La cronaca ce lo impone, dobbiamo scrivere ancora dei buoni pasto. Il tema non è nuovo ma l’argomento è quanto mai scottante. La recente sentenza del Tar del Lazio ha
inequivocabilmente riaperto una ferita che, a onor del vero, non è mai stata completamente sanata.

Cominciamo dai fatti.
Un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri di fine 2005 (DPCM) ha tentato con una certa dose di ottimismo di considerare l’arcipelago buoni pasto come un vero rapporto
commerciale. Da un lato le aziende che si dedicano all’emissione di ticket restaurant, dall’altro il pubblico esercizio che percepisce il servizio sostitutivo alla mensa; la filiera
si conclude con l’impresa privata o l’ente pubblico che acquista il servizio e il lavoratore come ultimo anello fruitore di buoni. Il decreto evidentemente non solo non ha sanato il
settore ma, a detta di esperti interessati al business, ha portato più grattacapi che soluzioni. Anzi, le critiche alla normativa sono state così elevate che una società,
la Repas Launch Coupon, ha pensato bene di ricorrere al Tar, il quale con una sentenza ne ha bloccato gli effetti. A questa, lo scorso febbraio, ha reagito la Fipe proclamando lo sciopero dei
buoni pasto: molti pubblici esercizi ubicati specialmente nelle grandi città del nord e del centro hanno rifiutato di accettare i ticket offrendo in cambio agli ignari consumatori un
caffè per addolcirli. Ma la partita non si conclude qui, anzi, è ancora tutta in alto mare perché la Federazione dei Pubblici Esercizi ha avviato una pratica di ricorso al
Consiglio di Stato per bloccare la sentenza del Tar.

Una cosa è certa: se prima una parte almeno si trovava d’accordo con la soluzione “rimediata” col DPCM, oggi non c’è più nemmeno quella. La querelle
dei buoni pasto non sembra aver fine e la sua soluzione è quanto mai lontana. Da una parte ci sono gli esercenti che contestano i contratti capestro delle società di emissione,
essendo costretti ad accettare i costi del servizio, pena l’esclusione dal business, dall’altra le imprese che, a fronte di consistenti cifre, mettono all’asta gli acquisti di
buoni pasto imponendo sconti spesso esagerati corrisposti in parte dagli esercenti e in parte dai consumatori; per non parlare dei conflitti tra piccole e grandi società di emissione,
forse la prima vera ragione che ha fatto innescare il terremoto.

Ma le storture nei buoni pasto sono ancora altre e più complesse.
In alcune grandi città il mercato, o meglio lo smercio di buoni pasto, ha assunto proporzioni talmente importanti da creare un sottobosco economico che ha tolto liquidità a
centinaia di pubblici esercizi, costretti a sopravvivere con enormi difficoltà. Il flusso dei ticket vale per molti locali il 40 e a volte anche il 50% del giro d’affari, dal quale
si deve sottrarre un 10% medio di minor guadagno, tanto costa realmente incassare i buoni pasto. Nell’arcipelago dei ticket restaurant più o meno tutti i giorni 2,2 milioni di
persone fanno muovere un giro d’affari di circa 2,3 miliardi di euro (dati 2006). Con queste cifre, nient’affatto modeste, migliaia di aziende e milioni di lavoratori chiedono con
sacrosanto diritto norme chiare e trasparenza.

Dopo anni di contestazioni, lamentele e inutili proteste, pensiamo sia il caso che il legislatore, autorità politiche e organizzazioni di categoria, si mettano di buona lena e concertino
una soluzione definitiva per risolvere un problema troppo a lungo tenuto ai margini del mercato a scapito delle professioni più deboli e dei consumatori troppo poco rappresentati.

di Roberto Martinelli [email protected]