Con la sentenza del 27 febbraio 2008, n. 5106, la sezione lavoro della Suprema Corte di Cassazione ha stabilito l’illegittimità del licenziamento inflitto ad una dottoressa, dipendente
di una Casa di Cura, che, durante la malattia, si era recata in una trasmissione televisiva per cantare lirica.
Per la Casa di cura, la dottoressa, che aveva poi ripreso regolarmente servizio alla scadenza del periodo di malattia pronosticato, non aveva però richiesto il permesso alla Casa di cura
per recarsi in trasmissione.
La partecipazione della dipendente al programma televisivo, era stata notata dai responsabili dell’azienda che decidevano di licenziarla. Tale licenziamento era poi stato confermato dal
tribunale, non dalla Corte d’Appello che le riassegnava il posto di lavoro.
La Corte d’Appello ha poi richiamando ampia giurisprudenza della Corte di Cassazione in ordine al criterio della compatibilità con lo stato di malattia dell’esercizio di altre
attività lavorative e non lavorative, allorché non pregiudichino la guarigione o la tempestività (amatoriali, hobbistiche e persino sportive).
E, una volta escluso il pregiudizio per la pronta ripresa del lavoro, il carattere amatoriale di una prestazione da parte di una persona, avvezza a cantare anche in teatro, era espressione dei
diritti della persona, con esclusione della violazione dei principi di correttezza e buona fede da parte della X.
La Corte di Cassazione ha così confermato la sentenza della Corte d’Appello della quale aveva condiviso le motivazioni, e precisando che «in ordine al criterio della
compatibilità con lo stato di malattia dell’esercizio di altre attività lavorative e non lavorative, allorché non pregiudichino la guarigione o la sua tempestività
(amatoriali, hobbistiche e persino sportive) va detto che, una volta escluso il pregiudizio per la pronta ripresa del lavoro, il carattere amatoriale di una prestazione da parte di una persona
avvezza a cantare anche in teatro, è espressione dei diritti della persona, con esclusione della violazione dei principi di correttezza e buona fede».

Fatto e diritto
Una dottoressa dipendente di una Casa di cura con ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. aveva impugnato il licenziamento disciplinare comminatole ai sensi dell’art. 7 legge n. 300/1970 e
dell’art. 11 C.c.n.l. in quanto illegittimo, invalido, nullo e inefficace: a) per inosservanza delle norme procedurali: omessa affissione delle norme disciplinari (ex art. 7, comma 1 legge n.
300/1970); inosservanza da parte della Casa di cura dell’obbligo di sentire a sua difesa il lavoratore, che ne abbia fatto richiesta, con l’assistenza del rappresentante sindacale (art. 7,
commi 2 e 3 legge n. 300/1970); b) per essere stata la stessa effettivamente malata e non avere aggravato la malattia con la partecipazione alla trasmissione televisiva c) per manifesta
sproporzione del licenziamento rispetto alla eventuale violazione, e per violazione del principio di gradualità e proporzionalità.
La Casa di cura richiedeva il rigetto delle domande.
Il Tribunale respingeva il ricorso di urgenza, e quindi, in sede di reclamo al Collegio, respingeva anche questa seconda istanza, ma la dipendente avverso tale sentenza ricorreva in Corte
d’appello chiedendo, in riforma totale dell’impugnata sentenza, l’accoglimento delle domande da essa proposte.
La Casa di cura chiedeva quindi il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza impugnata.
La sentenza della Corte d’Appello
La Corte di Appello, invece, annullava il licenziamento, ordinando alla Casa di cura di reintegrare la dottoressa nell’originario posto di lavoro e di pagarle le retribuzioni dalla data del
licenziamento a quella della reintegra, nonché di provvedere alla regolarizzazione retributiva, in pratica ritenendo insussistente la nullità del licenziamento, per omessa
audizione dell’interessata, per avervi questa rinunziato.
Nel merito la Corte aveva ritenuto che non sussistesse la falsità della documentazione prodotta dalla interessata, e che la partecipazione come cantante amatoriale alla trasmissione
televisiva non aveva aggravato lo stato di malattia, comprovato anche dalla visita fiscale disposta al riguardo, e dal fatto che aveva ripreso regolarmente il lavoro dopo il periodo di malattia
diagnosticato.
La giustificatezza dell’assenza da casa della dottoressa sussisteva, facendo parte dei diritti della persona quello di partecipazione alla trasmissione di una cantante lirica sia pure a livello
amatoriale.
Non sussisteva poi il danno all’immagine della Casa di cura, né il mancato avviso a quest’ultima dell’allontanamento da casa della dottoressa costituiva una scorrettezza sanzionabile con
la misura espulsiva, introducendo peraltro detti fatti una nuova contestazione rispetto agli addebiti contestati.
Contro tale sentenza la Casa di cura ha proposto ricorso in Cassazione deducendo che essa non ha mai dedotto la falsità della certificazione, ma che non era ammalata quel giorno, essendo
in grado di cantare alla televisione, e che la medesima avrebbe dovuto chiudere la malattia e chiedere un permesso per recarsi alla trasmissione e non farsi forte di una certificazione superata
dai fatti.

La decisione della Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione ha condiviso le argomentazioni della Corte d’Appello e, contrariamente a quanto ha sostenuto assume la Casa di cura, le ragioni contenute nella lettera di licenziamento
concernevano la falsità della certificazione della malattia, ma la Casa di cura aveva invece insistito non nella tesi della falsità della predetta certificazione medica, ma sul
fatto che, alla data della prestazione lirica, la dottoressa non era più ammalata, ed avrebbe dovuto, pertanto, chiudere la malattia, riprendendo servizio, invece di recarsi a svolgere
la prestazione amatoriale.
La Cassazione ha poi evidenziato che la Corte d’Appello aveva rilevato l’esistenza di ampia documentazione clinica costituita dalla cartella clinica relativa al ciclo di pratiche HIV, cui la
dottoressa si stava sottoponendo, dal certificato medico che diagnosticava coliche addominali recidivanti e prescriveva un periodo di riposo per 12 giorni, oltre che dalla successiva visita
fiscale del medico dell’Inps, avvenuta dopo la prestazione dell’attività amatoriale -, che aveva confermato tale prognosi.
La Cassazione ha poi condiviso quanto deciso dalla Corte d’Appello che aveva affermato che, se si poteva rimproverare alla dottoressa di non aver comunicato la propria intenzione al datore di
lavoro, “una simile scorrettezza” non sarebbe stata di tale gravità da poter essere sanzionata con la misura espulsiva.
La Corte di Cassazione ha così confermato la sentenza della Corte d’Appello della quale aveva condiviso le motivazioni, e precisando che «in ordine al criterio della
compatibilità con lo stato di malattia dell’esercizio di altre attività lavorative e non lavorative, allorché non pregiudichino la guarigione o la sua tempestività
(amatoriali, hobbistiche e persino sportive) va detto che, una volta escluso il pregiudizio per la pronta ripresa del lavoro, il carattere amatoriale di una prestazione da parte di una persona
avvezza a cantare anche in teatro, è espressione dei diritti della persona, con esclusione della violazione dei principi di correttezza e buona fede».

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 5106 del 27 febbraio
2008