Sempre più diffusi i cibi «ammessi» dal testo sacro islamico: 15% in un anno, da precetto religioso è già un business con un giro d’affari da 15 miliardi di
euro: «La produzione alimentare di oggi rende difficile capire cosa finisce nei cibi che consumiamo, certo, l’etichettatura aiuta, ma non tutto è comprensibile: sappiamo che non
dobbiamo mangiare maiale, alcol o gelatina, ma come la mettiamo con l’ergocalciferolo o con il glyceryl stearate?».

Benvenuti nell’universo della cucina halal: siti internet, fast food e negozi specializzati nella vendita di alimenti permessi dalla legge islamica.

Un dettame religioso che in Europa si è ormai trasformato in un vero e proprio brand di enorme successo. Halal a tavola, ovvero, tradotto dall’arabo, ciò che è lecito
mangiare secondo il Corano. E per i musulmani europei a volte è difficile evitare ingredienti haram, impuri, come grassi animali e prodotti derivati dal maiale: biscotti, caramelle,
yogurt e succhi di frutta i classici alimenti a trabocchetto. E i rischi non si corrono solo a pranzo, ma anche in farmacia o dall’estetista.

Ecco perché i prodotti halal vanno a ruba, con cifre da far impallidire qualsiasi altro settore commerciale: nel 2003 il mercato europeo dei prodotti leciti ha fatturato circa 15
miliardi di euro. Commentano i sociologi belgi: È uno dei settori più promettenti a livello planetario, anche perché dal 1998 vanta un incremento annuo del 15%. La Francia
è la piazza più fiorente per la vendita di cibo, medicine e cosmetici halal, ma Gran Bretagna, Belgio e Germania non hanno nulla da invidiarle. E così fioriscono mercatini
e negozi, supermercati e macellerie specializzate, fast food e siti internet dove ordinare carni e salumi prodotti nell’est europeo con tecnologia e ricetta italiana ma rigorosamente halal. E a
livello globale si parla di guadagni costantemente in crescita che ormai sfiorano i 150 miliardi di dollari l’anno.

Come Dio vuole, io mangio halal ogni volta che posso, spiega una giovane studentessa universitaria belga di origine magrebina. È più sano e più facile da digerire, le fa
eco un uomo di mezza età convertito all’Islam da una decina d’anni. E così quello che ormai è stato ribattezzato halam business cresce. Si moltiplicano guide online in cui
trovare un buon ristorante a norma di Corano in qualsiasi Paese del mondo, o in cui studiare i marchi di garanzia più affidabili. Si adeguano le catene di ristorazione e le grandi case
alimentari, creando linee di prodotti halal con tanto di marketing specifico. Una tendenza inarrestabile perché ad aumentare non sono solo i clienti, ma anche i cibi richiesti.

In Francia, ad esempio, i giovani islamici tendono a seguire le mode culinarie dei coetanei non musulmani, ma spesso sono messi fuori gioco dagli alimenti impuri contenuti nei piatti più
gettonati: e così nel 2005 sono nate pizza e lasagne halal. In Belgio le scuole e gli ospedali dei quartieri a maggiore densità di immigrati musulmani servono piatti privi di
ingredienti haram.

Ma naturalmente ci sono anche i problemi. Il primo, e più sentito dai consumatori, è quello della certificazione, sanitaria e religiosa. Non in tutti i paesi europei c’è un
sistema di etichettatura affidabile sull’autenticità del cibo halal. Come in Belgio, dove secondo un’indagine dell’Università di Gand sono gli stessi consumatori musulmani a
chiedere regole chiare: un intervistato su quattro si preoccupa per l’assenza d’informazione e di controllo, mentre uno su tre per la mancanza di igiene. Ammette un grossista di Bruxelles:
Senza una definizione unica del certificato halal lasciamo spazio a ogni genere di abuso. Ma intanto l’halal economy ha ormai creato un inarrestabile brand di successo.

di Alberto D’Argenio