A fronte della richiesta della Commissione Europea di tagliare di 13 milioni le quote assegnate ai settori industriali, le associazioni chiedono che scompaiano dal Piano Nazionale di
Allocazione (PNA) i privilegi concessi al carbone, e che venga finalmente applicato il principio “chi inquina paga”.
La richiesta di Greenpeace, Legambiente e WWF era già stata anticipata nelle scorse settimane con una lettera inviata ai ministri Bersani e Pecoraro Scanio, proprio in vista della
riunione del Comitato nazionale sull’Emission Trading che si riunisce oggi per rivedere il PNA.
Con la revisione del PNA, il Comitato decide se scaricare i costi su chi inquina, o se riversarli sul Paese senza sortire alcun beneficio ambientale.
Le Associazioni ribadiscono che non ci devono essere sconti al carbone, il combustibile con le più alte emissioni specifiche di gas serra. Oggi non è così e gli impianti a
carbone sono invece avvantaggiati.

In particolare, i nuovi tagli devono essere assegnati al comparto termoelettrico, il settore meno esposto alla concorrenza internazionale e che può sostenere obiettivi ambientali
più ambiziosi.

Eliminare i privilegi al carbone è necessario anche per non incorrere in violazioni alla normativa europea sugli aiuti di Stato. Le quote destinate all’allocazione onerosa, circa 12
milioni di tonnellate (Mt), dovrebbero essere assegnate tramite asta a tutti gli operatori, sia impianti esistenti che nuovi entranti, e non riservate a “prezzo politico” ai soli impianti a
carbone: in questo modo si regalano quote al combustibile più dannoso per l’ambiente.

Esiste inoltre un problema di aiuti di stato anche per gli impianti CIP6, altro punto su cui la Commissione europea ha richiamato l’Italia. Il tentativo di sottrarre quote agli impianti CIP6 da
destinare al termoelettrico rimane infatti una delle infrazioni più rilevanti.
Greenpeace, Legambiente e WWF denunciano che gli impianti CIP6 potranno recuperarne i costi sostenuti per l’acquisto delle quote di CO2 direttamente dalla bolletta elettrica (componente A3,
riservata alle fonti rinnovabili) e che questo rappresenta un ulteriore aiuto di Stato. L’attuale sotto-allocazione per gli impianti CIP6 costituisce un danno per i consumatori, che dovranno
sostenere i costi di Kyoto due volte e senza beneficiare di alcuna riduzione in termini di CO2. È quindi necessario attivare un’azione legislativa per correggere al più presto
l’anomalia del CIP6 che espone il Paese a un’infrazione e contribuisce ad allontanare l’Italia dagli obbiettivi di Kyoto.
Su Kyoto l’Italia è in grave controtendenza e le emissioni di CO2 dei settori industriali soggetti all’Emission Trading invece che diminuire continuano ad aumentare. Nel 2006 è
stato superato il tetto dei 227 Mt di CO2 (erano 225,8 Mt nel 2005) ed è più che raddoppiato il disavanzo rispetto al limite imposto, pari a circa 20 Mt nel 2006. Il risultato
negativo è dovuto principalmente al settore termoelettrico, con Enel primo emettitore in Italia di gas serra.

Le Associazioni sottolineano infine le gravi lacune create in Italia dalla mancanza di una strategia complessiva per la riduzione dei gas serra entro il 2012. Ad oggi non esiste un “Piano per
Kyoto” organico, che individui misure concrete e tempi da rispettare per raggiungere gli obiettivi. Il Governo ha messo in campo una serie di iniziative per promuovere l’efficienza energetica
che rimangono disarticolate tra loro e già si preannunciano ampi ritardi per la consegna in Commissione europea del “Piano d’Azione sull’Efficienza Energetica”. Manca una strategia seria
per lo sviluppo delle rinnovabili al 2010, mentre il settore dei trasporti rimane completamente fuori controllo. E’ fondamentale che almeno lo strumento dell’Emission Trading non venga eluso, o
l’Italia non sarà in grado di contenere le emissioni di gas serra.

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