Sode per la colazione, dipinte a mano per abbellire le case e le tavole apparecchiate o consumate in ricette tradizionali o in prodotti artigianali e industriali saranno circa 380 milioni le
uova “ruspanti” consumate durante la Pasqua , con un aumento in numero del 3,1 per cento rispetto allo scorso anno. E’ quanto stima la Coldiretti nel sottolineare che si tratta di un numero
superiore di quasi dieci volte a quelle di cioccolata. Una tradizione, quella delle uova “naturali”, che – sottolinea la Coldiretti – resiste nel tempo con piatti come “vovi e sparasi” in
Veneto, torta pasqualina in Liguria, la pastiera in Campania e la scarcedda in Basilicata continuano a rimanere presenti sulle tavole della Pasqua. Complessivamente si stima che – precisa la
Coldiretti – gli italiani spenderanno quasi 65 milioni di euro nell’acquisto di uova di gallina da consumare direttamente o nella preparazione di primi piatti e dolci, con un risparmio notevole
rispetto alla cifra spesa per quelle dolci di cioccolato. Si rispetta quindi la tradizione che fa risalire l’usanza di considerare l’uovo come simbolo di rinascita e buon augurio in Occidente
al 1176, quando re Luigi VII rientrò a Parigi dopo la II crociata e per festeggiarlo – ricorda la Coldiretti – il capo dell’Abbazia di St. Germain des Près gli donò
metà dei prodotti delle sue terre, incluse un gran numero di uova che furono poi dipinte e distribuite al popolo. Una usanza tramandata dai persiani che, già cinquemila anni fa,
festeggiavano l’arrivo della primavera con lo scambio delle uova “portabene” contro pestilenze e carestie secondo un rito che resiste ancora ai giorni nostri. Tanto che – continua la Coldiretti
– in occasione della Pasqua si svolgono numerose feste in suo onore. Negli ultimi 30 anni – precisa la Coldiretti – i consumi nazionali di uova sono aumentati raggiungendo la cifra record di 13
miliardi di pezzi all’anno che significa una media di circa 218 uova a testa, quasi interamente Made in Italy. Le uova di gallina – sottolinea la Coldiretti – hanno rinnovato la gamma delle
tipologie offerte e il proprio styling con un sistema di etichettatura obbligatorio che consente di distinguere tra l’altro la provenienza e il metodo di allevamento con un codice che con il
primo numero consente di risalire al tipo di allevamento (0 per biologico, 1 all’aperto, 2 a terra, 3 nelle gabbie), la seconda sigla indica lo Stato in cui è stato deposto (es.IT),
seguono le indicazioni relative al codice ISTAT del Comune, alla sigla della Provincia e, infine il codice distintivo dell’allevatore. A queste informazioni si aggiungono – conclude la
Coldiretti – quelle relative alle differenti categorie (Extra, A, B, C) per indicare il livello qualitativo e di freschezza e le diverse classificazioni in base al peso (XL, M, S).

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