“Le lingue del vino”

Si parla francese, italiano, portoghese, spagnolo, sloveno e tedesco, sul palco. Manca l’occitano, ma è come se ci fosse, ché da secoli è presente in spirito –
nei cervelli, nei cuori, nei canti che si fanno la sera – in queste lande, tanto da battezzarle: Languedoc. E in platea ci sono più di 700 uomini e donne. Non è frequente:
da decenni a questa parte convegni, conferenze, congressi, tutte quelle occasioni in cui s’inforcano le cuffie della traduzione simultanea hanno eletto l’inglese a lingua madre. Ma
qui ci s’infervora sul vino, si parla di vignerons d’Europe e di produzione, e l’inglese è “soltanto”, come semplificazione da palco impone, la lingua del
consumo o semmai di una produzione seriale, moderna e baldanzosa, che con l’intricato groviglio di storie della viticoltura continentale non ha nulla a che fare. L’inglese, poi, per
convenzione o suggestione, è la lingua dell’autorità e della legge o, meglio, degli interessi a cui si genuflette quest’ultima: sebbene danese, la commissaria europea
Fischer Boel parla «a nome degli industriali del nord», una sorta di anglosassone ad dishonorem evocata da tutti gli oratori, inglese d’elezione per il solo fatto di non
maneggiare, riconoscere, esaltare i rudimenti del terroir. Fa eccezione Paul White, illuminato giornalista neozelandese – già collaboratore di Slowfood – che traccia una
lucida analisi della devozione al mercato (e alla chimica) di Barossa Walley e dintorni, e di come a furia di tappi a vite, alchimie dell’enologo demiurgo, trucioli e ammennicoli chimici
vari, alla fine perfino il mercato si sia ribellato. Non tanto per un sussulto culturale, ma semplicemente per noia.

Siamo a Montpellier, 14-15 aprile 2007, e l’evento è uno di quelli importanti, sia per Slow Food sia per il comparto vitivinicolo. Avevamo previsti e annunciati mille produttori,
alla fine ne sono arrivati 600: dai domaines francesi della Loira e del Rodano, dalla Ribera del Douro, dal Collio sloveno e dal Priorat spagnolo, dalle Langhe, dal Chianti e dalla Sicilia.
Senza sciovinismi, partigianeria, divisioni, affanni di marketing, buyers, pubblic relations, wine-makers (roba inglese…), ma per ragioni socio-politico-culturali: ribadire
l’importanza dell’uomo, del terroir, delle pratiche in vigna, e mostrarsi per la prima volta uniti, diversi ma concordi, orgogliosi della valenza materiale e immateriale del loro
lavoro e anche piuttosto incazzati per la piega che hanno preso le cose in quel di Bruxelles. Uno sparuto numero rispetto a quel che successe a Montpellier esattamente cento anni fa (la rivolta
dei vignerons del 1907 è entrata nell’epica francese) ma con più meno gli stessi bersagli nel mirino della Francia post-filosserica: annacquamento e zuccheraggio
fraudolendi, allora; espianti, aiuti ai mosti concentrati e alla distillazione, deficitarie informazioni in etichetta – per non dire “frodi” – oggi.

A quei tempi, Place de la Commedie traboccava di una folla sobillata da Marcelin Albert ed Ernest Ferroul, e ci scappò una violenta repressione avallata dal primo ministro Clemenceau. Di
fatto, la prima rivendicazione dei diritti dei vignerons, della terra, del vino fatto, venduto e bevuto all’insegna della qualità. Oggi, invece, in piena era post-moderna, come ha
ricordato Petrini sul palco, persone e prodotti passano in secondo piano, e le riforme e le controriforme si sfidano sul terreno della comunicazione, totem d’immaterialità
dell’epoca contemporanea. Dunque, ecco che il «vino può nuocere gravemente alla salute», come ha confermato perfino Angelo Gaja recentemente, ecco la proposta di nuove
insulse doc come “vino italiano” o Nebbioli cileni illusoriamente monfortini, ecco le continue spaccature tra vignerons su chi fa il vino più “naturale”
dell’altro. Una cortina fumogena che crea confusioni e dubbi nei consumatori, al guinzaglio della “comunicazione”, favoriti dalle spaccature interne al mondo produttivo e
incentivati da leggi e regolamentazioni scritte su misura per soddisfare gli interessi dell’industria, della grande distribuzione, di chi tratta il vino alla stregua di un
“investimento” come un altro, e dunque col solo miraggio di monetizzare.
La due giorni di Montpellier va in altra direzione. Dà fiducia, coesione e compattezza al comparto, ridefinisce ruolo e importanza del terroir anche come “governo del
limite”, esalta le mani che potano e vendemmiano, difendendo storia e paesaggio, e getta un cono d’ombra su quelle in camice bianco che operano tra le burette, gli enzimi alloctoni
o transgenici, elabora un documento (che troverete nelle pagine successive) che sarà inviato a tutti i parlamentari europei, ai ministri dell’agricoltura degli stati membri
dell’Ue, ai sindaci delle zone vinicole per i quali l’enoturismo è spesso la prima attrazione del territorio.

Insomma, il vigneron s’è desto! E dice no alla delocalizzazione delle vigne, ai mosti “con le ruote”, alla sovvenzione di produzioni destinate alla distillazione, agli
“arricchimenti” per aumentare a basso costo il grado alcolico di vini con altissime rese per ettaro, agli espianti nelle zone vocate di montagna e collina e nelle zone storiche di
grande tradizione viticola, alle etichette equivoche che non specificano quello che si troverà nella bottiglia. Dice no compattamente e lo dice forte e a tutti, vergando la ricetta di
una strada “altra”, più buona per il palato, all’insegna della biodiversità e della storia, rispettosa del terroir e del paesaggio. E lo fa per motivi culturali,
perché ha in gloria le sfumature ed è refrattario all’omologazione, ma senza afflati da buon tempo antico o pietendo/mietendo sovvenzioni e aiuti. E lo fa, non ultimo, per
vincere sul mercato, che come ci ha ricordato Paul White è assai sadico con chi vive esclusivamente in sua funzione e tende a stufarsi delle bottiglie chirurgicamente confezionate per
compiacerlo. Il gusto degli altri accetta le blandizie ma poi vuole crescere, e chiede d’essere educato. E sulla cattedra, a Montpellier hanno ben chiaro chi dovrà accomodarsi.

Alessandro Monchiero

www.slowfood.it

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