Dieci anni fa, quindi, un’umile pecora
di razza Finn Dorset trasformò in scienza quello che per secoli era sembrata fantascienza: clonare un mammifero. Ma da quel giorno di metà inverno, cosa è cambiato? Secondo
Ian Wilmut, contrastato «papà» dell’ovino più famoso del pianeta, i progressi, almeno quelli tecnici, «non sono stati molti».

La tecnica che produsse Dolly consiste nel prelevare da un animale adulto donatore una cellula somatica, per esempio della pelle, il cui materiale genetico viene estratto e trasferito in una
cellula uovo non fecondata, precedentemente svuotata del suo Dna. Successivamente, attraverso una scarica elettrica o un impulso chimico, l’ovulo diventa embrione: il punto di partenza
per ottenere una creatura identica all’originale. Il punto debole della procedura sta nella necessità che il materiale genetico di partenza «dimentichi» la sua natura.
In altre parole, una cellula della pelle deve scordarsi di essere tale, e diventare simile a una staminale: una cellula «bambina» totipotente.

L’entusiasmo successivo alla nascita di Dolly produsse un autentico «serraglio» di animali clonati, ognuno con una sua specificità: nel 1997 fu la volta del topo, nel
1998 della mucca, nel 2000 del maiale e della capra, nel 2001 del gatto, del coniglio e del ’made in Italy’ toro Galileo, nel 2003 del mulo, del cervo, del ratto e
dell’italiana cavalla Prometea, nel 2004 del gatto selvatico africano e nel 2005 del cane Snuppy: l’unica creazione autentica, quest’ultimo, dello scienziato coreano Hwang Woo
Suk, poi finito nella polvere per avere millantato la produzione delle uniche linee di cellule staminali embrionali umane «a misura di paziente».

Ma cosa ha spinto tanti ricercatori a cimentarsi nell’avventura della clonazione animale? Indubbiamente ambizioni scientifiche, e forse anche commerciali. Non mancano infatti le
prospettive agro-alimentari, soprattutto dopo che, di recente, l’ente regolatorio Usa Food and Drug Administration (Fda) ha dichiarato la totale sicurezza dei derivati alimentari ottenuti
dagli animali «fotocopia». Carne e latte di mucche, capre e maiali «sono sicuri come il cibo che mangiamo ogni giorno», ha assicurato l’agenzia. E Keith Campbell,
tra gli studiosi padri di Dolly, ora in forze all’università di Nottingham, evidenzia inoltre «la possibilità di usare la clonazione per modificare geneticamente gli
animali o per produrne versioni geneticamente superiori, magari resistenti alle malattie senza il bisogno di assumere farmaci e antibiotici».

La diffidenza dei consumatori è, però, diffusa e riguarda anche l’Italia dove la netta opposizione agli ogm nel cibo emerge dall’«Indagine 2006 Coldiretti-Ispo
sulle opinioni degli italiani sull’alimentazione» che evidenzia che ben tre italiani sui quattro (74 per cento) che esprimono la propria opinione sono convinti che i prodotti
contenenti Organismi Geneticamente Modificati (Ogm) non facciano bene alla salute.

I consumatori – precisa la Coldiretti – non sembrano quindi interessati ai «parenti» più o meno stretti della pecora Dolly alcuni dei quali sono stati ottenuti con la
sperimentazione anche in Italia come il toro Galileo, la cavalla Prometea ed anche un muflone selvatico. Per evitare che dopo il via libera statunitense arrivino, senza saperlo, sulle tavole
dei cittadini europei prodotti derivanti da animali clonati importati dagli Stati Uniti occorre introdurre immediatamente – conclude la Coldiretti – l’obbligo di indicare in etichetta la
provenienza di tutti gli alimenti come è già stato fatto per la carne bovina e per quella di pollo, ma non ancora per quella di maiale o per i formaggi.

Fonte: www.lastampa.it