La Suprema Corte di Cassazione, sezione Lavoro, con sentenza n. 1827 del 29 gennaio 2007, ha respinto il ricorso presentato dalla Cassa di Risparmio di Chieti, che aveva licenziato una
dipendente rea di aver utilizzato l’anticipazione del trattamento di fine rapporto per l’acquisto di un immobile, anziché per la ristrutturazione.
La dipendente, infatti, aveva richiesto un’anticipazione sul Tfr pari a 39 milioni di lire per la ristrutturazione dell’abitazione, ma, dopo essere stata trasferita a Roma, aveva utilizzato la
somma per finalità diverse da quanto dichiarato, ovvero per l’acquisto di un nuovo immobile.
La banca ha quindi sottoposto la dipendente a provvedimento disciplinare di massima gravità (a licenziamento), motivandolo con la perdita del rapporto fiduciario.
La Corte di Appello ha accolto la domanda di revoca del provvedimento, in quanto la causa non era inerente allo svolgimento della prestazione lavorativa e non era sufficientemente grave da
provocare il licenziamento, anche in virtù del fatto che l’anticipazione del Tfr era stata usata per le finalità previste dalla legge e non aveva arrecato danno alla struttura
aziendale.
La banca si è quindi rivolta alla Suprema Corte di Cassazione, che ha rigettato il ricorso.
La Corte, infatti, ha sottolineato che, pur non avendo la dipendente utilizzato le somme ricevute per le finalità inizialmente espresse, la dipendente non meritava il licenziamento,
poiché “l’irrogazione della massima sanzione disciplinare è giustificata in presenza di un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali o di un comportamento che non
consenta la normale prosecuzione del rapporto di lavoro”.
In questo caso, dunque, la motivazione del licenziamento non rientra nella “giusta causa”, anche perché non è stato arrecato alcun danno alla struttura aziendale.