Il vino in teoria si può fare anche solo schiacciando un grappolo d’uva con una mano in un piatto, e aspettando il tempo necessario perché la fermentazione alcolica abbia luogo e
si completi, i lieviti contenuti sulla buccia dell’uva mangeranno gli zuccheri contenuti nel succo e svilupperanno calore, anidride carbonica e alcol, trasformando la spremuta d’uva in vino.

Questa la teoria, che se praticata su larga scala (e non in un piatto, per intenderci) risulterà nel vino così com’era inteso dai nostri nonni e bisnonni.

Oggi il vino è fatto diversamente: le guide, la voglia di fama e di fatturato(dettate spesso da spese azzardate e faraoniche per la cantina), il ricambio generazionale nel popolo degli
acquirenti, hanno tanto allontanato il vino da quel semplice concetto agricolo descritto qui sopra. Non voglio essere nostalgico e rimpiangere il vino del contadino, anche perché molto
spesso questo finiva per essere davvero mal fatto, organoletticamente sporco e praticamente non potabile se non per chi lo aveva prodotto, che invariabilmente lo considerava il migliore del
mondo. Di quel vino che fu, rimpiango solo la semplicità di produzione e la naturalità, cosa che si potrebbe e dovrebbe avere anche oggi.

Se l’annata era stata piovosa, il vino sarebbe venuto sicuramente più leggero, se invece era stata calda e secca sarebbe venuto più alcolico.

In vigna si usava solo zolfo e rame, quando ce n’era bisogno, e in cantina l’unico additivo poteva essere un po’ di solforosa, ma niente di più.

Oggi i produttori hanno a disposizione una miriade di additivi e macchinari: questi servono sia ad ovviare ai molti problemi che l’annata può presentare, sia a rendere possibile la
costruzione di un vino a tavolino.

In tutto questo c’è anche chi non ci vuole stare e chi, in diverse maniere, esprime il suo dissenso. Ed ecco spuntare i vari produttori biologici che rifiutano di usare pesticidi e
additivi vari, o quelli biodinamici, che spesso e volentieri sembrano trascendere nel campo spirituale/mistico nel loro rapporto con la vigna.

Di tutto ciò si fa un gran parlare in pubblicazioni e siti specializzati, ma al consumatore medio però non giunge molto, e ciò che giunge non è abbastanza chiaro. Ad
esempio tu hai mai sentito parlare di macchine chiamate concentratori, in grado di togliere una desiderata quantità d’acqua da un vino per renderlo più piacevolmente
corposo? O hai mai inteso di qualcosa chiamato spinning cone column e della possibilità che questo offre di smontare un vino in tutte le sue componenti per poi riassemblarlo a proprio
gusto e piacimento? O dell’aggiunta di gomma arabica/ mannoproteine/ tannini e altre diavolerie per fare un vino più accattivante?

Se hai voglia di seguire un dibattito interessante, ti consiglio quello proposto da Carlo Macchi nel suo sito www.winesurf.it, che dopo aver inviato a 2500 produttori italiani un questionario sul tema, promette di pubblicarne le risposte: c’è da
scommettere che se ne leggeranno delle belle. Una delle proposte di Macchi è quella di indicare per legge su ogni bottiglia di vino gli ingredienti (componenti?) e procedimenti che si
utilizzano per la sua produzione, così come accade per qualsiasi altro prodotto alimentare. Ecco: perché per il vino no? Alcuni sostengono che questo creerebbe allarmismi inutili
fra i consumatori, ma il caso strano è che questa posizione è assunta da chi questi componenti li produce e li vende, e da chi ne usa in grande quantità. Chi ne usa meno,
tende ad assumere un atteggiamento di trasparenza in merito.

Personalmente credo che sarebbe giusto dare ai consumatori la possibilità di scegliere: io quando devo comprare due prodotti simili, leggo sempre gli ingredienti sulle confezioni e poi
scelgo. Mi piacerebbe poter fare la stessa cosa con il vino. Ti terrò informato…   Salute!

di Andrea Sturniolo