Tra i consumatori italiani si registra una tendenza alla
diminuzione del consumo di pane. Il dato emerge da uno studio dell’Ismea (l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare). Ma i produttori puntano ad un rilancio basandosi su
qualità e tradizione.
Pane in calo tra i consumi sulle tavole degli italiani: il 2006 infatti passerà alle cronache come un vero e proprio anno nero per questo prodotto da sempre protagonista
dell’alimentazione, facendo segnare un calo del 3,6% delle quantità consumate rispetto a un anno prima, assestandosi a quota 989.000 tonnellate (contro 1.026.000 tonnellate del
2005).
Una tendenza preoccupante per gli esperti dell’alimentazione, oltre che ovviamente per i produttori, che adesso puntano a rilanciare il proprio prodotto puntando su qualità e tradizione.
A controbilanciare la flessione dei consumi di pane, sottolinea un monitoraggio periodico dell’Ismea (l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), ci ha pensato il
pancarrè, che nello scorso anno ha messo a segno un incremento dell’8% su base annua (nel 2005 era stato addirittura del 10%), andando a sfiorare in quantità le 73.000
tonnellate.
Il pancarrè è stato apprezzato particolarmente dagli italiani del Nord-Est ( 15,5% nel 2006 rispetto a un anno prima, quando l’incremento era stato su base annua del 18,4%),
seguiti a distanza da quelli del Mezzogiorno ( 6,9%) e dal Nord-Ovest ( 6,8%, a fronte però di un 11,7% di un anno prima). Dall’analisi Ismea, svetta poi l’andamento generalmente –
tutto col segno meno – del consumo di pane sfuso (-5,9% del Sud, -3,9% del Centro e -2,1 del Nord-Ovest), e la performance altalenante del pane confezionato, che ha archiviato un 22,8% nelle
regioni del Nord Est, un -18,5% nel Centro, passando per il 6,4% del Nord Ovest e un -2,8 a Sud.
Il professor Giorgio Calabrese, docente di Scienza dell’Alimentazione, afferma che “il calo del consumo di pane non è un segnale positivo come non è positivo l’aumento delle
preferenze del pancarrè, che a mio giudizio è dovuto essenzialmente al grande uso che di esso si fa nella ristorazione veloce, soprattutto perché morbido, facile da
scaldare e combinare con le salse, prima su tutte la maionese”.
Contrastare questa tendenza si può, spiega lo stesso professore: “Basterebbe ad esempio preparare del pane con meno mollica, utilizzando magari farine di grano duro, che tiene nel tempo
senza perdere in qualità. Insomma fare un po’ come si faceva una volta al Sud o in Toscana dove il pane veniva preparato una volta sola per tutta la settimana”.
Sempre parlando del pane italiano Calabrese precisa che “è il migliore del mondo e per tornare a farlo apprezzare è necessario puntare sull’educazione alimentare. Sarebbe bello e
utile tornare ai gusti di una volta, magari utilizzando la tecnologia di oggi, puntando sul grano duro anziché sui grassi di un certo tipo di prodotti, ricchi spesso e volentieri di
strutto”.

Nicola Machetti

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