PAC 2021-2027 – Occasione per una PAC GREEN DEAL e PROTECTION DISADVANT AREAS by Comolli

PAC 2021-2027 – Occasione per una PAC GREEN DEAL e PROTECTION DISADVANT AREAS by Comolli

Agroalimentare Europa. Collante originario e sempre incompiuto fra adeguamenti, accoppiamenti, disaccoppiamenti

2021-2027 Puntare più green deal & protection disadvant areas “adeguati” per singolo paese

L’Italia deve ancora decidere il “format”per concentrazione del prodotto, gestione di filiera, rappresentanza. Consorzi di tutela… vera? Organismi interprofessionali? Associazioni di produttori? Molti oggi sono in crisi!     

 

Mi auguro, e spero, e prego che i vertici europei, politici e burocratici, abbiano imparato e capito qualcosa dagli ultimi eventi su dazi, protezionismo, barriere, circolazione merci, imposte e anche cosa significhi realmente una “globalizzazione” che non è più settoriale, ma trasversale e il fattore “economico” non è l’unico da mettere al primo posto nelle Direttive e Regolamenti.

Stessa cosa, se non di più, deve fare il Governo italiano e il Ministero Politiche Agricole Alimentari Forestali.  E’ noto a tutti, economisti e non, che l’agricoltura dispone di bassissimo potere contrattuale dovuto alla miriade di aziende piccole a rappresentare l’offerta, al rapporto programmazione e clima, rigidità dei processi produttivi di fronte ad una domanda concentrata dal potere contrattuale enorme. Da qui la necessità e la giustificazione di politiche, nazionali e comunitarie, protettive come appunto indirettamente il controllo dell’offerta, sostegno prezzi, sostegno reddito, prodotti dop-doc disciplinati e diversi dagli altri (ma non obbligatori) per creare valore aggiunto e un “adeguato” rapporto con altri settori.

Questo soprattutto, a partire dalle 3 direttive del 1972-73, per garantire una presenza agricola sul territorio, poi compromessa questa impostazione dalle “quote” di produzione ma con incremento tecnico della qualità negli anni ’80-‘90, ben oltre la libera scelta imprenditoriale, quindi una prima Pac fino al 2003 orientata alla fissazione di prezzi garantiti (cioè una politica teorica effimera appena fuori dalla porta di casa), protezione delle frontiere e sfogo delle produzioni (purtroppo non accompagnata da sicuri accordi continentali e interventi al Wto) con gli aiuti Ocm alle esportazioni, dalle misure accoppiate ai disaccoppiamenti voluti da Fischler.

La Pac ha svolto, o avrebbe dovuto svolgere,  la funzione di equilibrio dei mercati, di tutela, di salvaguardia professionale e di gestione organizzativa dell’offerta invece ha creato, soprattutto per i piccoli produttori e per i paesi “particellari” del sud Europa distorsioni e costi pubblici abnormi con aiuti al reddito totalmente staccati dalle funzioni “collegate” all’agricoltura e agricoltore.

Sono oramai 2 mandati che si parla di urgente riforma della Pac, con un 1° pilastro ancora troppo debole e troppo uniforme nelle ampie diversità territoriali interne per quanto concerne la “tutela green” e con un 2° pilastro dedicato alla innovazione e formazione come supporto più per gli intermediari che per il coltivatore vero, baluardo e produttore di qualità.

Per questo sono anni che chiedo un 3° pilastro se il primo non è integrabile che modifichi la uniformità delle norme per tutti gli agricoltori europei in un equilibrio reddituale vero per agricoltori e agricolture diverse. L’Ocm Unica del 2013 non è utile, serve più alla burocrazia e all’uniformità di modelli in campi diversi, limitandone enormemente la portata e l’accesso.

L’unico aspetto valido degli ultimi 15 anni, valido fino al 2020, è stato il rafforzamento del potere contrattuale degli agricoltori con le Organizzazioni di filiera professionale e quelle dei produttori, una specie di mega-consorzi di 2°-3° grado. Il mondo della trasformazione, del commercio, della distribuzione è corso subito al riparo rafforzando posizioni oligopoliste e oligopsoniste, in primis nella Gdo che sta puntando su prodotti tracciabili, certificati, biologici richiesti dal consumatore.

Ma senza una politica diretta ai prezzi all’origine, una difesa alta della qualità certificata e dei marchi Dop-Doc, una tutela delle frontiere da prodotti concorrenziali che non rispettano le regole di qualità del mercato interno già obbligatorie per i produttori europei, una diversa accezione alle operazione green deal nei territori con più coltivazioni estensive e monocultura rispetto ai territori di collina e montagna svantaggiati, con evidenti occhi sui protezionismi, dazi, sulle crisi dei mercati mondiali e sulla figura pro-attiva dell’agricoltore.

E’ in questa ottica di rappresentanza, di concentrazione di imprese, di organizzazione della produzione e delle filiere, di gestione e cura dell’offerta e dei rapporti con la domanda che la singola impresa agraria deve possedere strumenti contrattualistici validi, che alla azienda agraria di territorio siano riconosciute e destinate altre funzioni oltre che la produzione, che le associazioni di filiera e le unioni di imprese (anche organizzazioni sindacali)  svolgano o non svolgano un ruolo nella filiera ed è opportuno che, in previsione anche della nuova Pac 2021-2027 e di eventuali cambi, lo Stato italiano (ovvero il Mipaaf) definisca una volta per tutte il ruolo e la finzione rappresentativa anche dei consorzi di tutela dei vini, dei formaggi e dei salumi, poichè il DM 16.12. 2010 lascia troppi aspetti in sospeso (E SONO PASSATI 10 ANNI!!), e chiunque può prendere la strada che vuole.

Nel vino troppi i Consorzi di tutela in crisi, o con problemi, o armati l’uno contro l’alto, o incapaci di intervenire sul territorio. La non chiarezza della rappresentatività, delle modalità di voto in assemblea e l’esercizio della delega al consiglio di amministrazione e della differenza di competenza fra le funzioni di tutela e di promozione, pensando anche alla importante funzione-compito delle Coop Vinicole per il controllo-vigilanza del territorio e degli OI-Organismi dei viticoltori, porta ad una situazione allarmante.

Quanti Consorzi in crisi, dalla Sicilia al Friuli, dai tre Prosecco all’Orvieto, dal Primitivo al Valpolicella, dalle famiglie storiche dell’Amarone al Consorzio Valpolicella, dall’Oltrepò Pavese ai Colli Piacentini e fra i due grandi consorzi del Chianti, con molti altri consorzi emeriti sconosciuti nel panorama nazionale.

E la legge nazionale (e le Regioni pure) chiede che ogni Docg-Doc-Igt abbia un suo ente di rappresentanza. Vogliamo dopo 20 anni chiarire il modello italiano?

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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