Riflessioni di una domenica pomeriggio, tornando dalla Riviera.
Domani, cioè oggi per molti che leggono – lunedì 7 maggio – in città succedono due cose importanti. La prima: si presenta al pubblico, ma soprattutto alle
istituzioni, il Comitato Italia 150, quello cioè che guiderà la parte torinese – grande o grandissima che sia – dei festeggiamenti per il centocinquantenario
dell’Unità d’Italia, nel 2011. I progetti in bozza sono ambiziosi, prefigurano una sorta di seconda Olimpiade, ma forse ancor più bella per chi – come chi scrive
– più che a sciolina e velocità è interessato a spettacoli e cultura. Roba da budget miliardari, mica cotica, da neo, neo, neo-Rinascimento.

La seconda: Città e Regione presentano una missione di una diecina di giorni che li porterà al Palazzo di Vetro dell’ONU a New York. Il pretesto è il Torino
Piemonte Food Festival, cioè il fatto che gli chef de Le Stelle del Piemonte – i migliori ristoranti del territorio raggruppati in un progetto della Regione – cucineranno
alla “mensa” delle Nazioni Unite per i dipendenti dell’organizzazione e il pubblico. Si diceva “il pretesto” perché in realtà è
l’occasione per portare a NY i supercapoccioni della città – dai vertici del Museo Egizio a quelli di Torino Capitale Mondiale del Design, da Intesa Sanpaolo a Petrini &
Farinetti (che confermerà, come più volte annunciato, l’apertura di un Eataly da 1000 metri quadri al Rockefeller Center entro aprile) – per far capire agli americani
quanto siamo tosti e quanto val la pena di venirci a trovare.

Ecco, con in testa queste due cose importanti, nel fine settimana ho tradito la città e sono andato a Fish a Genova. Il Salone cui Extra ha dedicato la copertina di venerdì
tentando di convincervi a far 180 chilometri è il solito gioiello di Slow Food. Un piatto in cui intelligenza, giustizia e piacere sono dosati alla perfezione. Immagino che Fish costi
una gran fatica tanto a Slow Food quanto agli enti locali. Bene, entrare costava 5 euro. Cinque euro. Panino e coca piccola. 2/3 di un biglietto del cinema. Un quinto del Salone del Gusto.
Ebbene, questi cinque euro hanno fatto sì che la città, Genova, come già era successo 4 anni fa (due anni fa l’ingresso era gratuito: l’assalto) abbia disertato
l’evento. 8mila visitatori venerdì, una ventina di migliaia sabato. Numerini. Egoisticamente me la son goduta, ché nessuno m’ha mangiato la Paranza che mi spettava, ma
mi stupisce che i giornali di oggi commentino “certo, cinque euro…” invece che dire “certo, sti genovesi…” (al di là dei luoghi comuni).

Bon, tutto questo per dire cosa? Per dire che una testa senza i piedi non va da nessuna parte. Che una città non è (solo) chi la comanda, ma chi la vive. Che il feeling tra elite
e cittadini è indispensabile per crescere. E che se Torino sta facendo cose ambiziose lo deve tanto a chi le pensa quanto a chi le rende possibili, che uno spettacolo senza pubblico non
è uno spettacolo. E che, in fin dei conti, forse è vero che Torino è il posto giusto per i grandi eventi. Non per gli impianti. Non per i partner. Ma per i torinesi.

Luca Iaccarino

www.extratorino.it