Pomodoro “schiacciato” dall'industria

Fra il 2004 e il 2006, infatti, la produzione di pomodoro da salsa nel Milanese e nel Lodigiano si è ridotta di oltre il 70 per cento. E per il 2007 molti agricoltori non hanno ancora
preso una decisione.
“Non so – spiega Francesco Cairo della cascina Ognissanti di Borghetto Lodigiano – nel 2006 non ho fatto niente, mentre per quest’anno forse una decina di ettari li pianterò. Ma devo
vedere bene la situazione”.
Secondo una ricerca della Coldiretti di Milano e Lodi presso le principali realtà organizzate (Apol, Ainpo e Asipo), negli ultimi tre anni il territorio (in particolare quello della
bassa lodigiana ai confini con il Po) ha subìto un vero e proprio crollo delle produzioni. Basti pensare che nel 2004 in provincia di Lodi la quantità raccolta era pari a un
milione e 610 mila quintali e che l’anno scorso non ha raggiunto il mezzo milione.
Stessa tendenza nel Milanese, dove si è passati da 54.700 quintali ad appena 12.350. Considerando le due province, il totale dell’intera produzione ammontava a un milione e 665 mila
quintali nel 2004 ed è precipitato nel 2006 a meno di 450 mila quintali. Le superfici sono scese da 977 a 273 ettari, mentre le aziende che si dedicano a questa coltivazione sono passate
da 59 (47 nel Lodigiano e 12 nel Milanese) a 13 (10 nel Lodigiano e 3 nel Milanese).
Il calo verticale delle produzioni è figlio dei problemi che ci sono stati negli anni scorsi con le industrie per quanto riguarda il ritiro del prodotto (nel 2005 diversi raccolti
rimasero a marcire nei campi), l’applicazione dei parametri di qualità, le quotazioni e le difficoltà di gestione della crescita e della raccolta del pomodoro.
“In passato io mettevo giù anche 40 ettari di piantine, poi sono progressivamente sceso ai 16 ettari nel 2005, quando mi rimasero in campo diversi raccolti e l’industria a cui conferivo
mi abbassò di molto la valutazione della qualità delle consegne – racconta Vincenzo Cavalli della cascina Divizia di San Fiorano – quindi nel 2006 ho lasciato perdere, mentre
adesso proverò a vedere come va con 8 ettari e mezzo”.
Anche Gigi Gruppi della cascina Isolone di San Rocco al Porto, quest’anno ci riprova, ma solo su “una ventina di ettari perché ho i macchinari e ho fatto degli investimenti.
Perchè se guardiamo il prezzo, non è così conveniente, nonostante sia stato raggiunto un accordo per 49 euro a tonnellata. Infatti, si tratta di una quotazione media che
poi è decurtata sempre al momento della consegna, quando vengono applicati i parametri di qualità”. Infatti sono le industrie (ovvero gli stessi acquirenti) a valutare il prodotto
e quindi a decidere di quanto far oscillare il prezzo ed è, per forza di cose, un giudizio non propriamente imparziale. “Alla fine – spiega Gruppi – la quotazione che ti riconoscono non
raggiunge mai i 49 euro a tonnellata, ma ci può essere un taglio di anche il 25 per cento su tale valore”. Per questo diversi coltivatori stanno riconvertendo i terreni verso produzioni
più stabili e remunerative come ad esempio il mais o il pisello proteico.
“Molte volte per semplice miopia – commenta Roberto Maddè, direttore della Coldiretti di Milano e Lodi – l’industria agroalimentare non è in grado di ragionare sul lungo periodo e
di valutare che un accordo di buon senso con i produttori può far bene a tutta la filiera. In caso contrario, è vero che magari le industrie possono trarre benefici immediati dal
mettere sotto pressione i coltivatori sul prezzo, ma poi questo modo di fare provoca un abbandono della coltura e quindi una minor disponibilità di prodotto sul mercato e un rialzo dei
prezzi.
Per colpa di tali comportamenti, da un lato il mondo agricolo ha perso terreni dedicati al pomodoro, dall’altro le industrie pagheranno quest’anno un prezzo nominalmente più alto, anche
se non ancora in linea con i valori di mercato. Si tratta di un risultato che non soddisfa nessuna delle parti. Ma sono le industrie a dover fare un po’ di autocritica”

Tratto da: www.puntobar.com

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