In nessuno dei campioni, datati da 5500 a 5000 anni prima di Cristo, è stato trovato un gene indispensabile per poter tollerare questo alimento.

La tolleranza al latte è permessa da un gene specifico che nell’uomo si ‘spegne’ a 3-4 anni di età. Questo gene permette la produzione di un enzima, la lattasi, in grado di
degradare il lattosio, lo zucchero principale presente nel latte. Secondo i ricercatori, il fatto di non aver trovato il gene in nessuno degli otto individui fa pensare che fosse totalmente
assente nella popolazione europea.

Lo sviluppo della pastorizia, iniziato proprio nel periodo neolitico, avrebbe poi favorito la selezione degli individui in grado di digerire il latte. “La possibilità di bere il latte
era un grande vantaggio per i nostri antenati – spiega Mark Thomas, che ha coordinato lo studio – per l’apporto di sostanze nutritive, la grande reperibilità e anche per la mancanza di
parassiti, abbondanti invece nell’acqua”.

Uno dei principali ‘meriti’ del latte riguarda la fissazione del calcio: soprattutto nel nord Europa, la scarsa esposizione al sole origina bassi livelli di vitamina D, fondamentale per
assorbire questo minerale, nel sangue. Sia il calcio che una piccola quantità di vitamina ‘subito disponibili’ sono invece presenti nella bevanda. Ai giorni nostri il 90% della
popolazione europea è tollerante al lattosio, o meglio presenta il gene che codifica la lattasi attivato, mentre la grande maggioranza degli asiatici e degli africani non può
digerire il latte. Circa un terzo degli individui intolleranti può comunque consumare formaggi e yogurt.

“Questa è un’altra prova del fatto che la pastorizia ha favorito lo sviluppo del gene – conferma Olga Rickards, esperta di Antropologia molecolare dell’università Tor Vergata di
Roma – le popolazioni che hanno iniziato ad allevare gli animali hanno continuato a bere latte anche in età adulta. Questo ha fatto sì che venissero favoriti gli individui che
avevano mutazioni del Dna in grado di sintetizzare la lattasi. Il tempo di fissazione di questa mutazione, cioé in cui è diventata predominante è molto breve, ma è
plausibile”.

L’antropologia molecolare, cioé la scienza che studia il Dna degli uomini preistorici, ha avuto un forte impulso negli ultimi anni grazie a nuove tecniche di indagine: “Adesso siamo in
grado di analizzare i genomi completamente – conferma Rickards – anche di campioni vecchi migliaia di anni. Ci sono ancora critiche a questo tipo di analisi, i risultati sono entusiasmanti”.

Fonte: www.ansa.it