«Distribuire equamente i rischi, piuttosto che le ricchezze»: è questo, secondo l’intuizione del sociologo tedesco Ulrich Beck («La società globale del
rischio», Asterios, 2001), il problema fondamentale dell’Occidente a partire dal XX secolo, ciò contribuisce a spiegare l’importanza crescente della legge nel mondo di oggi.

Se infatti sulla distribuzione della ricchezze incide molto la forza (economica, politica o intellettuale), per la ripartizione dei rischi un ruolo decisivo spetta alle regole, insomma al
diritto. Ma i meccanismi attraverso i quali la legge provvede a ripartire i rischi stanno cambiando più velocemente di quanto spesso non immaginiamo. Originariamente, il diritto
interveniva principalmente prevedendo obblighi e divieti, la cui violazione veniva sanzionata secondo diversi livelli di gravità.

Ad esempio, per tutelare i lavoratori sono stati imposti determinati dispositivi di sicurezza da installare sui macchinari; mentre rigidi vincoli alle concentrazioni di inquinanti negli
scarichi proteggono l’ambiente, e la presenza negli alimenti di sostanze pericolose è stata sottoposta a limiti assai severi. Recentemente è peraltro maturata la convinzione che
obblighi, divieti e sanzioni non siano sufficienti. Occorre intervenire prima che i problemi si manifestino (principio di prevenzione), adottando ragionevoli misure di cautela anche nei
confronti dei rischi incerti (principio di precauzione). La concreta applicazione di questi due principi (solennemente proclamati dal Trattato dell’Unione Europea) è tanto più
agevole quanto più viene organizzata attraverso appropriate procedure. In altre parole, il diritto tende sempre meno a fidarsi di meri obblighi e divieti, e sempre più, invece, a
fondare la propria speranza di efficacia sul rispetto di tecniche gestionali. Un genere di procedure che, nei prossimi anni, accompagnerà sempre più spesso la nostra vita (non
senza, come vedremo, qualche problema), consiste nella cosiddetta tracciabilità. Si tratta di un’idea nata nell’ambito del diritto alimentare. Tracciabilità a monte, sulla base
della quale l’impresa alimentare deve essere in grado di garantire precisamente l’origine e le caratteristiche di tutte le materie prime utilizzate (pensiamo a tutte le produzioni biologiche od
Ogm-free).

E tracciabilità a valle, per poter sempre conoscere il negozio cui ogni singolo prodotto è stato consegnato: profilo questo fondamentale nel caso alcuni lotti di un prodotto
debbano essere rapidamente ritirati dal commercio. Dal settore degli alimenti, l’idea di tracciabilità si è rapidamente estesa, più in generale, alla circolazione di
determinati materiali critici. Pensiamo all’utilità di poter sorvegliare dalla culla alla tomba ogni movimentazione dei rifiuti pericolosi. Sotto questo profilo, un grosso aiuto
potrà venire dalle moderne tecnologie che consentono l’identificazione degli oggetti in movimento (come le etichette Rfid, ovvero Radio Frequency Identification). Infine, la
tracciabilità può riguardare anche le persone. Pensiamo ad esempio all’importanza – in una industria manifatturiera – di mappare costantemente le postazioni di lavoro e gli
attrezzi utilizzati da ogni singolo operatore: al fine di evitare che ripetizioni troppo numerose o veloci di determinati movimenti possano causare l’insorgere di malattie come i Ctd (acronimo
per Cumulative Trauma Disorders, ovvero patologie da sforzi ripetuti).

Alla luce degli ultimi esempi proposti, sono evidenti i problemi da gestire in una organizzazione sociale dove tutto tende a divenire sempre più tracciabile. Problemi prima di tutto di
riservatezza, risolvibili attraverso meccanismi (non semplici, ma possibili) di rigoroso controllo nell’accesso ai dati. Ma anche problemi di democrazia e di efficienza: occorre infatti
garantire che le varie procedure vengano definite con la consultazione di tutte le parti interessate, e senza gravare alcuna di esse di oneri eccessivi. Pertanto, con ragionevolezza e
equilibrio: due criteri solo apparentemente generici, e invece caratterizzati da un preciso significato giuridico. Ma questa è un’altra storia, sulla quale sarà opportuno
ritornare.