Con sentenza 19 gennaio 2007, n. 1168 la Corte di Cassazione Sezione Lavoro ha affermato che può essere licenziato il dipendente che, preso dalla collera, insulti un superiore, anche se
tali fatti si svolgano durante una riunione sindacale, dove i toni di solito sono sempre abbastanza accesi.
La Cassazione ha confermato cioè la decisione presa dalla Corte d’appello che aveva tenuto conto che i fatti si erano verificati in presenza di numerosi impiegati e dello speciale
vincolo che esiste fra i lavoratori subordinati ed i suoi superiori gerarchici, e quindi la sanzione espulsiva del licenziamento è adeguata, secondo il principio della
proporzionalità della sanzione in ordine alla sussistenza della giusta causa di licenziamento, proprio in relazione alla gravità del comportamento.

FATTO E DIRITTO
Il fatto è avvenuto a Napoli, dove un impiegato, impiegato presso la Cirio?, durante un incontro sindacale da lui convocato, per parlare della cattiva gestione della mensa aziendale,
dove erano interessati anche tutti i suoi colleghi, si era rivolto al responsabile del personale definendolo “delinquente”. Per questo era stato licenziato.
Il dipendente a tal proposito aveva prima fatto ricorso al giudice del lavoro di Napoli, che lo aveva accolto ordinando alla Cirio di reintegrarlo nel posto di lavoro.
Dopo la conferma della sentenza di convalida del licenziamento della Corte d’appello di Napoli, alla quale si era appellata poi la Cirio, il dipendente si è poi rivolto alla Corte
di Cassazione.
La Corte d’appello di Napoli aveva ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa del dipendente che, nel corso di una riunione sindacale nell’azienda presso cui prestava servizio come
impiegato, si era dapprima lasciato andare ad uno scontro fisico con un collega e poi aveva definito”delinquente” il responsabile del personale.

Le argomentazioni del dipendente
Nel ricorrere alla Corte di Cassazione, il dipendente aveva fatto presente che tale sua condotta e l’espressione “delinquente”, dovevano intendersi genericamente rivolte all’amministrazione
aziendale, rimasta indifferente alla più volte segnalata e lamentata gestione della mensa-spaccio ed andavano viste nel contesto della riunione sindacale da lui promossa, dove di norma
il linguaggio è caratterizzato da toni di particolare vivacità e non sempre misurato durante le discussioni che vi si possono accendere.

Conclusioni
Con sentenza 19 gennaio 2007, n. 1168 la Corte di Cassazione ha ritenuto che i fatti sopradescritti, pur alla luce delle argomentazioni del dipendente, non potessero essere valutati
separatamente, ma dovessero essere analizzati globalmente per la loro gravità.
E non ha giudicato rilevante, come addotto da dipendente, che i fatti si fossero svolti in occasione di una accesa discussione durante una riunione sindacale.
Quindi secondo la Corte di Cassazione, che ha confermato la decisione della Corte d’appello di Napoli, il licenziamento è da considerarsi proporzionato all’atto posto in essere dal
dipendente e la parola offensiva deve essere valutata in relazione alle regole che disciplinano lo speciale vincolo esistente fra il lavoratore subordinato ed il suo superiore gerarchico.

Cassazione – Sezione lavoro – sentenza 28 aprile 2006-19 gennaio 2007, n. 1168
Scarica il documento completo in formato .Pdf