Prof. Mario Fregoni: l’ibrido di vite farà la fine del mulo

Prof. Mario Fregoni: l’ibrido di vite farà la fine del mulo

GENETICA VITICOLA, SOLO SCIENZA E ACCADEMIA O ANCHE VALORIZZAZIONE IDENTITA’ TERRITORIALE?

L’EUROPA E LE NORME SULLA VITICOLTURA. E IN ITALIA …NE PARLO CON IL MIO MAESTRO, MARIO FREGONI: “L’IBRIDO DI VITE FARA’ LA FINE DEL MULO!”

Di Giampietro Comolli

 

E’ noto a molti quanto il sistema vite-vino europeo e italiano sia cambiato negli ultimi 15-20 anni. Niente a che fare con i danni del metanolo e la relativa grande legge “riparatrice e rinascimentale” nr 164 del 1992, bensì la nascita di un sistema di tutela, di promozione, di certificazione e di tracciabilità per definire l’origine, il valore, la salvaguardia e lo stretto rapporto fra territorio, vitigno, clima, uomo.

Parlo della nascita della nuova Federdoc nel 1998 da me voluta in primis con il sen. Assirelli romagnolo, delle tante riunioni tecniche con amici professori fra cui Mario Fregoni con cui mi lega un rapporto di lunga data e familiare, della scelta dell’erga omnes interna ai Consorzi di cui ero fortemente contrario alla autodeterminazione che la UE avrebbe cassato, della attuale situazione di delegati deleganti di una figura terza che mette insieme tutti i dati produttivi e le relative certificazioni di idoneità per i vari vini Docg, Doc, Igt.

Un sistema “vitivinicolo nazionale”  che ha puntato molto sul vino in commercio, un sistema-filiera che a me piace far partire dalla vigna, dagli umori e profumi di terra e foglie, di varietà e uva matura arrivando recentemente anche alle norme del “vino biologico non solo ottenuto da agricoltura biologica” , alla liberalizzazione degli impianti di vite, alla apertura di tanti disciplinari doc alla docg, infine alla unificazione di tutte le leggi “tecniche” che riguardano la produzione vitivinicola.

Unificazione e semplificazione: ce n’era bisogno.
La tutela dell’origine e originalità di una vigna, il suo impianto, la sua coltivazione … sono i punti base di una qualità diffusa e riconosciuta. Recentemente, nel merito, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha legiferato mettendo sullo stesso piano  gli aspetti tecnici-genetici della vite in generale con la singola tipologia di varietà delle uve….per dirla scientificamente, come mi sprona Mario Fregoni ad essere preciso, la Corte di Giustizia  ha equiparato una mutazione genetica dettata dalla naturalità del vitigno del clone e del luogo con la metodologia degli OGM. Giusto? Sbagliato? Importante? Strategico anche per Piacenza?

Mario Fregoni mi spiega che la mutazione del genoma, ovvero l’intervento sul Dna della vite, in modo sostitutivo di un elemento o con una modifica artificiale per rendere un gene della vite resistente a certe patologie vegetative, sono interventi similari nella stessa forma e posizione della linea cromosomica.

Fregoni mi sottolinea invece un intervento detto Ogm vuol dire trasferire un gene anche diverso da una specie ad una altra. La UE equipara quindi le due metodologie con la giustificazione che è una “precauzione preventiva” a tutela della salute umana e dell’ambiente in generale.

Fregoni mi evidenzia che il  mondo scientifico ha sottolineato il pericolo di negazione della scienza e dell’intralcio all’innovazione, soprattutto della libertà della ricerca e della sperimentazione in vivo e sul campo.

E’ evidente che tutto questo ha forti riflessi sulla viticoltura e sul futuro delle varietà viticole, vero professor Fregoni?

“Come é noto, nella viticoltura, nonostante i numerosi anni di ricerca, non esistono OGM coltivati e nemmeno varietá ottenute con il “genoma editing”, che ha goduto di un credito diffuso. Per molti anni pertanto la viticoltura dovrá, fortunatamente, ricorrere alle varietá tradizionali o autoctone derivanti da selezioni millenarie, oppure da incroci intraspecifici post-mendeliani ( es.incrocio Fregoni 108 Barbera x Croatina = Ervi) .

L’altra strada potrebbe essere l’ibridazione interspecifica ( Vitis vinifera X Americane o X Asiatiche), ma la storia di 200 anni di ibridazioni ha dimostrato che nessuna varietá ibrida ha superato l’esito di prove ufficiali ed estese riguardanti il livello qualitativo del vino.

Al contario le nostre varietá di Vinifera forniscono le DOCG, DOC e IGT, rappresentanti il 65% della produzione italiana e le eccellenze piú prestigiose e remunerate all’estero.

É molto probabile che gli ibridi della vite facciano la fine del mulo, ibrido fra asino e cavalla, ormai scomparso. Fra le varietá della vite ne esistono anche di quelle derivanti da “mutazioni gemmarie ” naturali o spontanee, che si propagano unicamente per innesto o piú raramemente per talea. Si citano al riguardo alcuni  Pinot e la Malvasia rosa, selezionata dallo scrivente su un ceppo di Malvasia di Candia aromatica, bianca. Altre mutazioni naturali superficiali sono le “chimere”, che si manifestano con acini metá o parzialmente bianchi e rossi, con grappoli metá bianchi e metá rossi. Le chimere compaiono e scompaiono perché non sono ereditabili, in quanto riguardano solo i grappoli ma non le gemme. In conclusione, va posta una costante attenzione alle varietà OGM o da “genoma editing”, che dovrebbero essere coltivate anche in ambienti soggetti ai cambiamenti climatici, caldo aridi, controllate lungamente sotto l’aspetto delle resistenze abiotiche e biotiche, ma soprattutto dal lato qualitativo, prima di essere registrate a livello europeo e italiano.

Comunque la decisione della Corte di Giustizia dell’UE si rivela saggia perché non pone fuori legge il metodo del “genoma editing” ma impone severi e lunghi controlli sulle varietá da esso ottenute, cosí come si dovrebbe attuare su qualsiasi nuova varietá, mentre assistiamo a rapide registrazioni prive di estesi e decennali controlli di istituzioni scientifiche specializzate ufficiali.

Professor Fregoni, presidente onorario dell’Oiv, ma gli spumanti, tutti gli spumanti dal prosecco agli Champagne, visto che mi toccano da molto vicino, sono solo spettatori o anch’essi sono coinvolti in questo sviluppo genetico?

“La materia prima che  viene spumantizzata é in genere eccellente negli spumanti metodo tradizionale (come vuole chiamarli Comolli, non classici)  ma non altrettanto in quelli del metodo italiano ( sempre come vorrebbe Comolli che fossero chiamati tutti gli altri), dove ci si accontenta di uve anche acerbe o di seconda selezione, di elevata aciditá, basso pH, scarsi aromi primari delle bacche.
Dopo la seconda fermentazione gli spumanti possiedono quasi solamente aromi secondari, da lieviti, dato che in genere non vengono sottoposti all’invecchiamento in  bottiglia, dove si formano gli aromi terziari. Ne nasce un prodotto caratterizzato da una bella bottiglia, ben ammantata, adatta a dare il botto della stappatura, desiderata dal pubblico incompetente, ma una volta perse le bollicine dell’anidride carbonica nel bicchiere rimane un vino scialbo, specie per uve di pianure fresche, irrigue, fertili e di  produzione unitaria elevata.
Ebbene, non vorremmo che la spumantizzazione diventasse il “cavallo di Troia” per l’introduzione nella viticoltura e nell’enologia di varietá prive del titolo giuridico e qualitativo”.

Molto tranchant il prof Fregoni, visto che la relazione originaria sul tema è stata scritta per l’Accademia della Agricoltura di Francia, di cui il prof è membro accademico.

 

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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