Pomodoro di Pachino: il pomodoro siciliano nato in Israele

Pomodoro di Pachino: il pomodoro siciliano nato in Israele

La storia, o meglio dire la geografia del pomodoro di Pachino è interessante, in quanto testimonia come tutela delle particolarità alimentari e globalizzazione siano due facce della stessa medaglia.

Il pomodoro di Pachino prende il nome dall’omonimo paese in provincia di Siracusa e da alcuni territori limitrofi. In quell’area si produce infatti un pomodoro talmente di qualità che si è conquistato il marchio pomodoro di Pachino IGP. Le caratteristiche naturali (in primis, la salinità dell’acqua d’irrigazione) e la lavorazione umana hanno creato il classico vegetale con la forma “a ciliegino”, apprezzato in tutta Italia e non solo.

Tuttavia, ci sono 2 cose importanti da dire.

Primo: il marchio IGP identifica la zona di produzione, non la varietà: oltre ai ciliegini, ci sono pomodori costoluti o tondi lisci.

Secondo: nonostante la coltivazione del pomodoro risalga al 1925, il successo arriva nel 1989 e non per merito di una varietà italiana.

Quell’anno la Hazera Genetics, azienda sementiera biotech d’Israele, introduce in Sicilia (attaverso Comes S.p.A, divenuta poi Cois 94 S.p.A) due nuove varietà di pomodori: il ciliegino Naomi e la varietà Rita a grappolo. Entro breve tempo, tali varietà ottengono un grande successo commerciale, e la varietà a ciliegino diventerà nota ed amata dai consumatori come pomodoro di Pachino. Tale successo spingerà all’azione altre aziende: arrivano così il Cherry Wonder di Asgrow o il Conchita di De Ruiters seeds, varietà
registrate a grappolo od a ciliegino.

In ogni caso, la Hazera mantiene la sua particolarità: nonostante l’azienda sia attiva nel settore degli OGM, creature come il ciliegino Naomi sono prodotti biotecnologici non OGM.

Secondo gli esperti del settore, il segreto del buonissimo andamento delle piante in questione è stato l’utilizzo, da parte degli scienziati israeliani, di due geni (chiamati rin e nor) che permettono di mantenere inalterate le caratteristiche del prodotto per un periodo di 2-3 settimane dopo la raccolta.

Alcuni però mettono in luce il “lato oscuro dell’operazione: i semi così ottenuti sono F1, il che obbliga gli agricoltori a ricomprare i semi ibridi registrati pena la perdita delle caratteristiche agronomiche desiderate.

Matteo Clerici

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Redazione Newsfood.com

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