Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il 40% della popolazione mondiale, specialmente nei paesi più poveri del globo, è esposta al rischio di contrarre la
malaria, ogni anno oltre 500 milioni di persone sono seriamente colpite da questa malattia.

Il continente più a rischio è l’Africa, dove la morte di un bambino su cinque è conseguenza diretta della malaria. Man mano che cadono le frontiere e aumentano il commercio
e i movimenti migratori internazionali, aumenta anche l’ansia di un’eventuale epidemia di malaria nei paesi industrializzati. Tuttavia, nuove modellizzazioni indicano che tali timori sono per
il momento infondati.

La malaria è provocata da un parassita, il Plasmodio, che si trasmette attraverso le punture di zanzare infette. Nell’organismo umano i parassiti si moltiplicano nel fegato e
successivamente infettano i globuli rossi. L’infezione può essere trasmessa a persone di qualsiasi età e, se non tempestivamente trattata con medicinali adeguati, può
rivelarsi letale. In alcuni casi la mancanza di cure efficaci e l’inadeguatezza di sistemi sanitari oberati oltre il limite della propria capacità hanno determinato la ricomparsa della
malattia in paesi in via di sviluppo.

Gli odierni operatori sanitari sono pienamente consapevoli del fatto che le malattie non conoscono frontiere e che qualsiasi male affligga i paesi in via di sviluppo si ripercuoterà, con
ogni probabilità, anche sui paesi più sviluppati. Questa consapevolezza è divenuta lampante quando il virus dell’influenza aviaria (H5N1) si è diffuso dall’Asia
all’Europa. Sebbene il rischio in certi casi può effettivamente essere concreto, le persone sono eccessivamente inclini a reazioni spropositate. Questo è il motivo per cui
è indispensabile un’approfondita conoscenza delle malattie e del modo in cui esse si diffondono. È proprio qui che si inserisce il lavoro dell’Instituto Gulbenkian de
Ciência (IGC), che ha sede in Portogallo.

Attualmente la prof.ssa Gabriela Gomes e il suo team del dipartimento di epidemiologia teorica dell’IGC hanno messo a punto un modello matematico che, per la prima volta, effettua una stima dei
parametri soggiacenti alle dinamiche con cui la malaria si propaga presso popolazioni diverse. I ricercatori hanno applicato il modello ai dati relativi ai ricoveri ospedalieri di bambini
affetti da malaria forniti da altri ricercatori attivi in otto diverse regioni dell’Africa Subsahariana, dove la malaria è endemica.

Il modello rivela che, contrariamente a quanto si fosse soliti pensare, nelle regioni con moderati livelli di trasmissione, esiste una soglia di eradicazione della malaria che si incunea tra
uno stato endemico e uno stato di immunità. Il successo di qualsiasi intervento dipende sensibilmente dalla possibilità di portare i tassi di incidenza della malaria al di sotto
di questa soglia, risultato che secondo le previsioni del modello è raggiungibile in aree dove il livello di propagazione è moderato, ovvero nella maggior parte dell’Africa.

Le nazioni industrializzate si posizionano ben al di sotto di questa soglia nello stato di immunità dalla malaria, essendo estremamente basso il numero di persone in stato di
premunizione. Di conseguenza, la ricomparsa della malaria in questi paesi è estremamente improbabile.

«Attualmente si stanno compiendo notevoli sforzi per debellare la malaria nei paesi in via di sviluppo. Il nostro modello offre una prospettiva molto ottimistica per l’eradicazione di
questa malattia infettiva in aree dove il suo livello di endemicità è moderato, contrariamente a quanto si pensa. In questo momento siamo alla ricerca di partner di ricerca che ci
possano fornire dati clinici anche da altre regioni africane, che ci serviranno per rafforzare il nostro modello e dare vita a efficaci programmi di eradicazione,» spiega la prof.ssa
Gomes.

«Questo è un modello estremamente valido poiché ci consentirà di prefissare obiettivi quantificabili per contenere la propagazione della malaria (distribuendo, ad
esempio, zanzariere) e per combattere la malattia (attraverso massicce erogazioni di farmaci antimalarici), per una regione specifica,» afferma Ricardo Águas, uno dei ricercatori
impegnati nel progetto.

I risultati della ricerca sono stati recentemente pubblicati su PLoS ONE.

Per ulteriori informazioni:
http://www.plosone.org/article/fetchArticle.action?articleURI=info:doi/10.1371/journal.pone.0001767