Qualificazione del rapporto di lavoro: quando il nomen juris non ha rilievo assorbente

Con sentenza del 7 dicembre 2007, n. 25666, la sezione lavoro della Corte di Cassazione ha chiarito che ogni attività umana può essere espletata sia in regime di subordinazione
che in forma autonoma, per cui ai fini della qualificazione del rapporto vanno esaminati tutti gli elementi disponibili.
Per la Cassazione, la subordinazione si configura come vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro.
Questo consiste nell’emanazione di ordini specifici, oltre che nell’esercizio di un’assidua attività di vigilanza e controllo nell’esecuzione delle prestazioni lavorative, da apprezzarsi
concretamente con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione.
Nel caso di specie il controllo e l’inserimento sul lavoro, il rispetto di un orario di lavoro e la necessità di segnalare le assenze e di concordare le ferie sono stati effettuati in
una organizzazione prefissata da altri. Ciò esclude ogni ipotesi di autonomia e pone in luce un rapporto di lavoro subordinato
Per la Cassazione il carattere distintivo di questo è dato dal vincolo di soggezione del lavoratore al potere organizzativo e disciplinare del datore di lavoro che si estrinseca
nell’emanazione di ordini specifici, oltre che nell’attività di vigilanza e controllo, anche se si atteggia diversamente in relazione alla peculiarità delle prestazioni
lavorative.

Fatto e diritto – Una dipendente, che era adibita all’analisi di campioni di laboratorio in vari settori, eseguiva i prelievi, analizzava i campioni e redigeva i referti, era stata
licenziata da suo datore di lavoro.
La stessa si era rivolta alla Corte di Appello, che aveva rilevato la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato e l’illegittimità del licenziamento e che aveva condannato il
datore di lavoro alla reintegra e al pagamento delle retribuzioni.
La Corte d’Appello aveva rigettato la pretesa dello stesso di far dichiarare nulla la domanda per mancata indicazione del contratto applicabile, in quanto, al contrario, la domanda era
compiutamente formulata.

Le ragioni della dipendente – Le ragioni per le quali il rapporto doveva considerarsi subordinalo erano da ravvisarsi nei tempi di lavoro e nelle modalità di esecuzione (che erano
determinati dal direttore tecnico e dall’Amministratore della società) e nello svolgimento dell’attività di analisi, in cui le direttive sulle priorità dell’una rispetto
all’altra erano date dal direttore, che autorizzava ferie e permessi, mentre le assenze giornaliere dovevano essere segnalate perché la direzione provvedesse all’eventuale sostituzione.
In caso di assenza la dipendente veniva comunque retribuita con il compenso mensile percepito.

Le ragioni dell’azienda – L’azienda che si era rivolta in Cassazione aveva lamentato che il giudice d’appello non avrebbe tenuto presente che ogni attività umana può essere
espletata in maniera autonoma e che le direttive impartite dal datore di lavoro sono compatibili sia con il rapporti di lavoro subordinato che con quello autonomo. Secondo il datore di lavoro,
inoltre, non sarebbe stata dimostrata la sussistenza della subordinazione e che la dipendente stessa aveva opposto il rifiuto di essere assunta come dipendente, per poter continuare a svolgere
l’attività libero professionale anche presso altri soggetti.
Tale espresso rifiuto doveva necessariamente portare al ribaltamento della prima sentenza in quanto la dipendente si garantiva in tal modo da ogni contestazione per la mancata presenza,
l’abbandono del posto, l’assenza ingiustificata, ecc.; ciò sarebbe stato sufficiente per dimostrare l’insussistenza del vincolo di subordinazione (cui sarebbe stata soggetta in caso di
accettazione del rapporto di lavoro subordinato) confermata dal pagamento delle competenza previo rilascio di fattura.

La decisione della Cassazione – La Corte ha già avuto modo di affermare il principio di diritto secondo cui la distinzione tra lavoro autonomo e subordinato consiste nel fatto
che, per quest’ultimo, il fondamentale requisito della subordinazione si configura come vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di
lavoro.
Questo consiste nell’emanazione di ordini specifici, oltre che nell’esercizio di un’assidua attività di vigilanza e controllo nell’esecuzione delle prestazioni lavorative, da apprezzarsi
concretamente con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione.
Ma nello stesso tempo, per la Cassazione, non deve prescindersi dalla volontà delle parti contraenti e, sotto questo profilo, va tenuto presente il “nomen juris” utilizzato, il quale
però non ha un rilievo assorbente, in quanto bisogna tener conto del comportamento complessivo delle medesime, sul piano della interpretazione della volontà delle stesse parti,
anche dopo la conclusione del contratto e, in caso di contrasto fra dati formali e dati fattuali relativi alle caratteristiche e modalità della prestazione, è necessario dare
prevalente rilievo ai secondi.
Tuttavia, quando sia proprio la conformazione fattuale del rapporto ad apparire dubbia, non ben definita o non decisiva, l’indagine deve essere svolta in modo tanto più accurato sulla
volontà espressa in sede di costituzione del rapporto.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 25666 del 7 dicembre 2007
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