Praticanti di studi professionali : la subordinazione c'e' solo con la prova del vincolo gerarchico

Con sentenza del 15 gennaio 2007, n. 730 la Corte di Cassazione – Sezione lavoro – ha ribaltato un precedente orientamento, quello fornito con la sentenza n. 2904 del 2006 che a favore dei
praticanti di uno studio professionale aveva stabilito il diritto all’inquadramento come lavoratori subordinati dal momento in cui è cessato il periodo di pratica (e non dal superamento
dell’esame) a condizione di aver continuato a svolgere le stesse mansioni sotto la direzione ed il controllo del titolare dello studio.
Ora, al contrario della sentenza del 2006, con la sentenza del 2007 la Corte di Cassazione ha stabilito un importante principio per tali praticanti in base al quale il loro rapporto di lavoro
si può considerare subordinato solo in presenza di un vincolo gerarchico – direttivo e organizzativo – rispetto al titolare dello studio e non è quindi sufficiente la sola
presenza anche se regolare nello studio.
In buona sostanza il praticante dello studio professionale ora deve provare di aver espletato in studio un’attività lavorativa diversa dal praticantato ed a lui spetta l’onere di
dimostrare il vincolo di subordinazione come quello di essere soggetto al potere direttivo del professionista al pari degli altri dipendenti.

Fatto e diritto
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato di una praticante ragioniera pugliese in base a quanto disposto dalla sentenza della Corte d’appello che, nell’ambito dello studio
professionale ed in linea con il giudice di primo grado, le aveva negato il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato.
Secondo la Cassazione la sentenza d’appello impugnata dalla ricorrente ha fatto rilevare che l’attività dalla stessa svolta nello studio professionale, aveva elementi compatibili sia con
il lavoro subordinato sia con l’attività di studio propria della praticante, ma poi ha escluso la configurabilità dell’attività dalla stessa svolta nel rapporto di lavoro
subordinato, sia per la mancanza della prova della subordinazione e sia per le dichiarazioni della stessa ricorrente.

Le argomentazioni della dipendente
La praticante ha addotto di essere stata presente con una certa regolarità nello studio al pari dei lavoratori assunti non praticanti.

Le dichiarazioni del professionista
Il professionista non ha ammesso l’attività lavorativa subordinata svolta dalla ricorrente nello studio.
Da ciò ne è stata dedotta quindi una attività da praticante ed una attività compatibile sia con il lavoro subordinato, sia con l’attività di studio.

Conclusioni
In questa incertezza sull’inquadramento della attività effettivamente espletata, d’Appello ha riconosciuto nel rapporto l’attività di praticante, e non di lavoratrice subordinata,
per la mancanza di prova della subordinazione e per le dichiarazioni rese durante l’interrogatorio libero.
Secondo la Corte di Cassazione la sentenza di appello non ha violato il principio dell’onere della prova in quanto in mancanza di una confessione del professionista, la praticante avrebbe
dovuto dimostrare l’esistenza del vincolo gerarchico e dunque di un lavoro subordinato, che è stato escluso – oltre che dalla mancanza della prova – anche dalle dichiarazioni rese
proprio dalla ricorrente «in ordine ad una certa attività di praticante».

Cassazione – Sezione lavoro – sentenza 13 dicembre 2006-15 gennaio 2007, n. 730
Presidente Mercurio – Relatore Lupi – Pm Sepe – conforme – Ricorrente Lagattolla

Svolgimento del processo
Con sentenza del 15 luglio 2003 la Ca di Bari ha rigettato l’appello proposto da Lagattolla Isabella nei confronti di Catalano Vincenzo avverso sentenza del Tribunale di Bari, confermando il
rigetto della domanda della Lagattolla diretta al riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato.
Osservava in motivazione che l’unica cosa certa era la presenza costante della Lagattolla nello studio del ragioniere Catalano, circostanza che era compatibile sia con la tesi della appellante
di un rapporto di lavoro subordinato, che con quella di un rapporto di praticantato dell’appellato.
Osservava in motivazione che dalle dichiarazioni rese dai testi non si evidenziava la prova di un rapporto di lavoro subordinato, in quanto le prove raccolte nulla dicono in ordine alla
sottoposizione ad un vincolo gerarchico, direttivo ed organizzativo del datore di lavoro. Risolutive in ordine alla natura del rapporto erano le dichiarazioni della Lagattolla che aveva
dichiarato di essere stata presentata al Catalano per svolgere la pratica e non per l’iscrizione all’Albo; di a ere fatto in parte pratica ed in parte attività di studio.
La soccombente propone ricorso per cassazione affidato ad un motivo ed illustrato poi con memoria; l’intimato non si è costituito.

Motivi della decisione
Con l’unico motivo, denunciando violazione di legge (articoli 2094 e 2697 Cc) e vizio della motivazione, la ricorrente sostiene che il Catalano avrebbe ammesso la sua attività lavorative
e che quindi sarebbe stato onere del Catalano provare la riconducibilità ad un rapporto diverso; che mancava la prova di attività formativa, che i testi per contro avevano
confermato lo svolgimento di attività di contabilizzatine, fatturazione con il medesimo orario di lavoro degli altri dipendenti.
Le censure sono infondate.
La sentenza impugnata non ha accertato lo svolgimento di una attività lavorativa, che il Catalano non ha ammesso deducendo l’attività di praticamente, bensì di una
attività compatibile sia con il lavoro subordinato, sia con l’attività di studio con esercitazione nelle attività professionali propria del praticante. In questa incertezza
sull’inquadramento della attività materialmente svolta, la Corte territoriale ha ritenuto trarre la prova della attività di praticante, e non di lavoratrice subordinata, da due
rilievi: dalla mancanza di prova della subordinazione e sulle dichiarazioni confessorie rese dalla Lagattolla in sede di libero interrogatorio.
Non vi è stata, quindi, violazione del principio dell’onere della prova in quanto detto onere, in mancanza di confessione del convenuto, restava all’attrice, né della norma che
regola il lavoro subordinato, la sussistenza del quale è stata esclusa sul rilievo della mancanza di prova della subordinazione e delle dichiarazioni confessorie in ordine ad una
attività di praticante, punti decisivi della motivazione della sentenza impugnata che non sono stati investiti da specifiche censure.
Non si deve provvedere sulle spese essendo la ricorrente soccombente e l’intimato non costituito.

PQM
La Corte rigetta il ricorso, nulla per le spese.

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