Parco dei merelli – San Michele di Pagana, Rapallo – Il Giardino dell’Oblio

Parco dei merelli – San Michele di Pagana, Rapallo – Il Giardino dell’Oblio
Oggetto: «Parco dei merelli» San Michele di Pagana – Rapallo – Il Giardino dell’Oblio
Data: 2 agosto 2019

 

Ritratto del Giardino dell’Oblio
Parco dei merelli- San Michele di Pagana –


Cosi’ denominato perche’ dimenticato per lunghi decenni e perche’ oggi chi lo vive dimentica ogni cura.

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“Giardino dell’oblio”, giardino dell’incanto e del sogno: i nomi ricorrenti nella vita dell’antico uliveto padronale, una storica “vigna”   in San Michele di Pagana alto nel Comune di Rapallo.

<Il giardino, denominato ufficialmente nelle mappe comunali “Parco dei merelli”, amiamo supporre  per il microclima che vi regna ( i merelli in genovese sono le fragoline di bosco), è considerato storico e di particolare pregio ambientale e paesaggistico, anche per la veduta, impareggiabile ed unica in tutto il Tigullio, che si gode dal suo belvedere, spaziando da Portofino a Sestri Levante.

Franco Abruzzo, Marcello Staglieno, Achille Colombo Clerici



Achille Colombo Clerici con Marcello Staglieno

Il giardino incastellato, che si estende su una serie di balze, brughe e  terrazzamenti sorretti da antichi muri di pietra, si apre con una scalinata barocca della fine del  Settecento, perfettamente in asse con Palazzo Spinola, sede del Sovrano Militare Ordine di Malta, collocato al centro del Golfo, in un parco sopra il mare di Prelo, a San Michele di Pagana.

La scalinata, erta di centosettanta gradini, e’  presente nelle mappe del Comune, in un disegno particolareggiato delle due volute contornanti il ninfeo  e della parte ascendente dei gradini: ma tronca, rispetto alla sua consistenza originaria che la vedeva prolungarsi verso la Villa Sanguineti (non più esistente) collocata alla sommita’ del versante della Costa.


La trama del disegno ambientale è antica, come attestato dalla posizione privilegiata del Parco stesso, e presenta preesistenze cinquecentesche, secondo quanto ritenuto da Colette Dufour Bozzo .

La storica via Aurelia, la “moyenne corniche”, si direbbe in Costa Azzurra: percorso d’obbligo del Grand Tour ottocentesco per chi iniziava il viaggio in Italia arrivandovi per mare.

Lungh’essa, al di sopra della Costa Burrasca, l’accesso antico, un monumentale portale dell’antica tenuta agricola: quattro pilastri, incastonati in un muraglione in pietra per il contenimento di un terrapieno, massiccio ed imponente, si affacciano all’esterno sulla via.

Attraverso un cancello di ferro battuto della fine del Settecento, si accede al ninfeo, recante immagini di affreschi sbiaditi raffiguranti quattro colonne a tortiglione, arabeggianti, come quelle di San Pietro, ma piu’ leggere, date le ridotte dimensioni e dai colori rosati ed ocra.

Al centro del ninfeo, in una nicchia, in cui sono rappresentati simboli marini e dell’ amore quali un tritone ed una conchiglia capasanta ( o conchiglia di San Giacomo) simbolo della sessualita’ femminile, è collocata una vasca marmorea in pietra rosa, anch’essa di foggia marina ispirata alla valva della Saint Jacques .

Sulla sinistra si diparte una voluta della scalinata; alle sue spalle  sgorga una fonte che da’ vita ad un selvaggio canneto.

Stillano gocce d’acqua perenne  sulla parete della scalinata e per lo stato di abbandono si sono formate incrostazioni vegetali e ciuffi di  capelvenere, che conferiscono al luogo un aspetto grottesco: un vero e proprio monumento naturale, di raro valore.

Il pavimento del ninfeo, una classica rizzata genovese ( riso’) di piccoli ciottoli naturali, realizzata nei colori delle pietre che ricoprono le  spiagge del Levante ( il grigio-nero screziato ed il bianco a Chiavari, Sestri e Riva Trigoso ed il rosso a Levanto) raffigura l’insegna delle case del Tigullio, presente anche in alcune dimore antiche dei dintorni.

Il belvedere ( una balconata sovrastante il ninfeo, protetta da una ringhiera ottocentesca in ferro battuto) restaurato nella pavimentazione, rispettando rigorosamente l’originale, presenta una rizzata di sassi bianchi a corona semicircolare di un selciato di mattoncini frammisti a terra, nella quale crescono muschi ed erbe.


Nel 1845 John Ruskin, nel suo viaggio in Italia alla ricerca della bellezza assoluta, dopo lo sbarco a Marsiglia, percorse tutta la Riviera ligure ammirato soprattutto degli splendidi paesaggi del Levante, e tra questi dello scorcio del golfo di San Michele osservato dal “belvedere” del giardino; lo stesso luogo dal quale anni prima Edgar Allan Poe, di passaggio verso la Toscana, rimase abbagliato dalla splendida visione di “Portus Delphini, dagli occhi di viola” che da qui, venendo da Genova, per la prima volta si scorge, come ricordava Marcello Staglieno .

Addormentato, come un enorme animale preistorico che si culla sul mare, giace Portofino dalle scure ombre proiettate sulle acque.

E Francesco Petrarca ( Africa, libro VI, 845 – 848 ): “ecco vicino appare Portofino, recintato di verde luminoso; con la barriera del monte respinge la violenza dei venti e silenzioso riposa nell’estetica quiete”.

Di fronte, nel Tigullio, come indicato gia’ da Plinio il Vecchio, i contorni di Punta Manara e del Monte Castello confusi dalla foschia di un mare che richiama alla mente i versi del poeta Eugenio Montale, ispirati pare proprio da questi luoghi del Genovesato del levante:   “….osservare tra i frondi il palpitare lontano di scaglie di mare, mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi.”

I frondi: i rami dell’ulivo che qui trova il suo regno.

La vegetazione è di un verde chiaro, con riflessi argentei, contrassegnata proprio dall’ulivo.
Molto diversa dalla vegetazione scura di Paraggi o di Portofino o del Golfo di Genova.

Da qui cominciano gli uliveti della Costa di Levante.

Nel giardino, che mantiene la sua natura selvaggia, gli ulivi sono molto particolari:  ormai antiche piante che il lungo periodo di abbandono, tra sterpi e rovi, ha costrette a salire al cielo, alla ricerca della luce e del sole.

Si stagliano come lunghe braccia ischeletrite, protese verso il mare:
recano i segni del tempo, contorti e “sofferti” come appaiono.
Ed è proprio il segno della sofferenza a conferire loro un aspetto austero e di grande dignita’.   

Questi ulivi, sposati, secondo una antica ed elegante tradizione, alla rosa, non servono ormai più per la raccolta delle olive, ma sono divenuti monumenti della natura, a testimonianza del trascorrer dei secoli.

Come lo sono anche le pietre, molte delle quali ormai cotte dal sole.  
Stanno in piedi per l’inerzia e la forza del tempo, ma non sono più buone a nulla se rimosse da li’.

In tal modo, anche il viandante si sente, per il rimpianto, sradicato e privo di vigore quando s’allontana dal giardino.

Alcune delle essenze arboree presenti:


– Aptenia Cordifolia  
– Dasylirion Serratifolium fiore elevato a stelo
– Underbergia
– Capelvenere
– Pino Marittimo
– Quercia
– Agavi Grigie
– Agavi screziate
– Noce
– Timo
– Maggiorana
– Lavanda
– Origano
– Menta
– Salvia
– Rosmarino
– Caprifoglio
– Erba Dicondra
– Ligustro
– Carpino
– Leccio
– Pitosforo
– Tasso
– Faggio
– Alloro
– Rosa Canina
– Calistemus
– Palma Canariensis
– Cicas
– Euforbia
– Bouganvillea
– Lagestroemia
– Begonia
– Ulivo
– Fico
– Aloe
– Limoni
– Aranci
– Canne
– Bambu’
– Magnolia
– Ortensia
– Gelsomino
– Ricosperno
– Ficus repens
– Mimosa
– Camerops   
– Agapantus
– Laurus Cerasus
– Levonimus
– Ficus elastica
– Fico d’India
– Celtis australis, bagolaro (in toscano), Frige’ ( in milanese )
– Acer
– Olea fragrans
– Palma di San Pietro
– Oleandro
– Plumbago
– Lantana
– Camelia
– Gardenia
– Pruno
– Melo
– Glicine
– Biancospino
– Vite Americana, vitis lambrusca o vitis vinicula – Nespolo
– Edera
– Sambuco
– Olmo
– Mourier
– Ipomea violacea o morning glory
– “Senecio”
– Dracaena fragrans
– Opuntia ficus-indica
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Redazione Newsfood.com/nutriMENTE
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