La Corte di Cassazione con sentenza del 13-11-2006, n. 24170 ha affermato che i lavoratori extracomunitari regolarmente presenti in Italia, pur se portatori di handicap ed iscritti negli
elenchi di cui alla legge n. 68/1999, non possono essere assunti nella Pubblica Amministrazione.

I fatti

Un cittadino albanese residente in Italia, tale Z.G., ha chiesto all’Amministrazione Provinciale di Siena di iscriverlo nelle liste riservate ai disabili per l’accesso anche al lavoro presso le
pubbliche amministrazioni, in base alla legge n. 68 del 1999.

L’Amministrazione ha respinto la domanda, rilevando la mancanza del requisito della cittadinanza italiana.

A seguito della decisione dell’Amministrazione di Siena Z.G. proponeva ricorso davanti al Tribunale di Siena, sezione staccata di Poggibonsi, adducendo di ritenere discriminatorio, in quanto
fondato sulla cittadinanza del richiedente, il rifiuto opposto dall’Amministrazione provinciale di Siena – Servizio formazione e lavoro – di procedere all’iscrizione nelle liste riservate ai
disabili per l’accesso anche al lavoro presso le pubbliche amministrazioni, ai sensi della legge n. 68 del 1999.

Il Tribunale, in composizione monocratica, nel febbraio 2005 con provvedimento ha ordinato all’Amministrazione di procedere all’esame della domanda di iscrizione prescindendo dal requisito
della cittadinanza, in quanto ha ritenuto che la condizione dello straniero disabile debba equipararsi a quella dei cittadini.

In seguito al reclamo proposto dall’Amministrazione, il Tribunale di Siena in composizione collegiale, ha riformato la precedente ordinanza richiamando il fondamento costituzionale del
requisito della cittadinanza per l’accesso al lavoro pubblico, derogato in parte, sulla base di previsione della stessa Costituzione, soltanto per i cittadini dell’Unione europea e ancora
rilevando che il principio di parità di tutela dei disabili, ai fini del collocamento obbligatorio, non implica l’eliminazione dei requisiti richiesti per l’accesso al lavoro pubblico,
siccome la parificazione dello straniero al cittadino in materia di lavoro non ha implicitamente abrogato la normativa specifica sul lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni, avendo
la legge n. 189 del 2002 introdotto soltanto una deroga specifica, in relazione ad ipotesi particolari.

Z. G. ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione collegiale del Tribunale di Siena per violazione di legge.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso in base al seguente principio di diritto: “Il requisito del possesso della cittadinanza italiana, richiesto per accedere al lavoro alle dipendenze delle
pubbliche amministrazioni dall’art. 2 d.P.R. 487/1994 – norma “legificata” dall’art. 70, comma 13, d. lgs. 165/2001 – e dal quale si prescinde, in parte, solo per gli stranieri comunitari,
nonché per casi particolari (art. 38 d.lgs. 165/2001; art. 22 d.lgs. 286/1998), si inserisce nel complesso delle disposizioni che regolano la materia particolare dell’impiego pubblico,
materia fatta salva dal d. lgs. 286/1998, che, in attuazione della convenzione Oil n. 175/1975, resa esecutiva con L. 158/1981, sancisce, in generale, parità di trattamento e piena
uguaglianza di diritti per i lavoratori extracomunitari rispetto ai lavoratori italiani; né l’esclusione dello straniero non comunitario dall’accesso al lavoro pubblico (al di fuori
delle eccezioni espressamente previste dalla legge) è sospettabile di illegittimità costituzionale, atteso che si esula dall’area dei diritti fondamentali e che la scelta del
legislatore è giustificata dalle stesse norme costituzionali (art. 51, 97 e 98 Cost.)”.

Conclusioni

Con questa sentenza la Corte ha affermato che, posto che il diritto al lavoro è garantito dall’art. 4 Cost., la legislazione ordinaria, la legge in modo non arbitrario e rispettoso dei
valori costituzionali ha il potere di precisare richiedendo per talune attività lavorative particolari condizioni e requisiti.

In effetti, il lavoro pubblico subordinato, anche quello reso “contrattuale” dalla riforma attuata dalle norme ora raccolte nel d. lgs. 30 marzo 2001, n. 165, costituisce una species del lavoro
subordinato, contrassegnato da elementi di peculiarità di cui i principali sono posti dagli art. 97 e 98 Cost. e sono la necessità del concorso pubblico (salvo le deroghe previste
dalla legge) ed il principio secondo cui gli impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.

Quindi, secondo la S.C. deve considerarsi legittima la disposizione normativa che richiede il possesso della cittadinanza italiana per lo svolgimento di determinate attività nel settore
pubblico.

Matteo Mazzon