatti – conclude la nota – già programmato l’incontro definitivo che si terrà a Milano nei primi giorni di settimana
prossima».
Al coro di chi non vuole staccare il dito dal pulsante dell’allarme c’è quindi anche la Coldiretti che, calcolatrice alla mano, ha evidenziato come «a rischio ci sono
50mila allevamenti, 1,85 milioni di mucche da latte che producono circa 100 miliardi di chili di latte, per il 40 per cento in Lombardia, da destinare soprattutto al consumo fresco e per
metà alla trasformazione per prestigiosi formaggi a denominazione di origine». Un patrimonio «in pericolo di estinzione perchè mentre i cittadini sono costretti a
pagare circa 1,31 euro per un litro di latte fresco agli allevatori lo stesso viene pagato 32 centesimi, con un aumento dei prezzi del 300 per cento dalla stalla al consumatore».
Numerosissimi, ovviamente, gli striscioni che campeggiavano tra le fila dei manifestanti: «Alt alle schifezze, io voglio il latte fresco delle mie campagne»; «Mamma difendiamo
il latte italiano»; «Etichetta d’origine obbligatoria per tutti i prodotti»; «Tolleranza zero contro il falso Made in Italy». Il più ficcante,
probabilmente, quello in cui era visibile una mucca dall’espressione preoccupata che si sfogava così: «Non ce la faccio più, mi pagano 32 centesimi al litro e la tua
mamma compra il latte a 1,31 euro». Gli allevatori sono fermamente convinti che si debba con tutte le forze «impedire che gli oltre 2,2 miliardi di chili di latte importati ogni
anno da Germania, Polonia e, addirittura, Lituania, vengano spacciate come Made in Italy».
La palla ora passa (anche) al Governo che deve far sentire la sua voce alla Commissione europea. Non si spiega infatti perché, come ha lucidamente evidenziato il senatore Sergio Agoni su
La Padania di ieri, nello scambio di “favori” tra Roma e Bruxelles che ha portato alla deroga per cinque anni sull’attività degli altiforni italiani in cambio dei
vincoli alla produzione interna di latte, ci sia stato tale vistoso problema di “rispetto dei tempi”: dopo cinque anni, come da accordi, gli altiforni sono infatti stati
regolarmente chiusi. Le quote-latte, invece, sono ancora saldamente al loro posto e, per tutelare gli interessi di qualche Paese meglio inserito nelle rigide gerarchie europee, rischiano di
restarci a lungo.

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