Mascia Maluta in vacanza a Pantelleria incontra Stefano D’Orazio

Mascia Maluta in vacanza a Pantelleria incontra Stefano D’Orazio

”E’ PANTELLERIA CHE HA SCELTO ME”

Pantelleria (TP) 22/08/2010 – Stefano D’Orazio è di casa a Pantelleria e anche se non è venuto a raccogliere i capperi trascorre molto tempo sull’isola, che è
diventata la sua nuova astronave.

Mascia Maluta:

Stefano è vero che sei venuto a raccogliere i capperi a Pantelleria?

Stefano D’Orazio:

– “Avrei voluto farlo, però mi sono reso conto che il tutto dura venti giorni e quindi per gli altri undici mesi avrei dovuto fare qualcosa d’altro. Così appena apro i miei
cassetti mi appaiono tutti i tesori che ho messo insieme in questi anni, qualcuno mi saluta, come è successo con “Aladin” proprio qui a Pantelleria, e l’ho rimesso in piedi”.

Vieni spesso a Pantelleria?

– “Ci vengo spesso,appena posso, anche se devo dire che è una delle cose più faticose mai messe in scena, costa molto meno andare a Miami, non si trova mai una certezza di volo.
Come dico sempre ai miei amici – venite a Pantelleria, ma non immaginate di poter arrivare e andarvene quando volete – soprattutto d’inverno una volta non c’è il volo, una volta
c’è il brutto tempo, una volta non si sa perché il tempo non è brutto però ti raccontano che lo è, e poi anche la nave a volte non parte.

C’è la meravigliosa frase di grande rassegnazione che dice “non è arrivata la nave” che copre tutto ciò che il principio umano possa immaginare. Qualunque richiesta con
questa risposta trova improvvisamente una sua ragione, anche cose che col fatto che non sia arrivata la nave c’entrano ben poco. Una volta chiesi a una ragazza di Pantelleria di uscire e mi
rispose “no, perché non è arrivata la nave”, forse non poteva, perché l’aveva lasciata in nave (ride.. n.d.r.)

Com’è stato il tuo primo incontro con Pantelleria?

-“Guarda io nell’isola di Pantelleria ci sono caduto nel senso che è Pantelleria che ha scelto me. Una decina di anni fa era finita una tournèe e mi ricordo che avevamo fatto
l’ultimo concerto al Forum di Assago. Ero abbastanza devastato, era aprile, stava quasi per arrivare la primavera e a Milano c’era un tempo da cani. Senza valigie e senza niente lasciai la
macchina nel parcheggio del nostro ufficio, che era vicino a Linate, e con le mani in tasca me ne andai all’aeroporto deciso di partire con il primo volo che avrei trovato.

Avevamo fatto una cena di fine tournée che era durata quasi fino alla mattina e quando mi svegliai verso le cinque e mezza in aeroporto, guardai il tabellone e alle sei partii con un
volo diretto che collegava Milano a Pantelleria. Non l’avevo mai studiata a scuola, Pantelleria, e quando atterrai credevo di essere arrivato a Lampedusa. Sceso dall’aereo c’era un pulmino con
un signore che mi aspettava, una situazione molto rilassante, perché all’epoca non c’era proprio nessuno.

Appena gli chiesi di portarmi in un albergo vicino alla spiaggia dove c’erano le tartarughe lui mi guardò e con grande serenità mi disse – guardi che forse ha sbagliato isola -,
ma ormai su quest’isola c’ero arrivato e non volevo ripartire. Mi portò in un albergo che era a Mursia, dove c’ero io e forse un altro paio di persone arrivate per lavoro.

Affittai una panda e iniziai a girare l’isola, da solo, pensando – vediamo che succede -.

Ho scoperto un mondo, ho trovato un fascino che mi ha inchiodato fin da subito e ho avuto un vero attanagliamento per quest’isola, così strana, così diversa da tutto e così
speciale.

Mi ricordo che una mattina presto c’era un mare meraviglioso e volevo affittare un barchino per girare l’isola. Mi dissero che era troppo presto e andai a chiedere a un ragazzino che mi
prestò il suo piccolo gommone. Partii a razzo convinto che lupo di mare quale ero, sarei stato in grado di girare tutta l’isola, ma appena superato l’Arco dell’Elefante una tempesta
tropicale mi fermò e con fatica rientrai in porto”.

E trovasti casa?

“Sì tornando indietro avevo visto un casa carina, a strapiombo sul mare. Dopo molte ore quando ritornai da questo ragazzo preoccupato, gli dissi – ho visto una casa carina e vorrei
andare a vederla, ma non mi ricordo dove è. Si vedeva dal mare, era prima dell’arco dell’elefante…-. Tornammo con un barchino e con il padre del ragazzo, Vincenzo Zagaria, il primo
pantesco che mi fece conoscere l’isola, e la ritrovai.

Era una casetta che stava a Cala Tramontana, proprio sopra la caletta bianca. Arrivati, Vincenzo mi parlò con dei concetti che all’epoca io, nato in quel di Roma, in centro città,
non capivo assolutamente: – ma tu ti alzi presto la mattina? Guarda che da lì si vede soltanto l’alba, non il tramonto e poi prendi la Tramontana -. Io che l’alba forse non l’avevo mai
vista e non sapevo cosa fosse la Tramontana. – E’ un vento forte, che in inverno è freddo, poi in questa casa c’è la cisterna piccola e ti mancherà l’acqua -. Acqua,
cisterna e tramontana, mamma mia che impressione, forse non era la casa per me. Da quel momento in poi sono tornato due o tre volte l’anno a Pantelleria e ogni volta dicevo – beh vado
giù e mi compro una casa – . Non è stato facile, ogni volta che ne trovavo una Vincenzo me la demoliva in 30 secondi, – è brutta, non c’è la cisterna, prendi il
Maestrale e non vedi ne l’alba nè il tramonto -. Basta, gli dissi, senti io mi prendo una casa brutta, che prende i venti peggiori, con la cisterna bucata e vediamo che succede. Mi vide
così determinato che si arrese.

Ho fatto un po’ di giri e ho visto una casetta che non avrei mai creduto che sarebbe diventata la casa dei miei sogni. Era un groviglio di Bougainville, un rudere dalla parte di Scauri, aveva i
tetti sfondati, ma c’era una vista meravigliosa proprio davanti al tramonto, con un passaggio segreto a un vento che d’estate era fresco. Ecco allora sì, questa la prendo -. Zagaria
seguì tutti i lavori di ristrutturazione e adesso ho questa casa dove mi ci rifugio sempre e che è in assoluto il posto dove lavoro meglio. Vengo anche in inverno e mentre nelle
mie case di Roma, Milano o Bergamo ci metto due settimane per scrivere i miei lavori, qui è speciale, ci riesco in due notti”.

E poi vai a cena da Mario?

“Sì mi alzo alla mattina all’alba per lavorare e alla sera vado a casa di Mario De Santis, il mio amico di Roma che ha deciso di vivere qui tutto l’anno e che cucina “da Dio”. D’inverno
ci troviamo io, lui, qualcuno di Pantelleria e qualche suo collaboratore, ceniamo alla 20.30, due chiacchiere e alle 21.30 siamo già tutti a dormire.”

Che cosa ti emoziona di più sull’isola?

“Quello che mi fa stare davvero bene qui a Pantelleria è la gente e il suo modo di vivere. Quando chiedo al mio falegname quando ci vediamo, lui mi risponde ” Domani. Così gli
richiedo – Ma domani quando? E lui – Domani. Poi magari non lo vedo per tutto il giorno. Così lo richiamo e gli chiedo – Ma allora? E lui – Domani, domani avvicino.b- Ecco lui non viene,
ma potrebbe anche solo semplicemente sfiorarmi e poi andar via, però avvicina e questa è una cosa meravigliosa. La gente poi è straordinaria, ti lascia vivere e non si
sorprende. Vado a fare la spesa col carrello, a volte saluto le signore, gli parlo e gli chiedo se posso prendere un Galbanino che sta scadendo. Sono cose che non ho mai fatto in nessun’altra
parte del mondo.

Mi ricordo che una volta a Bergamo c’era un signore che mi teneva aperto il suo negozio alla domenica, perché andavo a fare la spesa. A me piaceva andare lì col carrellino e
prendere delle cose. Ecco qui lo faccio abitualmente, vado a prendere la frutta e non c’è nessuno che mi vede come “quello dei Pooh”.

Ho iniziato a fare questo mestiere e ad avere successo che ero molto giovane e non sono mai riuscito a capire bene se la gente mi vedeva come Stefano o solo come “quello dei Pooh”. Ho sempre
avuto questa sensazione e questo grande dubbio quando incontravo la gente in giro per il mondo che mi parlava come a uno che vive in un altro pianeta. Qui invece è diverso, qui
c’è la normalità, la serenità della gente che mi fa sentire una persona, parlo col cameriere, col muratore e con quello che lavora in comune. Appena arrivo, mi metto i
pantaloni corti, monto in macchina e sono un essere umano”.

Un anno fa con i tuoi amici hai suonato “L’ultima notte insieme”. Tornerai sull’astronave a suonare il tamburo?

“No, perché il tamburo l’ho appeso al chiodo anzi a più chiodi, perché portare in giro per il mondo quaranta batterie è una cosa complicata. Lavorare tanti anni
insieme ai miei amici è stata una cosa straordinaria, ma è arrivato un certo giorno che mi sono chiesto cos’altro c’era da fare, e intorno di cose da fare ne vedevo molte. Mio
padre mi diceva “ma non vorrai mica suonare il tamburo tutta la vita?” e io gli rispondevo “No papà, solo adesso, ma poi dopo”.

“Così quando un giorno ho spento le mie famose 60 candeline mi sono chiesto cosa avrei voluto fare da grande, se il pompiere o il papa. Ho cercato di vedere cos’altro mi sarebbe venuto
addosso e creato curiosità. Sono riuscito ad essere capito dai miei colleghi che anche se non hanno condiviso la mia scelta, sicuramente hanno capito la mia esigenza, al punto che oggi
questo ci permette di essere ancora amici. Il mio “Aladin” è partito, loro mi hanno fatto le musiche e abbiamo lavorato insieme su questo nuovo progetto.

Loro vanno avanti sull’astronave, ancora col coraggio di sempre, perché li dentro si sentono realizzati. A me è diventata un po’ stretta. Certo ci è voluto un bel coraggio
a scendere, la voglia di chiudere una finestra e di aprire un portone, oppure il contrario, di chiudere un portone e di aprire qualcos’altro.

Non so come sarà, però ti posso dire che il successo, i soldi, gli applausi, i dischi di platino alla fine diventano routine. Se uccidi la passione e se non hai un motivo in
più, accade che tutti i mestieri diventano faticosi. La musica non può assolutamente permettersi di essere una fatica, deve essere un’emozione continua e se quella ti manca devi
andare a cercarla da un’altra parte”.

Mascia Maluta
Newsfood.com

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