Il presidente dell’Anp-Associazione nazionale pensionati della Cia-Confederaione italiana agricoltori Mario Pretolani ha inviato al ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Cesare Damiano
una lettera sul problema di grande attualità delle pensioni e delle relative misure annunciate. Ecco il testo della lettera.

“Gentile ministro, apprendiamo da notizie di stampa, confermate da fonti sindacali, che il gruppo di lavoro nominato dal Ministero e dai sindacati confederali per elaborare le proposte di
aumento delle pensioni basse, in specifico, definire la platea di coloro ai quali riconoscere gli aumenti per il 2007 e gli anni successivi, avrebbe elaborato una proposta di aumento ai
soggetti con pensioni basse, legate alla contribuzione, escludendo tutti quelli che hanno le pensioni con integrazione al minimo.

Desidero, signor Ministro, farLe presente la grande iniquità di un eventuale provvedimento che contenga una sperequazione di questa natura.

Le pensioni integrate al minimo interessano, oltre a tutti coloro che hanno insufficienti contributi, anche tutti gli ex coltivatori andati in pensione fino al 1990, prima dell’approvazione
della legge 233/1990, riforma della previdenza per i lavoratori autonomi nonchè le donne in pensione successivamente ma collocate nella prima fascia.

I coltivatori andati in pensione prima del 1990, anche se avevano maturato oltre 40 anni di contributi, ed hanno continuato a versare successivamente, percepiscono pensioni integrate al minimo
in quanto hanno una contribuzione insufficiente. La insufficiente contribuzione è determinata dalle basse quote che la legge prevedeva fino ad allora che fissava per i coltivatori le
cosi dette “quote capitarie”.

Infatti, tali quote erano fissate in cifre abbastanza basse perché dovevano poter contenere la contribuzione anche di aziende di piccolissime dimensione, che allora come aggi, sono la
stragrande maggioranza delle aziende agricole.

Faccio presente che l’integrazione al minimo è stata disciplinata per la prima volta dalla legge 4 aprile 1952, n. 218 art. 10, ed ha subito nel tempo sostanziali modifiche sia per le
disposizioni normative sia in ragione di sentenze della Corte Costituzionale.

Oggi dopo la riforma Dini e la scelta del contributivo in via definitiva il problema viene superato, ma tutti coloro che sono rientrati negli anni in tali meccanismi non possono essere
abbandonati al loro destino.

Fino ad ottobre 1988 l’importo della pensione integrata al minimo era differente per i lavoratori dipendenti e per i lavoratori autonomi. La legge n. 140 del 1985 art. 7 ne ha equiparato
l’importo per entrambe le categorie a decorrere da novembre 1988.

Faccio presente che nelle stesse condizioni si trovavano lavoratori dipendenti, in particolare i braccanti avventizi che per mantenere i livelli di disoccupazione massima, non superavano quasi
mai le 151 giornate annue, per i quali però furono fatti provvedimenti di rivalutazione dei contributi.

Infatti,con l’art. 4 della legge n. 140/1985 e l’art. 3, comma 2, della legge n. 544/1988 attuato dall’art. 1 del DPCM 16 dicembre 1989. Questi provvedimenti prevedevano, per i soli lavoratori
dipendenti, la rivalutazione della contribuzione superando in questo modo il meccanismo dell’integrazione al minimo.

I provvedimenti ricordati venivano motivati dalla considerazione che tali ex lavoratori dipendenti, pur in presenza di un congruo numero di contributi di anzianità lavorativa, non
riuscivano mai a superare l’importo del trattamento minimo anche se continuavano a lavorare dopo la pensione.

Ora, come Lei certamente sa, essendo persona attenta e sensibile ai problemi dei lavoratori, dei quasi due milioni di pensionati ex coltivatori iscritti al fondo coltivatori diretti, quasi il
50 per cento è andato in pensione prima dell’emanazione della legge 233/1990, e quindi con il vecchio meccanismo pertanto con una pensione integrata al minimo.

Inoltre, le donne, anche quelle andate in pensione con la legge 233/90, ma che erano iscritte prima del 1974, alle quali venivano versate per legge solo 104 giornate, anche dopo 40 anni di
contribuzione, nonostante la legge del ’90, percepiscono pensioni integrate al minimo.

Va anche considerato che gran parte di questi pensionati, sono rimasti nelle loro piccole aziende perché i giovani hanno abbandonato il settore, hanno lavorato e continuato a versare i
contributi anche fino a 75 anni e forse oltre, le piccolissime aziende di cui sono i titolari in conseguenza delle trasformazioni avvenute nel settore non hanno più redditività,
quindi si trovano a vivere con la sola pensione.

Faccio presente che vi è una forte aspettativa, molti dei quali vivono in condizioni di minima sussistenza ma di grande dignità. Scoprire che dal 1995, per la seconda volta, dopo
essere stati presi in giro da un Governo di centro destra, anche un Governo di centro sinistra inventa meccanismi per escluderli da un tanto atteso provvedimento sarebbe una grande delusione.

Naturalmente una tale eventualità vedrebbe la nostra organizzazione impegnata in una campagna di forte mobilitazione per denunciare i responsabili di una tale determinazione.

La soluzione che ci permettiamo di insistere che venga adottata è quella più volte sostenuta dalla nostra Confederazione è cioè: di portare tutti i trattamenti alla
soglia dei 600 euro mensili, avendo cura di escludere i percettori di altri redditi, diversi dalla pensione e dalla casa di abitazione, di importo superiore all’assegno sociale per i pensionati
soli e al doppio dello stesso in caso di pensionati coniugati”.

www.cia.it