Origine degli alimenti in etichetta, rintracciabilità, sicurezza dei consumatori

Origine degli alimenti in etichetta, rintracciabilità, sicurezza dei consumatori

Numerosissime, in questi giorni, le lamentazioni e le proteste legate all’abrogazione della legge 3 agosto 2004 n. 204 (vedi l’articolo “Etichettatura: Cronaca di una morte annunciata“).

Tra gli argomenti ricorrenti delle suddette lamentazioni vi è quello relativo ai vantaggi che tale norma avrebbe portato alle procedure di rintracciabilità dei prodotti e, più in generale, al diritto dei consumatori ad essere ‘informati’.

Vediamo di arrivarci per gradi.

Innanzitutto chiariamo cos’è la rintracciabilità. Essa è definita dal regolamento CE 178/2002 che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e fissa procedure nel campo della sicurezza alimentare:

rintracciabilità: la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione alimentare o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

Successivamente il regolamento riprende il concetto stabilendo che:

Articolo 18 – Rintracciabilità

1. È disposta in tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione la rintracciabilità degli alimenti, dei mangimi, degli animali destinati alla produzione alimentare e di qualsiasi altra sostanza destinata o atta a entrare a far parte di un alimento o di un mangime.

2. Gli operatori del settore alimentare e dei mangimi devono essere in grado di individuare chi abbia fornito loro un alimento, un mangime, un animale destinato alla produzione alimentare o qualsiasi sostanza destinata o atta a entrare a far parte di un alimento o di un mangime.

A tal fine detti operatori devono disporre di sistemi e di procedure che consentano di mettere a disposizione delle autorità competenti, che le richiedano, le informazioni al riguardo.

3. Gli operatori del settore alimentare e dei mangimi devono disporre di sistemi e procedure per individuare le imprese alle quali hanno fornito i propri prodotti. Le informazioni al riguardo sono messe a disposizione delle autorità competenti che le richiedano.

4. Gli alimenti o i mangimi che sono immessi sul mercato della Comunità o che probabilmente lo saranno devono essere adeguatamente etichettati o identificati per agevolarne la rintracciabilità, mediante documentazione o informazioni pertinenti secondo i requisiti previsti in materia da disposizioni più specifiche.

Secondo un interpretazione (che, molto sommessamente, non condividiamo) gli obblighi per gli operatori, in merito alla rintracciabilità, sarebbero limitati a quelli derivabili da una lettura puntuale dei (e limitata ai) commi 2 e 3 dell’appena citato articolo 18.

Scrive, ad esempio, Federalimentare nelle sue Linee Guida:

(http://www.federalimentare.it/Documenti/LineeGuida/Rintracciabilita_12dic03.pdf)

Il secondo comma stabilisce un primo obbligo, a carico di tutti i soggetti obbligati: essere in grado di individuare i propri fornitori di materie prime, vale a dire chi abbia fornito cosa.

Il terzo comma dell’articolo 18 definisce un secondo obbligo, a carico dei soggetti obbligati: essere in grado di individuare gli operatori economici a cui hanno consegnato i propri prodotti, vale a dire chiha ricevuto quali prodotti.

E ancora:

Il regolamento (CE) n. 178/2002 non prescrive agli operatori la c.d. rintracciabilità interna, la ricostruzione cioè del percorso seguito all’interno dello stabilimento da ogni materia prima e sostanza utilizzata nella trasformazione.

Come detto, questa impostazione non ci convince, per due ragioni.

La prima, di ordine diciamo così interpretativo, si riferisce al comma 1:

1. È disposta in tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzionela rintracciabilità degli alimenti, …”

Ma cosa significa in tutte le fasi? E che cosa si intende per fasi? Citiamo ancora dal 178/02:

fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione: qualsiasi fase, importazione compresa, a partire dalla produzione primaria di un alimento inclusa fino al magazzinaggio, al trasporto, alla vendita o erogazione al consumatore finale inclusi e, dove pertinente, l’importazione, la produzione, la lavorazione, il magazzinaggio, il trasporto, la distribuzione, la vendita e l’erogazione dei mangimi;”

Come è possibile che questa definizione, così dettagliata e stringente, escluda ciò che succede all’interno di uno stabilimento di produzione, la cui attività è appunto costituita da una serie di fasi di lavorazione, per ognuna delle quali (come predicano le moderne teorie organizzative) ognuno è al tempo stesso fornitoredi qualcuno e clientedi qualcun altro.

La seconda ragione è prettamente pratica e quindi ancora più valida.

Utilizzeremo, per esporla, quanto scritto in un documento («Linee guida ai fini della rintracciabilita’ degli alimenti e dei mangimi per fini di sanita’ pubblica»), elaborato dalla Conferenza Permanente per i Rapporti tra lo Stato le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano e pubblicato in GURI N. 294 del 19.12.2005:

Pur prevedendo espressamente il Regolamento comunitario una rintracciabilità del prodotto a monte ed a valle, ai fini di una migliore gestione della rintracciabilità, è opportuno che le imprese che elaborano le proprie produzioni aggregando, confezionando ecc, materie prime, ingredienti e additivi di varia origine, adottino sistemi che consentano di mantenere definita la provenienza e il destino di ciascuna di esse, o dei lotti.

Nel caso in cui venga riscontrato, infatti, un rischio per il consumatore o per gli animali, e l’operatore del settore alimentare o dei mangimi non sia in grado di rintracciare o indicare quale sia stato l’ingrediente, la materia prima o il prodotto, che ha determinato il rischio sanitario, si renderà necessario allargare l’azione di ritiro del prodotto, fino a ricomprendere nell’azione di ritiro/richiamo tutti i prodotti potenzialmente a rischio con aumento delle ripercussioni commerciali, e conseguente maggiore dispendio di risorse economiche, sia private che pubbliche, ed eventuale possibilità di oneri aggiuntivi a carico degli operatori, derivanti da controlli supplementari effettuati dalle autorità di controllo.

Peraltro, l’adozione di un sistema di rintracciabilità interna consente di collegare le materie prime con i prodotti e conseguentemente, in caso di ritiro, di contenere il quantitativo del prodotto da ritirare.

Spetta, quindi, agli operatori, sulla base delle scelte aziendali la determinazione del lotto o di altri elementi identificativi, in maniera tale da poter risalire tempestivamente ad alimenti o mangimi,condividono lo stesso rischio sanitario.

Bisogna, tuttavia, considerare quanto disposto all’art. 14, comma 6: “se un alimento a rischio fa parte di una partita, lotto o consegna di alimenti della stessa classe o descrizione, si presume che tutti gli alimenti contenuti in quella partita, lotto o consegna siano a rischio, a meno che, a seguito di una valutazione approfondita, risulti infondato ritenere che il resto della partita, lotto o consegna sia a rischio.”

Non trovate che l’argomento, magari spiegato in maniera più semplice, potrebbe risultare interessante ai consumatori? E chi lo dovrebbe spiegare loro, se non, in primis, le Associazioni dei Consumatori? Non sarebbe forse una valida battaglia da intraprendere nei confronti dell’industria, magari invocando una legge per la rintracciabilità interna obbligatoria?

Ma andiamo avanti.

A questo punto ci serve introdurre un altro protagonista: il numero di lotto.

Per lotto si intende un insieme di unità di vendita di una derrata alimentare, prodotte, fabbricate o confezionate in circostanze praticamente identiche. (D.to Leg.vo 109/92 – art. 13)

Aiutiamoci con un esempio (passateci le semplificazioni).

Un industria alimentare ha, per ognuna delle materie prime che utilizza, uno o più fornitori, ognuno dei quali consegna la sua merce identificandola con un numero di lotto da lui assegnato e grazie al quale è in grado di risalire, ad esempio, a quando quel lotto è stato prodotto, su quali impianti, quali controlli ha superato, ecc. L’industria utilizza queste materie prime per fabbricare i suoi prodotti, ognuno dei quali sarà a sua volta identificato con un numero di lotto, grazie al quale anche l’industria potrà risalire a data di produzione, controlli effettuati, ecc.

Ora, supponiamo che un fornitore A consegni all’industria il lotto xx di una materia prima. Dopo un certo tempo, lo stesso fornitore informa l’industria che, a seguito di verifiche effettuate, quel lotto xx è risultato pericoloso per la salute. Se il lotto in questione è ancora in magazzino nessun problema. Può essere però accaduto che, nel frattempo, quel lotto sia stato già utilizzato, magari per preparare differenti semilavorati che a loro volta sono stati impiegati in svariati prodotti finiti. Cosa potrà fare allora l’industria se, non avendo una sua rintracciabilità interna, non sarà in grado di individuare in quali lotti di prodotto finito è presente il lotto xx? Dovrà provvedere a ritirare dal mercato una quantità di prodotto ben superiore a quella effettivamente pericolosa, rischiando, peraltro, che qualcosa comunque sfugga.

Analogamente, supponiamo che un Organo di Controllo segnali all’industria che in uno dei suoi prodotti sono state rinvenute sostanze tossiche. Dopo le necessarie verifiche, l’industria accerta che tale sostanza non è presente nel proprio stabilimento e non può che provenire da una delle materie prime utilizzate. Ma, senza una rintracciabilità interna, l’industria non potrà appurare quali lotti di quali fornitori sono stati utilizzati, rendendo così molto più complessa la ricerca delle cause della contaminazione.

Si può quindi concludere che rintracciabilità interna e corretta gestione dei lotti sono elementi necessari (e, forse, sufficienti) alla piena realizzazione della rintracciabilità ed alla conseguente sicurezza dei prodotti e dei consumatori?

Diremmo di sì, ma, curiosamente, nessuno ne parla (forse perché troppo tecnici, come amano ripetere i paladini del ‘consumo consapevole’)?

E venendo all’indicazione dell’origine dei prodotti: quale valore aggiunto fornirebbe alle situazioni che abbiamo esemplificato? Se c’é, sinceramente ci sfugge.

Vi è però un altro argomento portato dai sostenitori dell’indicazione d’origine in etichetta: quello della tutela dei prodotti nazionali.

Il ragionamento parrebbe questo:

  1. il consumatore italiano preferisce prodotti italiani, fabbricati con materie prime italiane, ma

  2. se non c’è una legge che impone di indicarne l’origine, difficilmente l’industria lo farà e quindi,

  3. al consumatore italiano, non potendo individuare l’origine, viene impedita una scelta consapevole, ecc. ecc.

Ammettiamo pure che il punto 1) sia vero (se non altro per spirito patriottico…): il problema non è questo.

Qualcuno si sente di affermare che, prescindendo da ogni altro fattore, un prodotto fabbricato con materie prime italiane sarà sempre migliore di uno fabbricato con materie prime straniere?

Noi no.

E non è forse vero che un’industria seria e competente riuscirà ad ottenere prodotti accettabili anche partendo da materie prime non eccellenti, mentre un’industria mediocre (o peggio) non potrà che ottenere prodotti mediocri (o peggio), anche partendo da buone materie prime, indipendentemente dall’origine delle materie prime stesse?

Secondo noi, sì.

Su questo argomento si è espressa Federalimentare:

Introdurre l’obbligo di indicare nelle etichette l’origine dei prodotti e dei relativi ingredienti – secondo la Federazione aderente a Confindustria – non aggiungerebbe nulla in fatto di sicurezza degli alimenti, snaturerebbe il concetto stesso di “made in Italy” alimentare, che si basa non tanto sull’origine delle materie prime impiegate, quanto sulla “ricetta”, sulla capacità di lavorazione, sulla cultura della produzione di qualità e farebbe lievitare i costi di produzione, per la continua modifica delle etichette, con inevitabili riflessi negativi sui consumatori.”

(vedi http://www.federalimentare.it/Documenti/dossieretichette.pdf):

Certo, se fossimo produttori di materie prime italiane (es. allevatori, agricoltori, ecc.) o anche Associazioni che hanno il compito di tutelarne gli interessi, le ragioni per richiedere l’indicazione obbligatoria dell’origine in etichetta le avremmo, e ben chiare.

Ma questa, come direbbe Lucarelli, è un’altra storia.

Dott. Alfredo Clerici
Tecnologo Alimentare

Newsfood.com

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