Malvasia di Bosa… in attesa del Bosa Wine Festival 2019 e qualche assaggio

Malvasia di Bosa… in attesa del Bosa Wine Festival 2019 e qualche assaggio

Focus su Malvasia di Bosa… in attesa del Bosa Wine Festival
(Bosa, 7 – 8 giugno 2019)

MALVASIA & BOSA – UNA IDENTITA’ TERRITORIO  DALLA ANTICA STORIA

 

MALVASIA, MOSCATO, ZIBIBBO… TUTTA UNA FAMIGLIA CHE PARTE DA CAP ZIBIB
(o Zebib)  E UN PERCORSO APPRODA IN SARDEGNA, a BOSA

La Sardegna è stata, nei secoli scorsi, una delle tappe o mete di molti popoli del “mare chiuso” Mediterraneo e diversi prodotti, alimenti, piante, culture.

Usi e costumi hanno seguito i viaggi dei mercanti, scopritori, conquistatori e hanno trovato, spesso, un  habitat ideale. Anzi a volte migliorando le caratteristiche, la qualità, la consistenza, il valore alimentare ed energetico dei cibi e dei vini; spesso contaminando altre essenze, oppure venendo contaminate.

Le stesse mutazioni genetiche naturali o gli inquinamenti positivi del genoma, dettato da terreno, clima, allevamento, sperimentazione dell’uomo, hanno contribuito a modificare piante, come la vite.

Le origini della Malvasia

Monemvasia XIV°sec Stampa – Chiesa Monastero Veneziano

Nasce come vite selvatica, diventa domestica, si chiama in origine Zibib (o Zebib) a conferma del luogo di provenienza di Cap Zebib in Tunisia  e diventa in Italia, nei millenni successivi, prima la varietà Apianae dei romani, poi il Moscato, Moscatello, Malvasia.

O anche Manemvàsie, così denominato dai veneziani già nel XIII° secolo perché “proveniente”, e assolutamente non prodotto, dal porto greco di Monemvàsia nel Peloponeso. Lì c’erano le vasche di assemblaggio e di magazzino di altri vini bianchi, dolci, profumatissimi, corposi dal bel colore dorato prodotti nelle isole dell’Egeo. In primis Santorini e Rodi, sulla costa nord africana in zona del Cap Zebib e sull’isola di Creta, chiamata dai veneziani Candida o Candia.

 

 

زبيب …  zabib,  significa
uva seccata, uva passa

Contributo del Prof. Mario Fregoni del 27 maggio 2019:
Il Moscato di Alessandria (in Egitto) è uva antichissima proveniente da terreni e popoli come i Sumeri, dalla Mesopotamia, dall’Eufrate o dai Fenici e sui libri di storia agraria antica reca il sinonimo di “Zibibbo”, come utilizzato nell’ampelografia ufficiale recente della fine del 1700-inizi 1800.
La notizia relativa ad un ” luogo di origine” chiamato  “Cap Zibib”  l’ho appresa a Pantelleria, ma non ricordo bene in quale paese del Nord Africa si trova questa capo di terra o penisola o  porto… ma dovrebbe essere in Tunisia, proprio di fronte a Marsala, Trapani.

Il primo a citarne l’esistenza, il sinonimo ricavato da una traduzione di termini arabi-greci-latino arcaico-armeno, e quindi a descrivere il vitigno/grappolo/uva/foglia,   fu l’abate Rozier  nel 1793 nel Dictionnaire d’Agriculture. Un primo saggio di ampelografia viticola diventato un manuale di riferimento e di partenza per molti studiosi e tecnici del secolo XIX° che poi hanno redatto la classificazione tutt’ora nota.

Da qui la famosa ampelografia, in 7 volumi, di Pierre Viala e Victor Vermorel (1901-1910) afferma che (così scrivono testualmente)  “….è sicuramente originario dell’Africa Mediterranea. Ne sono prova i due nomi utilizzati in sostituzione uno con l’altro di Zibibbu (da Capo Zibib o Zebib) e di Moscato di Alessandria”.
Aggiungo che in arabo “Zabib … زبيب” significa anche “uva seccata” perchè la tradizione antica vuole che il Moscato di Alessandria sia  sempre stato utilizzato, ed anche ora,  per produrre uva passa.” … (Mario Fregoni)

Le rotte commerciali della Serenissima

Solo dal 1800 in poi è stato classificato un vitigno chiamato “ Malvasia” ma con diverse sottospecie, ognuna diversa dall’altra.
Oggi in Italia sono coltivate 17 varietà, da quella laziale alla toscana, dalla goriziana alla lucana, dalla parmense alla siciliana, dalla sarda alla piacentina.
Quest’ultima, diversa dalle altre, porta il genitivo “di Candia” proprio per una origine antica forse del vitigno, sicuramente di quel vino bianco che poi, prese diverse strade commerciali nel Mediterraneo. Prende anche nomi come Moscato, Moscatello, Zibibbo, ecc…

I Romani classificarono questi vitigni-vini sotto il nome di Apianeae, oramai vitigni addomesticati, ma certo non ancora quelli che conosciamo oggi.
Quindi sbaglia chi parla di un vitigno Malvasia antico.

Nel 2014 grazie ai professori Antonio Calò e Angelo Costacurta nasce l’associazione vini Malvasia del Mediterraneo proprio perché sono tante ed enormi le differenze, le provenienze, le mutazioni, le variabili.

L’associazione mira a esaltare la patria-origine del Mediterraneo per tutte le viti e varietà   di Malvasia in Italia. Ma anche in Francia e in Spagna, i tre paesi che hanno coltivato nei secoli i vitigni originali.

La pianta di vite ha subito in 10/12.000 anni diverse mutazioni genetiche naturali, selezioni dettate da terre, luoghi, coltivazioni, allevamento, potatura e quindi, quei percorsi marittimi e terrestri che hanno caratterizzato l’alto e il basso medioevo per 1000 anni.

In più, nel Mediterraneo, le città marinare italiane e la Serenissima furono commercianti attivi di vini, piante di spezie e da frutto…
Dalla famosa pianta di Zibibbo (come oggi classificato) di Cap Zebib  hanno origine tutti i Moscati, dai neri ai rosa ai bianchi, ai gialli e anche la Malvasia di Piacenza, come quella di Bosa.

Fu la Repubblica Serenissima di Venezia che seppe valorizzare il vino, non il vitigno e la pianta, perché una tipologia molto richiesta, contornata dal mito, di origine mediterranea medio-orientale sapendo trarne vantaggi di esclusività e commerciali.  A Venezia si deve nome, valore e diffusione di questo “….vino bianco denso ricco corposo amabile profumatissimo dorato”… ottimo anche da allungare furbescamente con acqua….

In Sardegna, probabilmente, le piante di Cap Zibib (o Zebib) arrivano dopo altre tappe, dopo altri percorsi, grazie ai Fenici, ai Greci, agli Etruschi, ai Romani nel porto di Calaris. E anche a Bosa,  ma dopo l’arrivo del vino “bianco greco o greco” come spesso veniva chiamato all’inizio.

Era un vino bianco denso, colorato, alcolico, profumato, dolce che fermentava continuamente cui diedero, localmente, diversi nomi come Arlvarega o Arvarega. Le prime piante furono messe a dimora nel Campidano e poi lungo il fiume Temo.

Fra la fine del Medioevo e il Rinascimento (XVI°secolo) il vino, a questo punto genericamente chiamato “malvagia o manvasia o marvasia”, acquisisce un valore straordinario, molto richiesto dai potenti, dalle grandi famiglie nobiliari, dai regnanti dell’epoca.

Una storia così ricca, un percorso così lungo, una origine così articolata e difficile, un esempio lampante accademico e didattico di come la natura da sola riesce ad auto-adattarsi, auto-migliorarsi, auto-difendersi dalle variabili climatiche e ambientali…

La Malvasia è una delle grandi storie del vino da non dimenticare

Non deve essere abbandonata, dimentica forse perché il vino, oggi, commercialmente non ha un valore eccezionale, un riconoscimento mondiale, una notorietà diffusa, un apprezzamento incondizionati dei saccenti comunicatori del vino.

La Malvasia è una delle grandi storie del vino, del vino in Italia, che rischia di perdersi: 100 anni fa c’erano 32.000 ettari coltivati a Malvasie, oggi si arriva a 9000 in 20 territori differenti.

Non buttiamo un patrimonio così importante, facciamo squadra vera, facciamo sistema culturale e produttiva, facciamo un lavoro sinergico di valorizzazione commerciale e soprattutto di identità-tipologia-territorio. Così il consumatore capisce subito se è una Malvasia spumante o frizzante, se vivace o ferma, se dolce o amabile, se abboccata o brut, se extradry o demisec, se ossidata o fresca, se ad alta o bassa gradazione, se aperitivo o se vino ottimo per un dopo cena da meditazione.

ALCUNI ASSAGGI DI MALVASIA DI BOSA

Abbiamo ordinato, pagato e degustato, alcune etichetta di Bosa e abbiamo espresso un nostro parere, nessun voto, nessun giudizio, nessuna guida all’acquisto.
Semplicemente qualche considerazione:

Malvasia di Bosa “Salto Di Coloras”Angelo Angioi

Vino semplice molto più beverino, più acido con freschezza agrumata, toni anche floreali gialli e fiori di mandorla, assaggio gradevole, da bere e meno meditativo

 

 

Malvasia di Bosa Fratelli Porcu

Vino equilibrato e armonico, molto lineare e scolastico, aroma complesso e intrigante, buccia di agrumi passita, cedro maturo, foglie umide di camomilla, molto più fresco, abboccato dolce persistente e con retrogusto glicerico molto alto

 

 

Malvasia di Bosa “Alvaréga” Columbu

Vino delicato, piacevole e cremoso dai tani quasi di cacao, sapido e non dolce, equilibrato. Una versione-identità  da prendere in considerazione con qualche ritocco verso l’armonia generale.

 

 

 

Malvasia di Bosa “Contos” Zarelli,
vino che sa di frutto ancora, molto pieno, strutturato, corposo, setoso, decisamente di un dolce ampio e intenso molto particolare, identitario ma non emergente, con un finale lungo e duraturo anche di salmastro e di semi di sambuco.

 

 

Malvasia di Bosa Emidio Oggianu
vino di 10 anni, leggermente volutamente ossidante, molto intenso, secchissimo, asciuttissimo, aromaticità delicata fine raffinata etera, importanti toni di vaniglia e di mandorla secca ma fresca, sorso che riempie, straborda che lascia il segno del mare Mediterraneo. Una interpretazione valida da identità unica.


NOTA: dal 7 all’8 giugno, Newsfood.com sarà a Bosa per il “Bosa Wine Festival” e nei giorni successivi sarà nelle cantine per un servizio speciale sulla Malvasia di Bosa con riprese video e interviste ai produttori.

Per info e prenotazioni: (Clicca qui)
oppure inviare un sms al: 392 9286591


 

Articolo di Giampietro Comolli
con il contribto del Prof. Mario Fregoni

Redazione Newsfood.com
© Riproduzione Riservata

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

Redazione Newsfood.com
Contatti

 

 

Leggi Anche
Scrivi un commento