Milano: Allevatori a piazza Affari. Ecco le loro voci dalla prima linea della crisi

Milano: Allevatori a piazza Affari. Ecco le loro voci dalla prima linea della crisi

Schiaffeggiati dalla speculazione che ha fatto esplodere i prezzi dei mangimi, schiacciati dai costi di produzione, fedeli alla qualità del vero prodotto Made in Italy, gli
allevatori sono al limite e questa mattina hanno protestato a Milano davanti alla Borsa, in piazza Affari. Ecco le loro voci dalla prima linea della crisi.

Carlo Lorenzini, 62 anni, del Lodigiano: “Faccio queste mestiere da sempre e prima di me c’era mio padre. Abbiamo 1.800 scrofe e 12 mila maialini all’anno, con due stalle a Maccastorna e
a Castiglione. In vita mia non ho mai visto una crisi del genere. Le speculazioni internazionali stanno gonfiando i prezzi dei mangimi. Noi resistiamo come possiamo e per fortuna che per 4 o 5
mesi riusciamo ad usare il mais che produciamo in azienda. Le banche poi non ti danno una mano, mentre prima ti inseguivano per prestarti i soldi. Per andare avanti abbiamo ridotto gli animali
e speriamo che il settore prima o poi si riprenda. Stiamo camminando tutti sul ciglio di un burrone”.

Alessandro Ubiali, 65 anni, di Villa Cortese (Milano): “Noi gestiamo un allevamento di bovini e i prezzi del foraggio, per dinamiche e speculazioni a livello internazionale, sono andati
alla stelle, mentre quelli della carne alla stalla sono rimasti fermi. Al dettaglio invece poi succede tutt’altro. Negli allevamenti si rischia un corto circuito fra costi di produzione e
quello che poi riusciamo a incassare. Se va avanti così non so proprio come andremo a finire, almeno in Italia”.

Gianluigi Ticozzi, 63 anni, di Abbiategrasso (Milano): “Ho allevato suini per oltre 35 anni. Ma adesso non ce la faccio più: sto vendendo gli animali per pagare gli ultimi debiti.
Mi sto restringendo. Mio figlio ci terrebbe a fare l”allevatore di suini, ma per adesso è andato a lavorare in un’azienda di frutti di bosco. Se poi il mio settore si riprenderà,
allora cercherò di ripartire con un piccolo allevamento per sopravvivere. Ma dovrò ricominciare da zero”.

Andrea Cristini, 40 anni, di Isorella (Brescia): “La situazione è disastrosa: troppo inefficienza e troppa concorrenza sleale all’interno di un unico circuito DOP che raccoglie
tutte la produzione, crea un blocco al mercato e i prezzi scendono sempre più e le banche che, se fino a qualche anno fa inseguivano le aziende suinicole come modello di sviluppo per
l’impresa agricola del futuro, oggi lo vedono come un settore ad alto rischio e si tengono ben alla larga dal dare aiuti e supporti”.

Claudio Cestana, 36 anni, Manerbio (Brescia): “Ho cominciato a 18 anni, ma in questi ultimi mesi è diventata insostenibile la concorrenza dei suinetti nati all’estero e venduti in
Italia a prezzi bassi. Sarebbe necessario fare chiarezza anche su questa vicenda, partendo dall’origine in etichetta, che specifichi anche il luogo di nascita dell’animale. Il consumatore
queste cose non le sa, perché qualcuno ha interesse a non dirle. A volte penso di mollare tutto perché lui, oggi, un futuro proprio non lo vedo ma resisto anche per mio figlio che
ha 7 anni”

Angiola Tomasoni, Offlaga (Brescia), sposata, 3 figli, laureata in legge aveva iniziato il tirocinio presso un avvocato, ma poi ha deciso di mollare tutto per allevare suini: “Oggi
è difficile anche per chi ha una situazione aziendale sotto controllo; non ci sono regole chiare, il mercato non segue una logica, sia che la richiesta aumenti o diminuisca, il prezzo
comunque scende mentre il costo della materia prima aumenta e oggi è del 30% in più. Anche il consorzio DOP riscontra delle discordanze al suo interno: come mai i prosciuttifici
aderenti al Consorzio di garanzia hanno in deposito 9 milioni di cosce di suino italiano e ben 54 milioni di cosce “nostrane” estere?”.

Adriano Treccani, 50 anni di Castiglione delle Stiviere (Mantova): “Noi abbiamo deciso di chiudere il nostro allevamento di suini. Dal punto di vista economico gli ultimi tre anni sono
stati una grande sofferenza. Fino a marzo 2011 avevamo 2.500 capi, ma il costante aumento del costo delle materie prime ci ha costretti a venderli tutti e continuare con i suini in soccida.
Abbiamo deciso di diversificare la produzione orientandoci sul mais, sull’allevamento di qualche capo bovino e sull’agriturismo. Ho 4 figli e devo in qualche modo salvaguardare il loro futuro”.

Antonio Chizzoni, 50 anni, di Rodigo (Mantova): “Allevo 3.000 suini all’anno, in gran parte destinati ai grandi salumifici del prosciutto San Daniele e Parma. Uso cereali di altissima
qualità, ma i costi del mangime sono diventati insostenibili. C’è poi una concorrenza sleale da parte del mercato estero, dove l’alimentazione degli animali non rispecchia gli
standard qualitativi che in Italia invece sono molto rigidi. Le DOP per i nostri salumi, dovrebbero tutelare non solo il prodotto finito, ma anche il produttore onesto che ha lavorato
garantendo la miglior qualità di alimentazione per il suino”.

Gianluigi Zani, 51 anni, allevatore di bovini ad Asola (Mantova): “Il problema dei bovini da carne è il prezzo altalenante che non ci permette di pianificare la gestione degli
allevamenti. A questo va aggiunto l’aumento dei costi di produzione, non solo per l’approvvigionamento delle materie prime, ma anche per i costi legati alle spese di elettricità per la
gestione degli allevamenti. Le speculazioni sono internazionali, mentre le fatture e le bollette le paghiamo noi qua in Italia”.

Andrea Zanchi, 30 anni, di Roverbella (Mantova) “Mio padre ha sempre allevato suini per venderli poi ai commercianti. Questa cosa poteva andar bene fino a qualche anno fa, ma ora non
riusciamo a garantirci quella giusta remunerazione che permetta alla nostra azienda non solo di vivere, ma anche di svilupparsi ed investire. Ho deciso allora di lavorare per me e non per gli
altri. Fino all’anno scorso avevamo 1.300 suini ora ne allevo 130 e punteremo ad un massimo di 200 annui. I prodotti che facciamo arrivano solo da suini della nostra azienda e li vendiamo
direttamente ai consumatori. Almeno adesso guadagniamo il giusto e i pagamenti non sono più dilazionati all’infinito come avveniva quando vendevamo ad altri i nostri animali”.

Armando Tamagni, 30 anni, di Dovera (Cremona), ha un figlio di 19 mesi. “La nostra azienda conta circa 1000 posti ad ingrasso e un centinaio di scrofe. Abbiamo 700 pertiche di terra che
ci rendono autosufficienti per l’approvvigionamento di mais: questa è un’importante marcia in più, visti i costi proibitivi legati all’alimentazione degli animali. Rispetto alle
spese che si sostengono per crescere i suini, i prezzi che poi ci impongono ai macelli non sono remunerativi. In questi giorni sto modificando il mio allevamento, eliminando tutte le scrofe”.

Roberto Antonioli, 61 anni, di Vescovato (Cremona): “Allevo circa 10.000 suini all’anno, comprendendo tutto il ciclo. Da tre, quattro anni non si riesce più a fare bilancio. Le
strutture costano, mentre le rese sono basse. La spesa dell’alimentazione, soprattutto, è aumentato in maniera insostenibile. E poi ci sono tutte le spese che dobbiamo affrontare per gli
adempimenti burocratici, per le normative cui ci dobbiamo attenere. Produciamo in base ai disciplinari del prosciutto di Parma, che sono molto rigorosi e prevedono una serie di controlli. Dopo
di che il nostro prodotto, perfetto dal punto di vista della qualità e della sicurezza, si trova ad affrontare la concorrenza sleale di carne che arriva dall’estero, stagiona qui e poi
spacciata per italiana, a danno sia nostro che dei consumatori”.

Gianpietro Ceribelli, 49 anni, di Romano di Lombardia (Bergamo): “Ho un allevamento di suini all’ingrasso, ho iniziato vent’anni fa prendendo le redini dell’azienda dalle mani di mio
padre. Nel corso degli anni ho superato con grande fatica le emergenze sanitarie che si sono susseguite e con l’intenzione di ampliare l’allevamento, ho adottato il ciclo chiuso per avere i
suinetti in azienda e non dover dipendere dal mercato. Ho puntato sulla qualità, ma oggi questa non ci viene riconosciuta e con l’aumento vertiginoso dei costi di produzione ho
difficoltà a far quadrare i conti”.

Mario Facchinetti, 54 anni, di Brignano Gera D’Adda (Bergamo): “Gli allevamenti di bovini da carne sono in crisi profonda a causa della bassa remunerazione che viene corrisposta agli
allevatori e del vertiginoso aumento dei fattori di produzione, a partire dai mangimi. I costi delle materie prime per la razione alimentare negli ultimi tempi sono moltiplicati. Per cercare di
recuperare reddito stiamo sperimentando la vendita diretta con i “pacchi famiglia” che contengono vari tagli di carne. Abbiamo una buona risposta perché i consumatori hanno capito che
con questa formula si risparmia pur acquistando una carne di qualità, ma se i costi di produzione continuano ad aumentare anche questo sforzo verrà vanificato. La situazione
è tutt’altro che rosea anche per l’allevamento dei bovini da latte. Gestisco l’azienda con mio fratello da oltre 20 anni, ma non è mai stato così difficile come adesso”.

Cristian Del Molino, 33 anni, di Travedona Monate (Varese): “Ho un piccolo allevamento di suini e bovini da carne. Quando l’ho avviato ho capito che i tempi sarebbero stato difficili, ma
non mi sono mai arreso. Oggi i costi sono diventati una palla al piede ma vado avanti, anche grazie alle vendite dirette nei mercati della Coldiretti. Per i salami uso solo gli animali del mio
allevamento e spiego ai consumatori che con noi agricoltori non raccontiamo storie su dove arrivano i nostri prodotti. Possono dire lo stesso quelle industrie che per i prosciutti usano le
cosce straniere?”.

Natalia Burbello, 43 anni, veterinaria e allevatrice di suini a Verderio (Lecco): “Siamo in una zona, quella della Brianza lecchese dove ci sono grandi salumifici industriali. Noi
resistiamo perché ci siamo strutturati con un piccolo allevamento, con un macello a marchio Cee e con i locali dove trasformiamo la carne suina in insaccati che vendiamo direttamente ai
consumatori. Dopo gli investimenti che abbiamo affrontato, se vuoi resistere non c’è alternativa. L’aumento delle materie prime provocato dalle speculazioni finanziarie lo stiamo
sentendo eccome, ma andiamo avanti grazi alle innovazioni introdotte. Certo spiace che non ci sia ancora l’origine in etichetta mentre ogni giorno Tir provenienti da tutta Europa vanno verso
gli stabilimenti della zona con cosce che poi diventano ad insaputa dei consumatori prodotti Made in Italy”.

Angelo Pina, 49 anni di Vidigulfo (Pavia): “Io e i miei fratelli alleviamo suini. Abbiamo ampliato l’attività per restare insieme sulla terra che era dei nostri genitori. Per
coronare il nostro sogno, abbiamo affrontato un forte investimento, facendo i calcoli sulla base di una ragionevole stima del rischio, ma le cose sono cambiate drasticamente e ora è
molto difficile: la spesa dell’alimentazione è aumentata anche del 40% mentre i prezzi di vendita si sono contratti e i costi generali sono saliti. Subiamo una concorrenza sleale
dall’estero e la qualità che noi garantiamo non ci offre la certezza di riuscire a vendere i nostri prodotti al giusto valore perché ai macellatori importa solo il prezzo”.

Luigi Cotta Ramusino, 55 anni di Vidigulfo (Pavia): “Allevo suini da oltre trent’anni facendo il ciclo chiuso. Ho le scrofe, produco i suinetti e vendo l’ingrasso per i consorzi di Parma
e San Daniele. Ho visto molti momenti di crisi ma mai come adesso e per così lungo tempo. Il problema è che noi dobbiamo attenerci ai disciplinari dei consorzi che sono molto
rigidi e implicano costi elevati poi la nostra carne entra in concorrenza con le cosce estere che vengono stagionate in Italia e si confondono con la nostra produzione”.

Suini, i numeri della crisi

  • In Italia si allevano quasi 9 milioni di suini, la Lombardia ne custodisce oltre il 50%
  • Allevamenti italiani in rosso per 300 milioni di euro: costi produzione troppo alti e ricavi troppo bassi
  • In dieci anni perso l’85% degli allevamenti italiani dai 193 mila del 2000 ai 26 mila del 2010
  • Fra 2000 e 2010 le aziende suinicole lombarde sono scese da 7.487 a 2.639 con un calo del 65%
  • Nel 2010 l’Italia ha importato un milione di capi. L’export dei suini è crollato del 70% rispetto al 2009

(Elaborazione Coldiretti su dati Istat e Regione Lombardia)

www.coldiretti.it


Redazione Newsfood.com+WebTv

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